Il Ticino Underground di Roberto Raineri-Seith

by azione azione
12 Agosto 2026

Un viaggio della new wave di casa nostra per scoprire una realtà di musica, atelier e scantinati creativi

«Se gli anni 80 eran tanto tempo fa… cos’è l’eternità?», cantavano nel 1991 gli Ustmamò in un divertissement scritto insieme a Stefano Benni. E devo ammettere che, per me, nato nel 1984, quella manciata di anni compressa fra la scoperta del virus dell’HIV e la caduta del Muro di Berlino, dà davvero l’impressione di appartenere a un’altra era. Forse è anche per questo che Ticino Underground. Arte, moda e sbraghi negli anni della new wave, il nuovo saggio dell’artista transmediale, fotografo e pioniere della musica elettronica Roberto Raineri-Seith, pubblicato dall’Istituto Editoriale Ticinese, è stata una scoperta sorprendente.

Il racconto prende avvio nell’estate del 1980, quella della strage di Ustica e della bomba neofascista alla stazione di Bologna, per accompagnare il lettore dentro un decennio straordinario. Un periodo che, al netto di una comprensibile nostalgia per i bei tempi andati, sentimento che attraversa tutto il volume, appare davvero irripetibile per sperimentazione ed edonismo. Il centro del racconto è la new wave in salsa ticinese: quella costola più melodica e ballabile del punk che mescolava attitudine ribelle, sintetizzatori ed elettronica. Ma questa nuova onda non è solo intesa come stile musicale: almeno in Ticino, era anche un modo per prendere le distanze dalla generazione dei «fricchettoni», dal rock classico e dal cantautorato italiano, cercando di costruire nuovi immaginari. Raineri-Seith dà forma a un caleidoscopio di ricordi personali, testimonianze e documenti d’epoca. Fotografie, volantini, ritagli, ma anche preziose registrazioni audio tratte dal suo archivio personale, che condivide caricandole sul «tubo», YouTube, nel lessico dell’autore. Fra le chicche spicca una registrazione pirata del concerto di un giovanissimo Battiato ad Ascona nel febbraio del 1982, realizzata grazie a un registratore introdotto clandestinamente in sala da Desio Rivera.

Raineri-Seith ci accompagna dentro una geografia ormai quasi scomparsa fatta di atelier, cantine, spazi improvvisati e luoghi di aggregazione che oggi, schiacciati fra normative antincendio e intolleranza istituzionale, sembrano inconcepibili. Fa impressione rendersi conto che quasi tutti i luoghi raccontati nel libro oggi sarebbero semplicemente illegali: spazi precari che permettevano una libertà difficilmente riproducibile. Il libro però racconta anche quei locali che all’epoca gli undergrounder liquidavano come «commerciali», con quello che l’autore definisce uno «spocchioso massimalismo». Fra tutti, la discoteca Morandi di via Trevano a Lugano, «autentico tempio della movida sbroja». Quelli della new-wave erano «alieni» rispetto al resto della fauna giovanile ticinese. E mi si perdoni se continuo a usare lo slang dell’epoca, abbondantemente recuperato nel libro e che oggi suona irresistibilmente boomer. Da una parte c’erano i «fricchettoni che giravano con il mozz, tifavano Ambrì-Piotta e ascoltavano Vasco Rossi»; dall’altra questi ragazzi vestiti di nero, con pettinature improbabili e i primi Walkman Sony nelle orecchie. «Piuttosto ganzi» e decisamente avvantaggiati nel «broccolo con le sbarbine», almeno secondo l’autore.

A Lugano, «forse la città meno provinciale del Ticino», si sviluppa una piccola ma vivace scena costruita attorno a un manipolo di creativi. Tornano spesso i nomi di Pier Poretti, influencer ante-litteram, e del fotografo Edo Bertoglio, partito da Viganello per conquistare la New York della Factory di Andy Warhol. Ma soprattutto c’è la storia della fanzine (da fan e magazine) autoprodotta «T-ribalta», fondata nel 1978 e sopravvissuta per sette numeri prima di spegnersi «per inedia». Interviste, recensioni, fotografie e contributi di giovani grafici e artisti usciti dalla CSIA. Oggi la collezione completa della rivista è conservata all’Archivio cantonale, ma molte delle firme e dei volti che popolavano quelle pagine non ci sono più, travolti dalle droghe, dall’AIDS o, semplicemente, dal passare del tempo. Nel Locarnese, terra dell’autore, il cuore pulsante era invece la Cantina Beretta: una vera cantina adattata alla bell’e meglio per concerti, feste e momenti conviviali (chiamiamoli così). Poi l’atelier di via Luini 20, la Casa Bacilieri, dove suonarono, per pochissimi fortunati, i Dinosaur, e soprattutto la mitologica discoteca Le Stelle di Ascona, aperta dal 1978 al 1992 e ispirata al newyorkese Studio 54. Anche Chiasso inalò la sua dose di new wave, lasciando in eredità una quantità impressionante di musicassette che oggi fa gola ai collezionisti. Nei sotterranei del modernissimo centro commerciale Serfontana, inaugurato nel 1974 e anch’esso figlio coerente di quell’epoca, provavano i Dead Relatives di Ligornetto, autentica porta spalancata sugli inferi del Mendrisiotto, capaci di scandalizzare i benpensanti del «Giornale del Popolo».

C’è poi il racconto delle serate alcoliche. Molto meno interessati a canapa ed eroina (roba da fricchettoni), i new wavers ticinesi sembrano preferire birra, vino e superalcolici. Si parla di self cutting modaiolo – un gesto autolesionista che mescolava disagio esistenziale e generava cicatrici dannatamente cool – di amplessi disimpegnati, di musica sparata a volumi impossibili. E, soprattutto, dei leggendari depro-party, feste lungo il fiume, spesso sotto il ponte della Maggia: grigliate post-punk ad altissimo tasso alcolico, «omelette gastriche» memorabili che terminavano con l’arrivo dell’ambulanza per raccogliere gli sfortunati finiti in coma etilico.

Nelle pagine finali Raineri-Seith prova anche a tracciare una genealogia dell’underground ticinese, cercando di capire quanto quella stagione abbia influenzato il presente. Alcuni fili sono evidenti: l’occupazione dei Molini Bernasconi, la nascita di molte esperienze associative e culturali, festival che hanno cambiato nome e forma, ma continuano a portarsi dentro una sensibilità chiaramente post-punk. Ticino Underground non è un saggio storico, somiglia a una lunga tirata alcolica ai tavolini del Pedro. Una di quelle conversazioni in cui si alternano ricordi lucidissimi, iperboli, voli pindarici e aneddoti così incredibili da sembrare inventati. Non pretende di essere definitivo né esaustivo, ma restituisce l’energia caotica di una stagione in cui sembrava ancora possibile costruire mondi nuovi partendo da una cantina, un atelier o una discoteca. Un libro che arriva al momento giusto. Perché alimenta una discussione più che mai attuale: quella sugli spazi per la cultura indipendente, che in Ticino oggi, proprio come allora, continuano a mancare. Infine, un plauso va a IET e a Casagrande che, con la collana Storie di qui, sta contribuendo a raccontare il territorio da prospettive insolite.