Nella narrazione mediatica degli incendi boschivi prevalgono le preoccupazioni per i danni a persone, animali e infrastrutture, ma la natura sembra raccontare un’altra storia
Non è la prima estate, quella che ci stiamo lasciando alle spalle, che vede gli incendi al centro dell’attenzione mediatica. Quest’anno sono stati particolarmente spaventosi quelli in Francia, Spagna e Grecia, alimentati dalla siccità e da un caldo anomalo. A preoccupare sono ovviamente i danni a persone e infrastrutture. Eppure l’altro punto di vista, quello dell’ecosistema, può dare una lettura diversa del fuoco che almeno nelle aree Mediterranee ha sempre giocato un ruolo importante. E allora un bosco come reagisce dopo un incendio? Cosa capita alla vegetazione e alla fauna? Lo abbiamo chiesto a Marco Moretti, biologo ricercatore presso l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL).
Marco Moretti, che cosa capita in un bosco dopo un incendio? Come reagisce la vegetazione?
Tutto dipende da dove avviene l’incendio, cioè se colpisce ecosistemi adattati agli incendi, come è avvenuto questa estate nelle regioni del sud di Spagna e Francia, dove il fuoco ha sempre fatto parte dell’ecosistema e ha forgiato la vegetazione stessa, o se invece colpisce ecosistemi che non sono adattati. Gli ecosistemi mediterranei reagiscono piuttosto velocemente al fuoco, anzi vi si trovano anche piante che ne hanno bisogno per rigerminare o addirittura piante che producono degli oli eterici che fanno avanzare la fiamma. In questi ambienti il fuoco è come se riportasse l’orologio a zero. Permette alle specie di piante meno competitive di ritrovare vigore, grazie allo spazio lasciato dalle specie dominanti eliminate temporaneamente dal fuoco. Tralasciando dunque tutta la tragedia umana, la perdita di abitazioni, attività economiche e infrastrutture, da un punto di vista puramente ecologico il fuoco, per l’ecosistema Mediterraneo è rigeneratore. E questo, in una certa misura, lo abbiamo visto anche da noi al sud delle Alpi.
Lo stesso discorso vale per gli animali?
In un certo senso sì. Durante i miei studi sugli effetti degli incendi sugli invertebrati ho constatato come gli incendi permettano di rimettere in circolazione tutta la biodiversità . Nelle aree boschive bruciate arrivano ad esempio delle specie cosiddette pirofile, ossia specie che beneficiano del fuoco, perché nella loro evoluzione si sono ritagliate una nicchia che è esattamente quella che si crea dopo gli incendi, quando la cenere è ancora tiepida. In questi ambienti molto particolari si trovano alcuni funghi che crescono solo sulle ceneri o sui tronchi bruciati, è proprio lì che questi insetti vanno a deporre le uova. Si sono così evoluti al punto da essere dotati di organi in grado di percepire la presenza di fumo e possono spostarsi anche per chilometri. Prendendo in considerazione i castagneti al sud delle Alpi, inoltre, è interessante vedere come dopo un incendio, in pochissimo tempo, gli insetti vadano a colonizzare le zone aperte, dove trovano molte risorse come legno morto o mezzo morto, funghi e fiori. Lo abbiamo constatato anche dopo il grande incendio dei boschi della regione di Leuk in Vallese: in una zona che solitamente è molto secca mai si era assistito a una presenza così massiccia di fiori, davvero impressionante, che ha attirato molti insetti impollinatori, cavallette, farfalle che in un bosco chiuso non si trovano. Un effetto che possiamo definire benefico per la biodiversità .
Che cosa capita al suolo?
