Sono passate poche settimane dalla finale della Coppa del Mondo di calcio. Sono ancora vive le immagini di Rodri che alza la coppa al cielo di New York, così come quelle di Paredes che a fine partita dispensa pugni e calci a destra e a manca, e di Gianni Infantino che tenta di portare via Donald Trump dalla foto che immortala il godimento totale degli Spagnoli. Proprio non ce la fanno a rimanere lontani dai riflettori!
E ancora, il presidente USA, tra un attacco aereo e l’altro, si inventa la candidatura del boss della FIFA quale Segretario generale dell’ONU. A sua volta, l’avvocato Italosvizzero guarda già avanti, a un progetto ambizioso e plurimiliardario di partenariato con investitori privati per la gestione della Coppa del Mondo. Gianni, dopo aver volato per sei settimane nei cieli delle Americhe, non crede che qualche giorno di vacanza le farebbe bene? Ma non voglio cadere nel tranello e non le concedo un solo metro quadrato di palcoscenico in più. Tanto so che dei suoi fantasiosi e lucrativi progetti si parlerà ancora a lungo.
Col Tour de France già concluso, secondo copione col dominio del folletto sloveno Tadej Pogačar, e con il nostro delfino Noè Ponti ancora impegnato agli Europei, mi restano però poche alternative. Fra le poche, guarda caso, ancora il calcio. Quello di casa nostra.
Prendo lo spunto dalla polemica innescata da Mattia Bottani nei confronti della società in cui è cresciuto e di cui ha vestito la maglia dal 2008 allo scorso maggio, a eccezione di una sola stagione giocata con il Wil. Il Capitano è stato un uomo-bandiera del FC Lugano. Oltre 300 partite in bianconero con 40 reti all’attivo. Non molte, lo riconosco, compensate tuttavia dalla bellezza del gesto tecnico quando si incuneava nelle difese avversarie, palla al piede, con la rapidità di uno scoiattolo. Non è un caso che la società lo abbia promosso a uomo-immagine della campagna abbonamenti per la stagione appena iniziata, la prima nella fiammante AIL Arena. Salvo poi scaricarlo senza appello e senza un’apparente ragione, se non, immagino, quella finanziaria.
Il giocatore, non l’ha digerita. In un’intervista rilasciata al «Corriere del Ticino» se l’è presa col Mister Mattia Croci-Torti, con il quale il rapporto si sarebbe guastato nel tempo. Lo ha colpito sul piano tecnico, affermando che, con il suo budget, il Lugano avrebbe dovuto vincere di più. Lo ha affondato anche nelle sue scelte strategiche, stigmatizzando il fatto che in tutti gli anni sulla panchina del Lugano, il Mister non sia riuscito a portare in Super League un solo giovane del vivaio. Il tecnico del Mendrisiotto ha evitato la polemica affermando che lui è chiamato a curare gli interessi della Società.
Il nocciolo della questione è racchiuso proprio in quest’ultima banalissima ma sacrosanta affermazione. L’allenatore lavora con le risorse che ha a disposizione. Presumo che possa caldeggiare o meno l’ingaggio o il licenziamento di un giocatore, ma in ultima analisi, le scelte operative passano sul tavolo di chi tiene i cordoni della borsa.
Su un aspetto, Bottani ha ragione. In questi anni, l’identità locale del FC Lugano non è emersa. In modo ancora più palese dopo che la Società è passata nelle mani di Joe Mansueto, Gran Patron dei Chicago Fire. Di tutto ciò, dubito che si possano addossare delle responsabilità a Croci-Torti. Sono convinto che sarebbe il primo, e con lui tutta la tifoseria bianconera, a essere iperfelice di allenare un Lugano come quello degli anni Sessanta, o quello degli anni Ottanta. Ma è impossibile. I tempi sono cambiati profondamente.
Scartabellando tra i calendari dei cinque campionati svizzeri interregionali – dalla Super League alla Seconda Inter – ho scoperto un dato interessante. Il cantone rappresentato dal maggior numero di squadre è Zurigo, con 14 club. E fin qui nulla di strano. Ma sapete chi c’è al secondo posto? Il Ticino, con 11 società. Molto più lontani Vaud e San Gallo con 6, Lucerna, Svitto e Berna con 5. Ciononostante il dopo Behrami-Gavranovic è stato caratterizzato da una presenza scarsissima di giovani talenti «ticinesi» nelle due massime categorie. Un fenomeno che, mi sento di affermare serenamente, non è imputabile a Mattia Croci-Torti.
Forse qualcuno, partendo da questo dato curioso, tenterà di porre rimedio a questa anomalia. Sono tuttavia convinto che la gente desideri una squadra vincente. Ad esempio, il Como di Cesc Fàbregas ha scatenato l’entusiasmo dei Lariani senza un solo italiano nell’11 base. Se nell’organico del Lugano tornassero Brenna, Gottardi, Zappa o Colombo, sarebbe semplicemente un bonus che, magari, porterebbe allo stadio qualche spettatore in più. A condizione che vincano.