Al Museo Tinguely di Basilea si indaga il corpo (soprattutto femminile) nel suo rapporto con il lavoro
I movimenti disarticolati, sorprendenti e improduttivi delle sculture mobili immaginate e costruite da Jean Tinguely durante tutto il corso della sua vita come reazione al contempo ludica e critica al rapporto che la società industriale ha instaurato tra uomo e macchina, sono uno dei punti di partenza della mostra Labouring Bodies che il museo di Basilea a lui dedicato, ospita in questi mesi.
L’altro, che a questo in qualche modo si ricollega e che si innesta sulla prospettiva politica sempre presente nel suo approccio artistico, è costituito dalle riflessioni femministe che a partire dagli anni Settanta hanno riconsiderato il ruolo delle donne nel contesto sociale, con particolare attenzione al duplice compito che il sistema capitalista ha affidato loro: da un lato il lavoro domestico e l’accudimento dei figli, dall’altro, una serie di mansioni ripetitive e seriali che prevedono una stretta interrelazione con le macchine.
Combinando questi due spunti iniziali con l’estrema attualità del tema dell’automazione causata del vertiginoso sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale degli ultimi anni, la curatrice Sandra Beate Reimann ha immaginato un percorso espositivo che indaga, attraverso le opere di una quarantina di artiste, il corpo femminile come strumento di un lavoro spesso misconosciuto e poco o per niente retribuito a partire dagli inizi del secolo scorso.
Mettendo in evidenza come la progressiva meccanizzazione favorita dall’industrializzazione massiccia della società non fosse affatto neutrale dal punto di vista delle dinamiche di forza e di genere all’interno della società , una serie di artiste degli anni Settanta di cui la mostra recupera i lavori, tra cui Mary Kelly, Helen Chadwick, Ursula Burghardt e Lee Lozano, hanno per prime messo in discussione l’iconografia tradizionale del lavoratore, quasi sempre identificato con la figura maschile dell’operaio.
Nelle riflessioni di queste artiste, che si collocano nel contesto del cosiddetto secondo femminismo, l’analisi della condizione femminile ha spesso portato a mettere l’accento sulla fondamentale dicotomia tra produzione e riproduzione. Nella videoinstallazione di Mary Kelly del 1974, che viene qui ricostruita per la prima volta, la giustapposizione delle mani di un’operaia che lavora a una macchina in una fabbrica per la produzione di recipienti in metallo e quelle di una donna che accarezza la propria pancia gravida, serve a mettere in evidenza la divisione sociale del lavoro che non riguarda solo l’attività retribuita, ma anche l’attività svolta nell’ambito della cura dei figli, che non è quindi biologicamente determinata, ma storicamente e per questo, quindi, modificabile.
Nelle sculture in plastica a forma di elettrodomestici indossabili di Helen Chadwick è invece l’immagine tradizionale della donna come angelo del focolare che la pubblicità di quegli anni aggiorna alle novità tecnologiche facendola apparire più glamour e meno faticosa, perpetuando in maniera sottile la tradizionale discriminazione di genere tra lavori maschili e femminili, a venire messa in discussione.
Se è soprattutto negli anni Settanta, nell’ambito della critica femminista, che il ruolo della donna nell’ambito lavorativo è stato posto al centro di molte ricerche artistiche, non va dimenticato che già nei primi decenni del Novecento artiste quali Sella Hasse e Alice Lex-Nerlinger, nel ribollire politico e sociale che aveva caratterizzato gli anni della Repubblica di Weimar, avevano messo al centro delle loro opere, oltre al lavoro femminile, anche i temi legati al famigerato paragrafo 218, che vietava le pratiche contraccettive e criminalizzava l’aborto con pene che andavano fino a cinque anni di lavori forzati.
Proprio contro il ruolo di produttrice di «disoccupati o di carne da cannone» che lo Stato assegnava alla donna, si scaglia con la consueta ironia John Heartfield, unico artista maschio presente in mostra, oltre al già citato Jean Tinguely, in uno dei suoi celebri fotomontaggi dal titolo Fornitrice obbligata di materiale umano (1930), in cui in primo piano osserviamo una proletaria seduta frontalmente con le mani appoggiate sul ventre gravido e lo sguardo perso nel vuoto mentre sullo sfondo compare il corpo sdraiato di un giovane senza vita con accanto un fucile.
Il ruolo centrale che il sistema capitalista ha affidato già nella prima metà del Novecento alle donne nell’«accudimento» non solo dei figli, ma anche delle macchine, basti pensare all’industria tessile o orologiera, nel quadro di una divisione del lavoro che affidava spesso all’universo femminile i lavori meno gratificanti e retribuiti, è invece al centro del video della zurighese Alexandra Navratil. Le immagini mostrano le mani di una donna anziana, un’ex operaia della ditta per la produzione di materiale fotografico ORWO a Wolfen in Sassonia-Anhalt, che accarezzano le macchine ormai immobili che per decenni hanno dovuto «accudire», seguendone i movimenti rapidi e imperativi. In questo storico stabilimento, una vera e propria fabbrica al femminile, dove negli anni Ottanta lavoravano oltre 8000 donne, gran parte delle attività si svolgevano al buio per evitare di esporre i materiali fotosensibili alla luce, condannando chi vi lavorava a una vita immersa quasi completamente nell’oscurità .
Partendo dagli esempi storici, la mostra arriva poi fino ai nostri giorni attraverso le opere di numerose artiste contemporanee che evidenziano come la divisione di genere continui a esistere anche nella società deindustrializzata del terziario avanzato. Dove forse la mostra non riesce a spingersi in maniera convincente è nel futuro. Il rapidissimo sviluppo dell’AI e della robotizzazione a cui stiamo assistendo impotenti, prefigurano infatti sempre più un universo del lavoro dove la sostituzione e l’ibridazione dell’umano con la macchina appare ormai inevitabile.
Se a questo si dovesse affiancare un parallelo sviluppo dell’ectogenesi, per l’umanità si configurerebbero scenari imprevedibili, immaginati finora solo nei più foschi scenari della letteratura fantascientifica. La definitiva soluzione della dicotomia tra produzione e riproduzione rischia infatti di avere un corollario che forse, accecati dal nostro antropocentrismo, non consideriamo mai a sufficienza: l’estinzione del genere umano.