Dipende dal tipo di incendio. Se si tratta di un fuoco cosiddetto «di superficie» ed è sospinto dal vento brucia soprattutto la lettiera, talvolta anche solo in modo parziale. Durante un incendio sperimentale a una profondità di 20-30 cm la temperatura è di 30°-40°, paradossalmente una temperatura molto favorevole per l’attività batterica, che, nel caso di un incendio invernale, può attivarsi anticipatamente. Ora con gli incendi estivi, che tenderanno ad aumentare di frequenza, siamo di fronte a dinamiche che conosciamo ancora poco nelle nostre regioni. Quello che avviene adesso coi terreni molto aridi è tutto da capire. Restano invece invariati i problemi legati allo strato di cenere che si forma dopo un incendio e che risulta essere molto impermeabile. Se dopo l’incendio se ne è accumulato uno strato consistente e arrivano delle piogge intense l’acqua invece di penetrare scorrerà in superficie, il rischio è che trasporti a valle delle grandi masse di terra mista a cenere creando colate di detriti come è avvenuto ad Ascona alla fine degli anni Novanta. Un problema particolarmente sentito da noi dove i boschi sono per lo più boschi di protezione.
Quali sono i tempi necessari per tornare ad avere un’area boschiva dopo un incendio?
Tutto dipende dal tipo di foresta e dal regime del fuoco. Se si tratta di un fuoco sospinto dal vento di solito si propaga in modo molto eterogeneo, lascia delle chiazze anche non bruciate e la vegetazione riparte piuttosto velocemente da queste isole. Se ci troviamo in un bosco di conifere il fuoco tenderà , invece, ad essere più intenso e ad andare in profondità , consumando lentamente tutto l’humus. La reazione della vegetazione dopo un incendio dipende, inoltre, dal tipo di foresta. Alle nostre latitudini la presenza del castagno rappresenta una fortuna. Il castagno è, infatti, una specie che reagisce molto velocemente con ricacci dalla ceppaia, soprattutto nella sua tipologia «a ceduo». Per un castagneto, i tempi di recupero della fauna invertebrata sono di 17-20 anni. La fauna del suolo, per contro, ci metterà un po’ più di tempo, perché per riformare una lettiera matura, provvista di tutti gli strati, ci vogliono fino ad oltre 30 anni. Tutt’altro discorso, invece, se a bruciare è un bosco di faggio o, ancora peggio, di conifere. I tempi sono molto lunghi, perché le piante devono ripartire dal seme. Le foreste boreali della Scandinavia, ad esempio, hanno dei cicli di recupero di 100-150 anni.
Il discorso è molto diverso quando le aree toccate dall’incendio sono molto estese come è capitato quest’anno in Francia nella Gironda?
Sicuramente nei casi registrati in Francia e Spagna questa estate siamo su dimensioni alle quali non siamo abituati. Più ampia e più omogeneamente bruciata è la foresta e più farà fatica a rigenerarsi, soprattutto se gli incendi sono molto intensi. Eventi di queste dimensioni in effetti spiazzano, soprattutto perché si registrano solo negli ultimi 10-20 anni. In passato, gli incendi erano più contenuti, c’era più controllo, anche perché molta più popolazione utilizzava la foresta per la raccolta della legna e non si accumulava così tanta biomassa. E, soprattutto, la biomassa non era così secca, e quindi potenzialmente «esplosiva».
Ma il bosco che rinasce è esattamente uguale al precedente?
Se si tratta di un bosco che appartiene a un ecosistema adattato agli incendi direi di sì, torna fondamentalmente uguale a prima dell’incendio. La macchia mediterranea torna praticamente identica, da noi il ceduo castanile è in grado di rigenerarsi velocemente. Certo il fuoco favorisce solo alcune specie ben adattate e dà loro la possibilità di dominare, col rischio di frenare un po’ la capacità del bosco di essere eterogeneo. In generale gli insetti ne traggono vantaggio, ovviamente non tutti, ma chi muore è una risorsa alimentare per chi vive. C’è un ricircolo dell’energia e delle risorse e c’è chi ne approfitta e chi meno. Il fuoco da questo punto di vista è benefico poiché rimette in circolo la materia e le risorse. È un disturbo intermedio con vincitori e vinti che si alternano.
