Quando si andava ancora al bar

by azione azione
23 Settembre 2026

Una decina di anni fa usciva il documentario Service inbegriffe («Servizio incluso») del franco-svizzero Erik Bergkraut. Per un anno il regista aveva frequentato alcuni locali pubblici sparsi nei quattro angoli della Svizzera, nel tentativo di sviscerarne l’importanza e le peculiarità. Oltre a un ristorante nella Val-de-Travers, i cui protagonisti parevano usciti da un romanzo di Simenon, un locale alternativo lungo i binari della stazione di Zurigo e un’amata meta in cima alla Hundwiler Höhi nell’Appenzello, vi figurava anche un ritrovo ticinese, il Caffè Papa di Biasca, popolato da persone abituate ad alzarsi presto la mattina per andare a lavorare, e i cui silenzi risultavano più articolati di molti discorsi.

Nel frattempo, a pochi anni di distanza, il Caffè Papa non c’è più, non è stato rilevato da nessuno, ed è scomparso, subendo così la sorte di sempre più numerosi ritrovi (dalla bettola ai bar delle stazioni, passando per le osterie di paese), chiusi una sera per non venire mai più riaperti. Vi è chi imputa questa morìa al cambiamento delle abitudini dei giovani, oggi usi a socializzare diversamente, o chi invece creda sia colpa della diminuzione del consumo di alcol, circostanza tutt’altro che negativa. È sulla presunta «socializzazione alternativa» dei giovani che viene qualche dubbio, soprattutto se si ha avuto la fortuna di avere vent’anni nel periodo tra gli anni Settanta e i Novanta, quando al bar non ci si andava per forza dandosi appuntamento (ma semplicemente si passava, perché qualcuno c’era sempre), la polizia e i vicini chiudevano ancora un occhio sugli schiamazzi, e i locali avevano quel non so che di vissuto e autentico, senza essere necessariamente belli e trendy, come lo sono molti di questi tempi.

Oggi, al netto dei bar che, appunto, non vengono più frequentati e sono sempre meno, e dei mesi estivi, ricchi di occasioni di incontro, quali sono gli spazi aggregativi previsti per chi abbia voglia di stare insieme? Di certo non siamo un Cantone che brilla per spazi indipendenti in cui vi sia una programmazione condivisa e la possibilità di autoregolarsi, come ve ne sono invece un po’ ovunque in Svizzera, da Bienne, che ha dato in gestione il suo vecchio stadio Gurzelen alla popolazione, al celebre Espace Noir di Saint-Imier, nel Canton Berna, tanto per fare un paio di esempi.

La scomparsa graduale e inesorabile di spazi aggregativi più o meno spontanei e non codificati o programmati, si riverbera però sulla cittadinanza più di quanto si possa immaginare. Molti locali, infatti, se non proprio uno Stammtisch (tavolo degli habitué), presentavano una fauna più o meno variegata, che in un modo o nell’altro finiva per interagire all’interno di un contesto comunque strutturato. Poteva succedere che si picchiassero i pugni sul tavolo per una divergenza di opinioni o che tra un bicchiere e un tiro di biliardo si alzassero i toni oltre l’educato, ma tutto avveniva sempre in presenza.

Tutte le discussioni, ma anche i pettegolezzi, i semplici racconti della quotidianità o l’ascolto della musica, sono ora stati letteralmente spostati altrove.

Non che non ci si parli più, anzi. Forse mai come oggi il nostro mondo pullula di opinionisti e influencer pronti a dirci la loro, ma come? Trascinandoci nei rabbit hole o nelle bolle, quelli che finiscono per farci incontrare chi la pensa come noi, dopando a dismisura l’opinione che abbiamo delle nostre opinioni, finendo per disimparare il confronto reale. È sui social che oggi ci si incontra, che si coalizza a favore o contro qualcosa e qualcuno, sempre riparati dallo schermo.

Ed è proprio nel mondo digitale che si minano anche le basi stesse della democrazia, laddove lo scambio reale contraddistinto dal rispetto del proprio interlocutore con il conseguente ascolto, anche passivo, è sempre più sostituito da un catatonico berciare, che con il tempo, oltre a farsi brusio di sottofondo, può rischiare di diventare anche pericoloso.