Come si scrive un bestseller?

by azione azione
19 Agosto 2026

Charles Lewinsky e Nelio Biedermann, due scrittori elvetici di grande successo a confronto

Un libro che è diventato un caso letterario quasi seduta stante: Lázár, secondo romanzo del giovanissimo Nelio Biedermann (classe 2003), è oggetto di contesa sin dalla sua apparizione. Sette case editrici si sono battute per comprarne i diritti (l’ha spuntata la Rowohlt di Berlino) e venti Paesi se ne sono assicurati i diritti di traduzione, catapultando il giovane zurighese nell’olimpo della letteratura mondiale in un batter d’occhio. Come spesso accade in questi casi, la critica si è spaccata in due, suddividendosi tra chi individua nello studente di germanistica e scienze cinematografiche la nuova voce della letteratura in lingua tedesca per eccellenza, e chi invece imputa il suo successo a una ottima strategia di marketing.

Lázár, 336 pagine, che in settembre uscirà anche in italiano per i tipi di Guanda con il titolo I Lázár, ripercorre le vicende del ramo ungherese della famiglia dello stesso Biedermann, invitando il lettore a un viaggio generazionale che inizia agli albori del 900. Gli antenati dell’autore, infatti, appartenevano a quella nobiltà ungherese che permetteva loro di vivere in un castello nel bosco circondati dalla servitù, impegnati ad amministrare terre. La discesa vorticosa – e inattesa – negli abissi delle guerre e della statalizzazione, che interessò in modo importante l’Ungheria, spinse, negli anni Cinquanta, la famiglia di Biedermann a cercare rifugio in Svizzera.

Nella prima parte del romanzo al giovane autore riesce la creazione di un mondo quasi incantato, dove mistero e realtà si intrecciano contaminandosi, restituendo al lettore, grazie a una scrittura di ampio respiro, un affresco che sa di grande Weltliteratur, dandogli l’impressione di leggere un classico. E forse è in questa caratteristica che risiede il segreto di un tale successo.

Poiché la letteratura elvetica negli ultimi anni è riuscita spesso a fare parlare di sé (non dimentichiamo Joël Dicker o Kim de l’Horizon), Jörg Marquardt ha fatto incontrare il giovane Nelio Biedermann con Charles Lewinsky (classe 1946), autore a sua volta di un capolavoro di successo come La fortuna dei Meijer (Einaudi), dove, di nuovo, si ripercorre la storia delle generazioni di una famiglia (questa volta svizzera e di fede ebraica) che si interseca con quella di un Paese.

Charles Lewinsky e Nelio Biedermann, siete entrambi scrittori di successo e vivete entrambi a Zurigo. Quanto vi conoscete?
Charles Lewinsky: Abbiamo lo stesso agente. Vale come parentela?

Nelio Biedermann: Quasi! Personalmente, però, non ci eravamo mai incontrati.

Nelio Biedermann, lei è appena tornato da Parigi, cosa ha fatto in Francia?

NB: Ho soprattutto rilasciato interviste, perché questo mese il mio romanzo esce in francese. Sono in tournée da circa un anno, dapprima Svizzera e Germania, poi USA e Austria. Andrà avanti così fino in gennaio.

Vi piace partecipare ai reading?

NB: Di per sé, sì, a patto che gli appuntamenti non diventino troppi. Mi piace soprattutto andare ai festival insieme ad altre autrici e autori. Così poi non devo andare in giro da solo in una città sconosciuta.

CL: Se devo essere sincero, preferisco scrivere che leggere i miei libri in pubblico. Ogni reading mi costa due giorni di lavoro, un prezzo alto per un pubblico di 50 persone. Ma è bello quando la gente ascolta. Se posso darti un consiglio, Nelio, accetta le domande del pubblico solo a metà della lettura: così è più facile concludere!

Qual è stata l’esperienza più bizzarra vissuta durante una lettura pubblica?

CL: Una volta, a Lubecca, una donna si è alzata in piedi e ha detto: «Volevo solo dirle che il suo libro fa schifo». Il libraio si è poi scusato con me: «Avrei dovuto avvertirla, lo fa sempre. D’altronde, scrive anche lei».

