Park-Botta, dialogare attraverso le opere

by azione azione
23 Settembre 2026

Alla Fondazione Braglia il lavoro di Park Eun Sun e il progetto museale tutto coreano di Mario Botta

La contea di Sinan, o Shinan, si trova nella nuova entità amministrativa dello Jeonnam-Gwangjiu, Corea del Sud. Essa consiste in circa ottocento isolette (in totale la Corea ne ha più di tremila), di cui solo centoundici abitate. Su una di esse, e più precisamente quella di Jeundo, l’architetto ticinese Mario Botta (incaricato dallo stesso governo sudcoreano, come ha sottolineato il sindaco della contea di Shinan Kim Tae Sung, presente all’inaugurazione della mostra) ha progettato l’Infinito Museum, pensato per diventare dimora d’arte per le opere dello scultore Park Eun Sun, nato nel 1965 a Mokpo, ma attivo da anni a Pietrasanta, in Toscana.

Un connubio, quello tra Mario Botta e Park Eun Sun, iniziato in seguito all’incontro dei due a Roma, in occasione della mostra dell’artista coreano ai Mercati di Traiano nel 2014 – anche se, in realtà, Park Eun Sun, come ammette lui stesso, ha scoperto la figura dell’architetto Botta oltre quarant’anni or sono, quando, ancora studente universitario, rimase incantato dal simbolismo e dal rispetto della tradizione dei suoi progetti.

Se, da una parte, Park Eun Sun è da sempre affascinato dalla capacità dell’architetto ticinese di «riempire gli spazi di luce infinita», dall’altra, a colpire Mario Botta a Roma è stato soprattutto il talento dell’artista coreano di creare opere in grado di dialogare con l’architettura romana circostante, per sua natura portatrice di «profonda memoria». Una memoria, va detto, soprattutto europea, e quindi, potenzialmente, non per forza immediata per un artista che, nel proprio DNA umano, custodisce cultura e storia asiatiche.

Mario Botta e Park Eun Sun si sono incontrati per la prima volta nel 2014, in occasione di una mostra ai Mercati di Traiano

Alla fine, però, e lo dimostra bene questa amicizia, più delle culture e delle appartenenze, sono le affinità elettive a fare la differenza, e non è da escludersi che Botta abbia riconosciuto un poco del proprio agire nella visione artistica e nelle modalità di lavoro di Park Eun Sun, così come quest’ultimo abbia ritrovato degli elementi familiari in alcune delle scelte, inconfondibili, che fanno di Mario Botta Mario Botta. E così, a colpo d’occhio, in molti dei lavori dello svizzero e del coreano troviamo dichiarazioni geometriche precise e inconfondibili, così come le similitudini cromatiche rappresentate dall’alternanza, sviluppata soprattutto in orizzontale; ben lo dimostra ad esempio l’opera Connessione del 2006, con i suoi marmi rosa Portogallo e nero Belgio, la forma squadrata, quella cupola e perfino la crepa che la attraversa – forse in un tentativo di catturare luce – , che rimanda naturalmente a una costruzione ormai caposaldo della storia dell’architettura, come lo è la chiesa di Mogno, in Vallemaggia.

Park Eun Sun, Proliferazione – Continua, 1995 (dett.), marmo rosso. (Fond. Braglia, foto Nicola Gnesi)

Una somiglianza che, però, e lo sottolineano i protagonisti stessi, interpellati in un’intervista pubblicata sul catalogo della mostra Park Eun Sun – Mario Botta. Scultura e architettura fra Oriente e Occidente, non va esasperata, poiché se l’artista coreano si concentra, attraverso le sue opere, nell’espressione delle emozioni umane, Mario Botta è guidato dalla ricerca della «seriosità che è dietro la forza di gravità», forza in cui l’architetto individua «il fatto positivo dell’essere oggi uomini sulla Terra».

