I corsi di lingua italiana rivolti alla popolazione straniera promossi dal Cantone sono realizzati in collaborazione con ECAP Ticino Unia
Quando li senti parlare rimani sbalordito. La loro volontà di superare le difficoltà è quella di molti. Ma loro sembrano avere una marcia in più. Eren e Melisa Yilmaz, 35 e 28 anni, sono arrivati in Ticino dalla Turchia un anno e mezzo fa. Dopo quattro mesi a Balerna al Centro per richiedenti l’asilo Pasture hanno ottenuto lo statuto di rifugiati. La loro appare già una storia di integrazione riuscita. Dove sta il segreto? «L’italiano. Per noi è fondamentale per vivere nella vita quotidiana e nel lavoro» – spiegano incasellando perfettamente lessico, sintassi e tempi verbali. «Studiamo ogni giorno la lingua per vivere una vita di qualità e costruirci un futuro migliore. Facciamo errori ma impariamo molto». Decisivi i corsi, dapprima alla Croce Rossa e poi quattro mesi presso ECAP Ticino Unia. In Turchia lei ha studiato letteratura inglese, lui architettura d’interni. Oggi la loro nuova vita prende forma: Eren sta seguendo un programma occupazionale alle FART, dove sogna di diventare macchinista. Melisa, invece, ha appena iniziato l’apprendistato come impiegata di commercio.
«L’italiano è il “primo contatto” con la nostra società. Attraverso le parole, i partecipanti si avvicinano ai valori, alla cultura e ai modi di vivere del territorio»
I corsi di lingua italiana rivolti alla popolazione straniera assumono un ruolo centrale nelle politiche di coesione del Cantone. Promossi nell’ambito del Programma di integrazione cantonale e realizzati in stretta collaborazione con ECAP Ticino Unia, questi percorsi non rappresentano solo un’offerta didattica, ma un’infrastruttura di accoglienza. Sara Perboni, responsabile del settore Lingue e integrazione di ECAP Ticino Unia e Nicola Martino, direttore, ci illustrano come.
Partiamo dal principio cardine: la lingua. Perché imparare l’italiano è così determinante per chi arriva in Ticino, spesso senza punti di riferimento, e come si inserisce questo bisogno nel percorso di integrazione? «Imparare la lingua del luogo in cui si risiede – osserva Sara Perboni – è un requisito universale, un bisogno primario. L’italiano è il “primo contatto” con la nostra società. Attraverso le parole, i partecipanti si avvicinano ai valori, alla cultura e ai modi di vivere del territorio. Per questo i nostri non sono semplici corsi di lingua, ma percorsi con un obiettivo esplicito di integrazione». Si tende a vedere la lingua come un requisito burocratico. «Preferisco definirla una “necessità”. È l’elemento indispensabile per esistere all’interno della comunità e non restarne ai margini». «Questa necessità – aggiunge Nicola Martino – è dettata anche dalla natura del nostro mercato del lavoro, estremamente competitivo. Senza integrazione linguistica, l’accesso all’impiego è precluso o fortemente limitato. Il lavoro è il momento in cui l’individuo conquista l’indipendenza finanziaria e la dignità. Parlare l’italiano significa poter costruire relazioni e, soprattutto, sentirsi bene e autonomi nella società».
Esiste una declinazione specifica di questo bisogno per quanto riguarda l’integrazione delle donne? «Certamente – assicura il direttore. Molte donne provenienti da contesti sociali lontani dai nostri trovano nei corsi la chiave per acquisire un’indipendenza personale che prima non avevano. Significa poter gestire le proprie amicizie e la vita quotidiana autonomamente, senza dover dipendere dal marito per ogni piccola interazione esterna».
