L’immortale parola in versi

by azione azione
16 Settembre 2026

In libreria una monumentale antologia della poesia italiana

Un fatto ha colpito il critico Roberto Galaverni: l’assenza, nella monumentale Immortale parola. Antologia della poesia italiana dalle origini ai giorni nostri – uscita a cura di Milo De Angelis, Nicola Crocetti, Davide Brullo – della Commedia di Dante. Certo, si vuole evitare il solito rito del chi c’è e chi non c’è, e sarebbe complicato decidere che cosa mettere: un canto intero? Qualche terzina? Versi isolati? E dunque bene così.

Non c’è Dante, ma nell’Immortale parola ci sono moltissime sorprese. L’arco temporale va dalle origini a poeti nati entro il 1925: da Giovanni Di Brienne, «uomo d’armi e poeta di origine francese» (morto nel 1237), un solo testo ne è conservato, a Giovanni Giudici, morto nel 2011. L’ordine è cronologico: i profili e i testi sono incolonnati, senza intestazioni per periodo, secolo, genere o altro. Il lettore cerca invano, alla fine del volume, un indice che non sia quello alfabetico degli autori.

Conviene fare tesoro delle parole di Milo De Angelis, che nel breve testo introduttivo presenta due modi di affrontare la poesia di tutte le epoche: da una parte la sequenza cronologica, «un foglio preciso del calendario, che la situa in quell’epoca e in quel giorno»; dall’altra, della poesia «il tempo selvaggio, imprendibile che annienta ogni cronologia per diventare pura presenza».

Ancora Milo De Angelis trae immagini qualificanti dei vari periodi: l’evolvere improvviso dell’immagine della donna; il quattrocentesco fuggire del tempo; la tentazione del notturno nel Rinascimento e nel poema epico. Il Seicento è «secolo della scienza e del barocco» e «del brutto e del deforme». Poi l’Illuminismo e la tensione morale, fino al Novecento, al suo «labirinto, consapevoli che si tratta di un luogo in cui è impossibile non perdersi».

L’antologia ha una sua strada d’accesso nelle schede biografiche. Così è incerta la vicenda di Rinaldo D’Aquino (XIII secolo), del quale abbiamo poco più che il nome; di Stefano Protonotaro sono «vaghe e difformi le notizie», «perfino il nome è di problematica interpretazione»; «nulla si sa di Cielo D’Alcamo» (XIII secolo) e «quasi nulla» di Giacomino Pugliese (XIII secolo) e di Compiuta Donzella (fiorentina del XIII secolo).

Machiavelli è «uomo di insondabili abissi», Pietro Bembo «autentico tiranno del gusto. Scrisse tanto, amò tantissimo», tra le altre Lucrezia Borgia e Maria Savorgnan; «il legame con Faustina Morosina della Torre, gli diede tre figli, e non gli impedì di diventare cardinale». Teofilo Folengo è «strepitoso inventore di linguaggi»; Leopardi «si è fatto carico della letteratura italiana e l’hanno detto gobbo, infelice, impaniato di pessimismo». Di Fogazzaro si dice che «fosse timido con le donne – per non dire goffo». La notizia sul siciliano Mario Rapisardi (1844-1912) informa che «andava abbigliato come un cowboy: cappello a tesa larga, baffi lunghi, farfalla al collo, occhi lietamente strabici». Gabriele D’Annunzio ha qui forse il maggiore numero di pagine, «fosse nato americano, gli avrebbero dedicato un film, serie tv, musei e mausolei in quantità».

La presenza di donne, descritte volentieri attraverso una personale inquietudine, è abbondante: Barbara Torelli è «gentildonna quattro-cinquecentesca dalla vita movimentata»; poi Isabella Di Morra, Gaspara Stampa, Veronica Franco, «donna d’impareggiabile arguzia, cortigiana d’ineguagliata grazia». La primo-settecentesca Faustina Maratti, «dicono fosse bellissima», fu ferita nel volto da un pretendente.