«La felicità? Tu mamma vivi nel mondo delle favole», mi sono sentita rimproverare da Clotilde, la neo 18enne di noi 7 in famiglia. Sono lontani i tempi in cui, come scriveva Joseph Conrad ne La linea d’ombra (1917), con l’adolescenza «ci si chiude alle spalle il cancelletto dell’infanzia (felice) e si entra in un giardino d’incanti, dove persino la penombra brilla di promesse».
Per la Generazione Ansia difficilmente l’adolescenza è un periodo meraviglioso e l’incertezza della vita adulta non brilla di promesse. È per questo che, per una volta, invece di sviscerare il linguaggio dei giovanissimi per capire cosa frulla loro in testa, ne Le parole dei figli vorrei essere io a suggerire una parola al loro vocabolario: felicità. Già mi immagino il mio amico psicoterapeuta Matteo Lancini che mi rimprovera: dobbiamo smetterla, come mamme e papà – ci ha spiegato anche nella rubrica Il caffè dei genitori – di volere che i nostri figli siano felici sempre e a tutti i costi. Il loro dolore va accettato. Sacrosanto.
Ma stavolta è impossibile non cedere alla tentazione che mi arriva dal saggio del direttore di «7» del «Corriere della Sera», Venanzio Postiglione, Le 10 parole tradite (ed. Solferino). La mia razionalità lascia spazio alle emozioni. Ripescare, come fa Postiglione, nella letteratura e nella poesia dei grandi il significato della parola è, a mio avviso, un modo per rompere il tabù della felicità nel vocabolario adolescenziale. Per capire in prosa che cos’è. O almeno per provarci.
Partiamo da Giuseppe Ungaretti che ne I fiumi ci fa capire che la felicità può esistere: «Questo è l’Isonzo / e qui meglio / mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo / Il mio supplizio è quando / non mi credo / in armonia / Ma quelle occulte mani / che m’intridono / mi regalano / la rara felicità». I suoi panni sono sudici di guerra, come l’esistenza di chiunque è segnata dalle battaglie della vita. Ciò non toglie che, come il poeta trova la propria felicità nell’acqua del fiume che lo avvolge, ciascuno di noi possa trovare il proprio sprazzo di felicità.
Anche semplicemente guardando le stelle. Una mano da tenere. Un sorriso da ricambiare. Esiste, allora, la felicità, qualunque essa sia, anche se solo come una pausa strappata alle difficoltà della vita.
È dunque una felicità fragile, da coltivare e proteggere, perché eternamente in bilico, come ci ricorda Montale: «Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lama. / Agli occhi sei barlume che vacilla, / al piede, teso ghiaccio che s’incrina». Sarà per questo che Orazio invita al carpe diem. Cogli il giorno o, meglio, afferra l’attimo. Per dirla intera: «Carpe diem, quam minimum credula postero». «Afferra l’attimo, confidando il meno possibile nel futuro». Ma per Postiglione (che corre il rischio di contraddire Orazio) la ricetta dell’istante è troppo semplice: «C’è una gioia (vera) anche nei ricordi del passato, perché l’emozione rinasce e rivive; c’è una gioia (vera) nell’immaginare il futuro, fino alla capacità di fantasticare, quella che i francesi chiamano rêverie, che poi aiuta a cambiare il mondo. Il filosofo Seneca ha scritto che l’uomo saggio è padrone del passato, del presente e del futuro, e li tiene assieme in un equilibrio superiore. “Tutto ci è estraneo, solo il tempo è nostro”».
Il messaggio potente, a mio avviso, che vorrei arrivasse ai giovani è che la felicità è soprattutto la sua ricerca: «La frase più bella della storia della cultura occidentale – spiega Postiglione – la dice proprio Ulisse, tra le fiamme dell’Inferno, quando sprona i compagni al viaggio e alla propria, personale, strepitosa ricerca della felicità, frase che Dante gli fa pronunciare nella sua Commedia: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”». Forse solo un greco, secoli dopo, poteva raccontarcelo ancora una volta: la gioia possibile non è il traguardo, ma il percorso, e vive nel percorso. «Sempre devi avere in mente Itaca, ma non affrettarti», dice il poeta Konstantinos Kavafis. «Itaca ti ha dato il bel viaggio e senza di lei mai ti saresti messo in cammino: che cos’altro ti aspetti?». Parliamo di felicità con i nostri figli per evitare che un giorno, come Jorge Luis Borges in Rimorso, possano dire: «Ho commesso il peggiore dei peccati che un uomo possa commettere… non sono stato felice».