NB: Non mi è mai successa una cosa così estrema. Però è già successo che qualcuno affermasse di avere avuto problemi con il mio libro – senza però specificare quali.

Come gestite queste critiche?

NB: A un certo punto si sviluppa una certa rilassatezza.

CL: Inoltre, siamo entrambi nella fortunata posizione di non dover tenere letture per motivi economici, soprattutto dopo un successo come quello di Lázár. Molti autori, invece, vivono dei compensi che ricevono per le letture.

Prova invidia per il successo del bestseller di Biedermann?

CL: No, al contrario, per me è stato un vantaggio affermarmi tardi come scrittore. Avevo sessant’anni ed ero già nonno quando La fortuna dei Meijer diventò un bestseller. A quell’età si è maturi a sufficienza per non Iasciarsi travolgere.

È preoccupato per il suo giovane collega?

CL: No, no, un amico comune mi ha assicurato che Nelio non si lascerà travolgere. Vi sono però dei casi in cui si insegue il successo per una vita, e ciò finisce per essere distruttivo.

NB: Sono consapevole che un successo del genere sia possibile solo per un concorso di diverse circostanze. Non basta scrivere un buon libro, è necessaria anche una buona casa editrice, il libro deve essere preso in considerazione, bisogna azzeccare il momento esatto – e, naturalmente, serve anche un po’ di fortuna.

Come si scrive un bestseller?

CL: Se lo si sapesse, lo si potrebbe fare. Il libro deve cogliere lo spirito del tempo, essere convincente dal punto di vista letterario e uscire al momento giusto; solo così potrà avere successo

Quando si è reso conto che Lázár era diventato un caso?

NB: C’è voluto un po’ di tempo. Anche dopo la vendita dei diritti a venti Paesi, ancora pensavo: bello, ma non per forza significa che la gente leggerà il libro. Un momento chiave è stato sicuramente il primo ritratto sul giornale «Die Zeit». L’ho comprato al chiosco a Zurigo e, una volta sul tram, mi sono letto l’articolo con la mia foto in formato gigante. Era tutto molto surreale.

Come ha imparato il mestiere?

NB: Dapprima attraverso l’imitazione. A sedici anni ho cominciato a scrivere racconti imitando lo stile dei miei autori preferiti. A un certo punto, dopo due o tre anni, piano piano ho trovato la mia voce. L’importante è essere costanti giorno dopo giorno.

CL: La scuola di scrittura più dura per me è iniziata quando me ne sono andato dalla televisione e sono diventato un autore. All’epoca dovevo scrivere ciò che mi chiedevano le riviste, ad esempio racconti gialli della lunghezza di una pagina: otto cartelle. Ogni giorno scrivevo una storia nuova, spesso cambiando stile. Ci ho vissuto per due anni – imparando molte cose.

Come vi piace scrivere?

CL: Sempre nello stesso posto e alla stessa ora. Inizio alle nove in punto e lavoro fino alle 11.45. Poi cucino e mangio, mi sdraio per mezz’ora, bevo un caffè e ricomincio a scrivere alle 14 in punto. E questo sette giorni alla settimana… molto piccolo borghese.

NB: Scrivo ogni giorno, ma non a orari fissi. Dipende da quando ho tempo. Questa flessibilità mi è molto utile, perché sono spesso in viaggio.

Cosa vi concedete quando scrivete?

CL: Quando sono nel flusso creativo è un momento fantastico, e non ho bisogno di concessioni.

NB: Nel migliore dei casi non ho alcuna voglia di interrompere…

CL: Vogliamo svelare il nostro sporco segreto?

Prego…

CL: Scrivere ci diverte!

Molti autori affermano di soffrire.

NB: Le due cose non si escludono. Scrivere può essere difficile e impegnativo – un po’ come lo sport. Eppure è incredibilmente arricchente.

CL: È come quando si fa una scalata: chi vuole salire in cima deve prendere in considerazione il mal di muscoli.

Entrambi vi siete cimentati nel romanzo storico. È più facile scrivere del passato?

