Cento anni dalle «leggi fascistissime»

by azione azione
16 Settembre 2026

Nel 1926 Benito Mussolini cancellò le ultime libertà democratiche e trasformò l'Italia in una dittatura totalitaria

Un secolo fa, nel novembre del 1926, con il varo delle cosiddette «leggi fascistissime» veniva di fatto introdotta la dittatura in Italia, con la soppressione della maggior parte delle garanzie democratiche. Sebbene per convenzione si riconduca la nascita del regime al famoso discorso del 3 gennaio 1925 che Mussolini (nella foto) pronunciò davanti alla Camera del deputati, è più esatto far risalire gli albori dell’era fascista, come sistema a partito unico, all’anno successivo.

Infatti, dopo l’intervento del 3 gennaio, in cui il capo del Governo si assumeva la «responsabilità politica, morale e storica» di tutto quello che era avvenuto in Italia dalla nascita dei Fasci, se non prima, ivi compreso soprattutto il delitto Matteotti del giugno 1924 (che chiamava in causa un suo coinvolgimento diretto), in realtà non cambiò molto nella sostanza della vita pubblica italiana e delle sue istituzioni.

Verso la fine del 1925 si ebbero le concrete avvisaglie di quanto sarebbe avvenuto l’anno seguente. Vennero infatti pubblicate due leggi: la prima che rafforzava le attribuzioni del capo del Governo, e la seconda che poneva la gerenza degli organi di stampa sotto la responsabilità e il riconoscimento delle autorità dello Stato. Fu un duro colpo alla libertà della parola scritta, tanto è vero che, nel campo liberale, sia i fratelli Luigi e Alberto Albertini, rispettivamente direttore ed editore del «Corriere della Sera», sia Alfredo Frassati, direttore de «La Stampa», si ritirarono dai loro posti, non volendo essere alla mercé dei prefetti del Regno.

I quattro attentati

Tra il 4 novembre 1925 e il 31 ottobre 1926, Mussolini subì quattro attentati, dai quali uscì vivo. Il 4 novembre 1925 fu sventato il piano del deputato socialista (e massone) Tito Zaniboni di sparare al dittatore in erba. La polizia irruppe nella camera dell’Hotel Dragoni, antistante Palazzo Chigi, da cui Mussolini si sarebbe affacciato per pronunciare un discorso. Nella stanza dell’albergo, venne trovato un fucile già puntato alla finestra da Zaniboni. Il secondo attentato venne attuato, il 7 aprile 1926, dall’irlandese Violet Gibson che sparò a Mussolini sulla Piazza del Campidoglio, ferendolo al naso. L’11 settembre successivo fu la volta dell’anarchico Gino Lucetti, che lanciò una bomba a mano contro l’auto su cui viaggiava Mussolini, a Roma, nelle vicinanze di Porta Pia. L’ordigno rimbalzò contro lo sportello della vettura ed esplose in strada, ferendo otto persone. Lucetti fu subito immobilizzato da un passante, e poi raggiunto dalla polizia. L’ultimo attentato: il Duce venne colpito da un’arma da sparo mentre sfilava in auto scoperta nel centro di Bologna. L’autore del gesto, Anteo Zamboni, un quindicenne, venne linciato sul posto. Quel 31 ottobre 1926, Mussolini uscì incolume, ma le cronache raccontarono che egli fosse stato raggiunto al cordone dell’Ordine mauriziano che portava a tracolla e trapassato al bavero della giacca. Come e perché quel colpo non andasse a bersaglio, rimane ancora oggi un mistero. Qualcuno ha ipotizzato che Mussolini indossasse un giubbotto anti-proiettili.

La cornice stessa in cui ebbe luogo il drammatico evento ha lasciato supporre che l’agguato di Zamboni occultasse, in realtà, trame oscure: dagli anarchici all’ala più intransigente del fascismo che si raccoglieva attorno al ras di Cremona, Roberto Farinacci. Ma sono tutte piste che convincono poco. La reazione ai fatti di Bologna fu furibonda e violenta. Il capo del Governo fece varare, nei primi giorni di novembre, una serie di provvedimenti passati alla storia come le «leggi fascistissime». Per prima cosa, tanto i giornali di opposizione (da «Il Mondo» alla «Voce Repubblicana», dall’«Avanti!» a «l’Unità»), quanto i grandi organi di informazione (dal «Corriere della Sera» a «La Stampa»), si videro revocare la gerenza. Una serie di provvedimenti per la sicurezza e «la difesa dello Stato» vennero approvati dal Consiglio dei ministri.

Ritorna la pena di morte

Per cominciare, fu introdotta la pena di morte per chiunque attentasse alla vita del Capo del Governo, del re, della regina e del principe ereditario. Venne poi estesa la soppressione della libertà di stampa a molti periodici, e si decise lo scioglimento di tutti i partiti, le organizzazioni e le associazioni di opposizione al fascismo. Furono istituiti il confino e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che giudicava i «reati politici» commessi dai nemici del regime. Il 9 novembre, un’ulteriore legge liberticida venne approvata dalla maggioranza fascista della Camera. I deputati di minoranza furono tutti dichiarati decaduti dalla loro carica.

Questo valeva sia per gli antifascisti che, dopo il delitto Matteotti, per marcare l’isolamento morale di Mussolini, si erano ritirati in blocco nell’antiparlamento dell’Aventino, sia per i comunisti che erano rientrati nell’aula di Montecitorio quasi subito. Nasceva così il ventennale regime del Duce, a quattro anni dalla sua conquista del potere avvenuta con la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922.