La narrazione, concettuale e visiva, presenta dunque delle similitudini solo a un primo impatto, ma allo stesso tempo, lo sottolinea la curatrice della mostra Gaia Regazzoni Jäggli nel catalogo, apre «una riflessione sul rapporto tra forma, spazio e materia».

La relazione tra i due creatori-artisti si può ora contemplare in tutta la sua complessità e bellezza in una mostra inauguratasi lo scorso 19 settembre alla Fondazione Gabriele e Anna Braglia di Lugano. Nella sala al pianoterra – cui si accede dopo essere passati accanto alle tre colonne di bronzo di Park Eun Sun Colonna Infinita, Ripetibilità 1 e Accrescimento, collocate vicino all’ingresso della Fondazione – è possibile vedere la maquette di Infinito Museum, con le sue tre piramidi e una serie di padiglioni più piccoli, che perfettamente si incastonano nella morfologia dell’isola coreana, plasmata da mare (con due maree al giorno) e montagna, in un equilibrio delicato che Botta si è sforzato attivamente di preservare, optando per un intervento architettonico a misura d’uomo e di natura. Accompagnano il visitatore anche schizzi preparatori e disegni, oltre a una gigantografia del complesso museale.

Ma è quando ci si sposta al primo piano della Fondazione che il progetto architettonico appena visionato assume tutto il suo valore e la sua ragione d’essere, e ciò avviene grazie all’incontro con le opere dell’artista coreano. In quella che a tratti appare come una sfida alle leggi della fisica (alcune delle statue sembrano, o addirittura, sono in bilico) si incontrano opere contraddistinte da un profondo gusto per la geometria e un certo rigore formale, che però, a uno sguardo più attento, o ravvicinato, presentano profonde rotture interne, crepe, spazi vuoti, là dove il nostro occhio di spettatrice o di spettatore non se li aspetterebbe.

Il risultato, grazie anche all’alternanza ottenuta attraverso l’utilizzo di materiali diversi, è un’idea di imperfezione inattesa, che allo stesso tempo riesce a conferire un innegabile dinamismo alle opere. A differenza dell’arte del kintsugi, nata in un altro Paese asiatico, il Giappone, dove la frattura diventa, attraverso il restauro, elemento artistico a sé, in Park Eun Sun non vi è il desiderio di «aggiustare», bensì di creare spazi di rottura in cui possano inserirsi non solo elementi fisici come, ad esempio, la luce, ma anche idee, dubbi e riflessioni, in quello che sempre più, lungo il percorso espositivo, si delinea come un dialogo costante tra elementi in contrapposizione.

Nelle sue opere Park crea degli spazi di rottura in cui idealmente si inserisce la luce, ma trovano forma anche idee e riflessioni

La forza di gravità rappresentata dal marmo o dal bronzo utilizzati, ad esempio, è contrastata dalla leggerezza del dinamismo di certe colonne, così come l’adesione a un linguaggio formale e levigato si contrappone all’imperfezione data dalle fratture. Il confronto sorge spontaneo anche a livello concettuale, con l’idea astratta di un’opera da un lato e la sua realizzazione concreta e tangibile dall’altro e da ultimo, ma non per importanza, con l’Oriente, parte fondante della biografia culturale di Park Eun Sun e l’Occidente, che per lui rappresenta gli anni della formazione delle competenze materiche e della crescita artistica interiore.

«Ricevere» un museo dal proprio governo è un atto di grande fiducia oltre che una consacrazione, ma è anche il riconoscimento a Park Eun Sun di quanto profondamente abbia, nel corso degli anni, creduto a ciò che faceva e ancora vuole fare. I primi tempi in Italia furono infatti difficili per il coreano, che, però, non ha mai smesso di dedicarsi con tenacia alla propria arte, costruendo così, giorno dopo giorno, quel percorso che ora, grazie alla mostra e al museo progettato da Mario Botta, è fruibile e percorribile anche per tutti noi, e la cui destinazione, come dichiara il nome del museo, è nientemeno che l’infinito.