Entriamo nel merito della didattica. Molti immaginano l’aula come un luogo di studi grammaticali astratti, ma il vostro approccio sembra molto diverso, quasi esperienziale. «Noi insegniamo la “lingua in uso”» – evidenzia la responsabile del settore Lingue e integrazione. «Adottiamo il metodo FIDE, che si basa sugli “scenari”: si simulano situazioni di vita reale, come parlare con un medico, interagire con un datore di lavoro. Si pratica la lingua dentro contesti concreti». «È essenziale sottolineare – osserva Martino – che il metodo FIDE (acronimo di Français, Italien, Deutsch) ha oggi un valore legale vincolante. In seguito alle modifiche legislative degli ultimi anni, la certificazione delle competenze linguistiche è diventata un requisito obbligatorio per l’ottenimento e il rinnovo dei permessi di dimora (B), di domicilio (C) e per le procedure di naturalizzazione. Noi come ECAP dobbiamo rispondere a standard qualitativi rigorosi per garantire che il certificato rilasciato abbia piena validità istituzionale».
L’aula è un crocevia di storie. Cosa accade quando si trovano a condividere lo stesso banco persone che provengono da nazioni in conflitto tra loro? Dichiara Sara Perboni: «Gestiamo quotidianamente realtà sensibili: possiamo avere in aula contemporaneamente turchi e curdi, israeliani e palestinesi, russi e ucraini. Qui entra in gioco l’alta formazione dei docenti sui temi dell’interculturalità. L’obiettivo comune – imparare la lingua per iniziare una nuova vita – agisce da catalizzatore: si crea una solidarietà basata sulla comune condizione di migrante». Quali sono le sfide pratiche che i partecipanti devono superare e quali numeri caratterizzano l’attività di ECAP Ticino? «Le difficoltà maggiori sono legate a quello che definiamo “shock interculturale”. Si tratta di comprendere le dinamiche della scolarizzazione occidentale e le piccole regole pratiche, come la puntualità svizzera. Noi organizziamo Corsi intensivi per i rifugiati, Corsi PIC (Programma Integrazione Cantonale) e di socializzazione mamma-bambino. Eroghiamo circa 50 corsi intensivi per il settore asilo e una ventina sono finanziati dal Servizio dell’integrazione degli stranieri».
Ma come si passa dalla prima parola in italiano a un percorso professionale compiuto? «Questo – afferma il direttore – è l’aspetto più gratificante. Vediamo persone che, partendo da zero, arrivano a frequentare i corsi di preparazione per l’esame cantonale di assistente di cura o per l’Attestato Federale di Capacità (AFC). Molti ci dicono esplicitamente che non vogliono “pesare” sul sistema assistenziale; vogliono pagare l’affitto con i propri soldi e uscire dal circuito del sostegno pubblico». Evidenzia dal canto suo Perboni: «Accogliamo rifugiati che presentano un “analfabetismo totale nella lingua madre”. Vedere persone di 40 o 50 anni che imparano a leggere e scrivere per la prima volta nella loro vita, in lingua italiana, è il grado più alto di empowerment possibile. Inoltre, bisogna rompere lo stereotipo del “migrante bisognoso”: tra i nostri banchi siedono dottori, ingegneri, informatici e molti giornalisti che sono fuggiti dai loro paesi perché impossibilitati a scrivere la verità. La lingua è l’unico ostacolo che separa queste professionalità qualificate dal poter contribuire alla nostra società».
Come si articola la vostra presenza sul territorio? Nicola Martino: «ECAP opera come partner del Cantone Ticino in particolare con Ufficio dei richiedenti l’asilo e dei rifugiati (URAR) e con il Servizio per l’Integrazione degli Stranieri (SIS). Operiamo attraverso una “formazione di bassa soglia”, rendendo l’accesso ai corsi il più semplice possibile. Abbiamo sedi a Biasca, Locarno, Bellinzona, Camorino e Mendrisio. Disponiamo di nostre aule sul territorio per facilitare la prossimità. I residenti con permesso B o C pagano una quota simbolica di 150 franchi, grazie ai finanziamento PIC dal Cantone. Per i richiedenti l’asilo e i rifugiati, il finanziamento avviene invece tramite la Legge sull’asilo. Come fondazione aiutiamo direttamente chi non riesce a pagare i corsi finanziando le quote oppure dilazionandole per facilitarne il pagamento».
