Circolano sulle autostrade (e sulle strade) d’Italia migliaia di mastodontici tir. Guidando le nostre scatolette di lamiera, minuscole al confronto, a volte malediciamo la colonna di mostri che ingombra la carreggiata di destra. Li guidano quasi al 100% autisti maschi. Issati nella cabina, a volte accompagnati da un secondo pilota, al volante per migliaia di chilometri. Indubbiamente inquinano, e sconquassano asfalto e viadotti, ma l’Italia fece la scelta scellerata di favorire il traffico e il commercio su gomma, e ne è tuttora dipendente. Quando anni fa i camionisti scioperarono, le merci smisero di affluire nei mercati e nei supermercati, e tutto si bloccò. Dunque in qualche modo sono lavoratori socialmente utili.
Quando si usava ancora l’autostop mi hanno dato passaggi, ho condiviso qualche tappa dei loro itinerari. Altri tempi. In questi ultimi anni, li ho solo sfiorati negli autogrill. Ho incontrato invece l’uomo che chiamerò Luan mentre eravamo fermi in Ticino, poco prima del tunnel del Gottardo. Non ricordo per quale ragione l’accesso fosse stato chiuso. Scendemmo tutti – brontolando – dai rispettivi mezzi. Io, da una Yaris maggiorenne, provata dal lungo viaggio (stavo andando a Zurigo per un semestre di insegnamento di letteratura italiana al Politecnico). Lui saltò giù dal predellino del suo mostro. S’accese una sigaretta, e poiché io non trovavo l’accendino, mi avvicinai.
Trasportava prodotti farmaceutici. Aveva caricato in un magazzino dell’Emilia-Romagna, regione nella quale risiedeva, ed era diretto ad Hannover. Non era neanche a metà strada. Viaggiava solo. Mai avuto un incidente o un colpo di sonno. Il mio – rivendicò – è il mestiere più bello del mondo. Nonostante la fatica, mentale e anche fisica, della guida. Nonostante gli imprevisti, gli inconvenienti, i guasti, i cantieri, i nubifragi, il costo del carburante, i litigi coi fornitori, i ritardi dei pagamenti. Ma era indipendente, poiché il mezzo era suo. Fra dieci anni, quando smetto, disse, lo piazzo nel pezzo di terra che mi sono comprato, sui colli di Modena, e lo trasformo in una casa mobile. Aveva quarantacinque anni e li dimostrava tutti.
In Italia era arrivato, come migliaia di suoi connazionali, in gommone. L’Albania dista una settantina di chilometri dalla costa adriatica, e una notte del ’95, quasi al culmine dell’esodo silenzioso della sua gente, con una decina di compagni, tutti operai disoccupati, aveva pagato l’obolo a un’organizzazione e tentato la sorte. In Italia bastava entrare, poi le cose si sistemano – fra sanatorie e condoni. Aveva ventitré anni, e la famiglia in un villaggio di montagna. Trovò subito lavoro nell’edilizia, come muratore. Ma aveva un carattere fumantino. Non tollerava rimproveri, frodi o soprusi. Se qualcuno alzava la voce, perdeva la testa.
Una sera aveva litigato col caposquadra, e l’aveva accoltellato. In quegli anni il pregiudizio voleva non integrabili gli immigrati albanesi – nonostante fossero europei e mediterranei, spesso conoscitori della lingua e affascinati dalla cultura italiana, un popolo affine e legato al nostro da una tragica storia comune. Le albanesi, stigmatizzate (più di rado compiante) come vittime della tratta, gli albanesi maschi, violenti, pericolosi e potenziali criminali.
Nel frattempo però Luan, incensurato, era diventato un immigrato con regolare permesso di soggiorno – apprezzato sia nella sua comunità sia nella cittadina in cui aveva demolito tramezzi e restaurato case e alberghi –, sicché se la cavò con una condanna lieve. Nel cortile della prigione il camion frigo consegnava gli alimenti necessari a quell’alveare umano. Dalla cella, lui aveva osservato ogni manovra, e aveva invidiato l’autista. Quando uscì, si presentò a una ditta di traslochi e lo presero come sostituto.
Tutta l’Europa ha attraversato, prima da secondo, poi da pilota – finché si è messo in proprio e ora la ditta di trasporti è sua. Secondo le statistiche, la comunità albanese è la seconda più numerosa, la più «mimetizzata» e con un’alta percentuale di successo. Dormo nelle piazzole, piscio al vento e mangio panini, mi disse Luan, sorridendo. Ma fra il carico e lo scarico sono solo e non ho nessun padrone. Il mio «bisonte» mi ha reso libero.