La Fondazione Beyeler espone le opere dell’acclamato artista francese fino al 13 settembre
Il suo nome non è probabilmente dei più noti al grande pubblico e oltretutto non è nemmeno facile capire come debba essere pronunciato correttamente, eppure il francese Pierre Huyge (il cognome, di antica origine fiamminga, nell’autarchico approccio linguistico transalpino è stato tradotto foneticamente in uìg) è uno degli artisti più acclamati dalla critica d’arte del ventunesimo secolo. Non è un caso, quindi, che a ospitare una sua mostra sia quest’estate la Fondazione Beyeler di Basilea, le cui sale difficilmente si aprono ad artisti contemporanei che non godano già di un’ampia e qualificata considerazione internazionale.
Del resto, Huyge, che è nato a Parigi nel 1962 e che si è affacciato sulla scena artistica a partire dalla metà degli anni Novanta, negli ultimi due decenni è stato insignito di alcuni dei più prestigiosi e ambìti riconoscimenti a livello internazionale, tra i quali il premio speciale della giuria alla Biennale di Venezia nel 2001, il Premio Hugo Boss nel 2002, il Premio Haftmann nel 2013, il Nasher Price nel 2017. Il 2013, in particolare, è stato un anno decisivo nella sua carriera artistica, con la grande retrospettiva promossa dal Centre Pompidou di Parigi e poi transitata dal Museum Ludwig di Colonia e dal LACMA di Los Angeles. Una retrospettiva che faceva seguito al successo ottenuto l’anno precedente dalla singolare e acclamata installazione Untilled che Huyge aveva realizzato per la Documenta 13 di Kassel.
La mostra di Basilea, che costituisce una sorta di rielaborazione di quella presentata nel 2024 alla Punta della Dogana a Venezia, da cui in qualche modo prende avvio, mette assieme una serie di lavori recenti con alcuni lavori storici dell’artista, offrendo un esempio del suo modo di intendere le esposizioni non come il momento finale di un rituale rigidamente codificato nel quale viene presentato un processo creativo ormai concluso, ma piuttosto come una situazione in cui il pensiero artistico si condensa temporaneamente in un spazio fisico delimitato, per poi continuare il suo incessante e metamorfico processo di crescita rizomatica.
Un’idea che si riflette anche nella pubblicazione che accompagna la mostra. Non si tratta infatti del classico volume diviso tra saggi critici e riproduzioni fotografiche delle opere come siamo abituati a vedere da ormai quasi un secolo, ma di un volume quasi esclusivamente di immagini, nel quale i testi stringatissimi e puramente didascalici sono confinati nelle ultime pagine. Più che un catalogo, quindi, un libro d’artista, in cui le diverse opere presenti in mostra vengono presentate in singoli capitoli, ognuna collocata all’interno di una nuvola iconografica di riferimenti visivi, sul modello del celebre precedente dell’atlante Mnemosyne di Aby Warburg, che evidentemente l’artista ben conosce. Il catalogo ci immerge così senza prolisse mediazioni critiche nell’universo visivo e immaginario di Huyge.
Un universo nel quale le opere sono nodi mutevoli e interconnessi attorno a cui si articola una ricerca artistica che, intrecciando in maniera inconsueta biologia e tecnologia, mette in discussione la prospettiva antropocentrica con cui siamo storicamente abituati a considerare tutto ciò che ci circonda.
Attraverso le opere in mostra si mette in discussione il confine sempre più labile tra umano e non umano
Come già nei suoi lavori più noti, anche nelle opere più recenti Pierre Huyge dimostra così di essere uno dei più efficaci e sorprendenti creatori di metafore visive del nostro tempo, con le quali riesce a dare rappresentazione alle riflessioni più radicali e ai pensieri più attuali e avanzati che la filosofia è venuta elaborando negli ultimi decenni attorno alla nozione di umano e al suo rapporto con il mondo. Quelli, per intenderci, che negli ultimi decenni sono stati portati avanti da pensatori quali Bruno Latour, Donna Haraway, Graham Harman, Isabelle Stengers e Rosi Braidotti, solo per citare alcuni dei più noti. Nel sondare con le sue metafore la dimensione del postumano, Huyge ha spesso preso avvio da quello che dell’umano è visivamente il tratto più distintivo, ovvero il volto.
Era il caso, ad esempio, della già citata installazione ambientale Untilled che metteva in discussione il confine tra arte e vita e quindi tra natura e cultura. Al centro di questa installazione, ambientata in un parco cittadino, era infatti collocata una scultura in cemento che raffigurava un nudo femminile sdraiato su un fianco, la cui testa era però sostituita da un ronzante alveare di api vive.
Anche Human Mask del 2014, un video straordinario costruito a partire da un’intuizione semplicissima, ruota attorno all’immagine del volto umano. Dopo una sequenza di immagini che mostrano le strade deserte di Fukushima in seguito al disastro nucleare avvenuto nel 2011, il video si sofferma sull’interno in penombra di un ristorante deserto dove si aggira una piccola scimmia che, oltre a una parrucca e a un abito femminile, indossa una maschera umana di colore bianco simile a quelle che vengono utilizzate nel teatro Nō.
Una maschera che se da un lato ci porta a guardare e a interpretare i gesti e le azioni dell’animale in modo totalmente diverso rispetto a quanto facciamo abitualmente, dall’altro sembra indicarci che l’umano forse non è nulla più che una parvenza. Una maschera, appunto.
Il volto, o meglio in questo caso la sua assenza, ritorna anche in Liminals del 2025. In questo nuovo lavoro video al centro della mostra di Basilea, Huyge affronta il confine che separa umano e non umano, corpo e ambiente, materia organica e inorganica, interiorità ed esteriorità attraverso una figura dall’aspetto umano che si muove nell’atmosfera livida e metamorfica di un paesaggio lunare. Una figura dai gesti sofferti e disarticolati che cerca di affermare la propria esistenza, ma il cui volto risulta essere, quando si volge verso di noi, totalmente assente. Al suo posto una semplice cavità nera, vuota e insondabile.
Il confine sempre più labile tra umano e non umano, del resto, è costantemente messo in discussione all’interno della mostra dall’azione degli algoritmi generativi e dalle reti neuronali che l’artista ha integrato nelle opere stesse e che, attraverso dei sensori che captano i movimenti e i suoni nello spazio circostante, agiscono in tempo reale, modificandole sotto i nostri occhi inconsapevoli.
Il postumano in fondo è già tra di noi.
