Le morti per overdose diminuiscono ma nuove droghe sintetiche devastano Philadelphia, negli Stati Uniti. E l’Europa deve prepararsi
Brian Parkhill ricorda bene il giorno in cui Jim morì. Era il 12 marzo dello scorso anno, compleanno di sua madre. Aveva 64 anni, era uno chef e per anni aveva gestito un piccolo ristorante, perso durante il Covid. Da allora viveva per strada. «Mi diceva che drogarsi era più facile che sopportare la vita da senzatetto», ci racconta il fondatore di Outreach For The Lost, che assiste i tossicodipendenti di Kensington.
Questo quartiere di Philadelphia è tristemente noto per essere uno dei pezzi d’inferno dell’America contemporanea. Porta impressi nelle strade e nei corpi di chi le abita gli effetti dell’epidemia da oppioidi, che negli ultimi vent’anni ha mietuto centinaia di migliaia di vittime. Dalla stazione della metropolitana escono soltanto persone in cerca di una dose, mentre i marciapiedi sono diventati la «casa» di chi (e sono tantissimi) non riesce più a uscire da Kensington. Uomini e donne piegati su se stessi, segnati da piaghe profonde, prede facili degli spacciatori che presidiano ogni angolo.
Nel 2022 circa 76 mila decessi
Eppure, i dati dicono che qualcosa sta cambiando. Dopo il picco del 2022, quando gli oppioidi sintetici, soprattutto fentanyl, furono responsabili di circa 76 mila decessi, la curva ha iniziato a scendere. Nel 2025 le morti sono state poco più di 38 mila. Jim, però, non compare nella conta. E come lui, avverte Parkhill, molti altri. È anche da queste vite spezzate fuori statistica che si capisce perché il segno meno non basti a dire che la crisi sia finita: sono le vittime invisibili di un mercato che continua a mutare. Il fentanyl oggi è spesso meno puro, tagliato e mescolato con sostanze nuove. A Philadelphia, dopo lo xylazine, il sedativo veterinario noto come «tranq», responsabile di lesioni e amputazioni, si è imposta la medetomidina, un altro tranquillante per animali ancora più potente. La chiamano «rhino tranq» ed è decisamente più economica del fentanyl. «È presente nell’80% della droga di strada», ci dice l’attivista. «È orribile! Vediamo persone piegate per ore, con seri danni alla colonna vertebrale, e pazienti in terapia intensiva».
L’astinenza può avere conseguenze violente, soprattutto sul cuore: tachicardia, forti sbalzi di pressione, complicazioni cardiache. «Sono morti da convulsioni, non da overdose». È quello che è successo a Jim: «Ogni mattina veniva da me, gli preparavo porridge d’avena e caffè. È morto fuori dal mio ufficio, in piena astinenza». Rispetto agli anni più bui, Kensington, almeno in superficie, sembra in ripresa: meno tossicodipendenti per strada, negozi riaperti, marciapiedi ripuliti, anche per i mondiali di calcio che si sono giocati questa estate. «Ma noi continuiamo a raccogliere cadaveri dalla strada. Sembra di camminare a Baghdad dopo un’esplosione. Ci sono amputati e persone sui marciapiedi con la pelle che sanguina. L’odore è impressionante per via della pelle che marcisce sui corpi delle persone», spiega Parkhill che ha sviluppato «Fast Track», un’app che permette ai soccorritori di individuare in pochi minuti una struttura disponibile e avviare direttamente la persona alle cure. «Oggi c’è meno gente, ma chi è rimasto sta peggio».
Controlli più severi sui precursori del fentanyl
Il ridimensionamento dell’emergenza va letto quindi con cautela. A invertire la curva hanno contribuito il naloxone (che blocca l’overdose), un accesso più ampio alle cure e i miliardi arrivati dagli accordi giudiziari con l’industria farmaceutica. Uno studio su «Science» indica, inoltre, tra le possibili cause del calo i maggiori controlli imposti dalla Cina sui precursori del fentanyl, arrivati dopo anni di pressioni americane. Quello che accade a Kensington spesso anticipa il resto del Paese. La medetomidina si è già diffusa in tutte le regioni degli Stati Uniti. Anche per questo dall’altra parte dell’Atlantico si osserva con attenzione ciò che succede qui.
«Da anni dico che l’Europa dovrebbe preoccuparsi e che l’emergenza fentanyl prima o poi arriverà », sottolinea Vanda Felbab-Brown, ricercatrice della Brookings Institution e direttrice del programma sulla crisi in Nord America. «Molti colleghi europei confidano in consumatori più consapevoli, sistemi sanitari più solidi e maggiore accesso alle cure. Io non ho la stessa sicurezza: il rischio dipende da quali droghe i trafficanti decidono di immettere sul mercato». Secondo una recente analisi del suo think tank, negli Stati Uniti l’epidemia è stata alimentata in primis dall’uso massiccio di antidolorifici oppiacei prescritti dai medici; molti pazienti sono poi passati all’eroina e, negli anni successivi, il fentanyl ha progressivamente conquistato quel mercato.
Una triste classifica
In Europa questo percorso non si è verificato. L’eroina resta l’oppioide più diffuso, i consumatori stanno invecchiando e la mortalità è molto più bassa. Nell’Unione, poi, si registrano numeri decisamente più bassi, ogni anno sono circa settemila le vittime. Il segnale che Felbab-Brown osserva con maggiore preoccupazione, però, arriva dai cartelli messicani, che stanno aprendo laboratori di metanfetamina in diversi Paesi europei come Francia, Germania, Polonia, Spagna, Portogallo, Bulgaria e Romania. «La grande domanda è che cosa faranno dopo: continueranno a spingere la metanfetamina oppure la useranno come porta d’ingresso per il fentanyl e altri oppioidi sintetici?». E anche se oggi buona parte di quella produzione è destinata all’esportazione, avverte, «quello che vediamo ovunque nel mondo è che prima o poi una parte della droga prodotta comincia a filtrare nel mercato locale. Non mi aspetto che l’Europa faccia eccezione».