NB: Credo di sì. Il passato ha il vantaggio di essere chiuso. Le linee generali sono definite e c’è un rischio minore che la prospettiva cambi improvvisamente, questo infonde una certa sicurezza.

CL: Per me è anche una questione di età: non ho la minima idea di come parlino i giovani di oggi. Se scrivo del passato, posso inventarmi un linguaggio, purché risulti credibile.

Quale grado di libertà letteraria è consentito rispetto al passato?

CL: Esistono dei confini chiari. Me ne sono accorto quando ho scritto il romanzo Gerron, il cui protagonista è un attore ebreo durante il periodo nazista. Sono riuscito a scrivere del ghetto di Theresienstadt, anche se è stato doloroso. Di Auschwitz invece, non avrei potuto scrivere, impossibile.

È successo anche a lei, Nelio Biedermann?

NB: Sì, mi sono sentito responsabile rispetto alle storie e alle persone. In particolare nei difficili capitoli sulla deportazione degli ebrei ungheresi ho fatto molta attenzione al tono e ho fatto delle omissioni.

CL: Noi ci caliamo nei nostri personaggi. Una volta mia moglie si è infastidita perché ha visto che, mentre scrivevo, continuavo a passarmi il braccio sul viso, ora a sinistra, ora a destra. In realtà volevo solo ricreare la frase: «Chanele si stringe il braccio alla testa».

NB: Sono movimenti che faccio anche io! Cerco di immaginarmi esattamente come sta in piedi un personaggio o quale gamba accavalli sull’altra. Per il lettore magari ha poca importanza, per me invece no.

CL: Un cattivo libro si riconosce dalle frasi stereotipate e dalle parole prevedibili. A quel punto è chiaro: l’autore non ha lavorato di immaginazione, ma ha semplicemente seguito la lingua nella sua forma classica.

Ciò sa un po’ di IA. Avete paura di diventare superflui?

CL: No, non ci dobbiamo preoccupare. Attraverso ogni libro tentiamo qualcosa di nuovo e inventiamo una nuova lingua – l’IA questo non lo può fare.

Usate l’IA nei vostri libri?

NB: Di tanto in tanto per qualche ricerca superficiale, ma non per scrivere.

CL: Io la uso spesso, ma con delle regole molto chiare. Non può propormi formulazioni. E mi deve dare del lei.

Nelio Biedermann, lei scrive a mano, perché?

NB: Il mio primo libro l’ho scritto sul computer. Ogni volta che mi bloccavo, però, riuscivo ad andare avanti solo scrivendo a mano. Da allora, scrivere a mano fa parte del mio processo creativo.

CL: E riesci a decifrare la tua scrittura?

NB: Sì, ma solo io. Questo è pratico, perché posso lasciare il manoscritto ovunque.

«Lo scrittore non teme nulla più della felicità», afferma il narratore in Lázár. Condivide questa affermazione?

NB: Perché dovrei temere la felicità personale? Resta un fatto che è veramente difficile scrivere di persone felici: c’è troppo poco da raccontare.

CL: Non si possono confondere gli autori con i loro libri! Con mia grande vergogna, devo ammettere di essere una persona felice. Sto con la stessa donna da 60 anni, ho due figli che mi piacciono e mi godo i miei nipoti. Questo però non significa che i miei personaggi debbano per forza essere felici.

NB: Credo che si scriva meglio quando si sta bene e non si è tormentati dalle preoccupazioni.

Quali sono i vostri prossimi traguardi?

CL: Dal mio cinquantesimo compleanno ogni dieci anni i miei figli mi regalano una foto di loro incorniciata, la più recente l’ho ricevuta per i miei 80 anni. Mi piacerebbe appenderne un’altra!

NB: Grazie a Lázár ho già raggiunto molti dei traguardi che mi ero messo per i prossimi 20, 30 anni. Il mio traguardo più importante è di rimanere fedele a me stesso e di scrivere solo di ciò che mi sembra giusto. La scrittura è senza dubbio al primo posto.

CL: Prima o poi si trova il proprio compagno di vita, e a quel punto la scrittura passa in secondo piano.