La perdita quasi silenziosa dei giganti africani

by azione azione
5 Agosto 2026

Mentre il nostro vecchio continente va letteralmente a fuoco, c’è un fenomeno non così noto che riguarda i più grandi alberi africani, ovvero i baobab. Nell’immaginario europeo o forse addirittura del cittadino occidentale, l’Africa è divisa tra foreste fittissime, tra gli ultimi possibili avamposti di qualche civiltà tribale, enormi deserti, minuscole oasi e carovane di cammelli, città vaste circondate da bidonville, resti architettonici o statuari di antiche civiltà tramontate, e savane, vaste pianure dove ancora migrano animali da documentario. Proprio dove gli elefanti si spostano per centinaia di chilometri, affiorano in lontananza giganteschi alberi che avvicinandosi mostrano la loro dimensione monumentale: non tanto in altezza, difficilmente infatti i baobab maggiori superano i 25 metri, ma di certo in circonferenza dei tronchi, con 20 e 30 metri di architettura solida, inamovibile, maestosa!

La specie, Adamsonia digitata, fu scoperta da Michel Adamson che, nel 1750, sbarcò in Senegal e iniziò a nutrirsi di tutta l’inimmaginabile natura che vi trovò, oltre che dei bellissimi uomini e donne, a partire dai griot che raccontano le storie leggendarie della propria ricca tradizione orale. Sarà lui a descrivere per primo questi alberi, ma quando ritornato a Parigi, proverà a parlarne ad accademici e scienziati, verrà deriso e dovrà accettare ostracismo e povertà. A fare un minimo di giustizia ci penserà il botanico svedese Carlo Linneo che dedicherà il nome della specie all’Adamson. Per i più curiosi esiste un romanzo che parla di questo viaggio, La porta del non ritorno, lo ha scritto David Diop nel 2021, pubblicato alle nostre latitudini da Neri Pozza, due anni più tardi. Venticinque anni prima di Diop, uno storico irlandese col pallino della natura e degli alberi millenari, al secolo Thomas Pakenham, classe 1933, alias Thomas Francis Dermot Pakenham, ottavo Conte di Longford, nientemeno, si era messo a girare il globo per documentare i grandi alberi del pianeta, compilando due libroni – Meeting with Remarkable Trees (1996) e Remarkables Trees of the World (2002) – che furono tra i primi bestseller mondiali dedicati a questo tipo particolarissimo di natura; di libri sui più grandi testimoni arborei del tempo se ne sono scritti molti, ma nessuno aveva probabilmente raggiunto questo livello di diffusione grazie anche a un rinnovato interesse editoriale, e poi alla facilità di divulgazione della televisione, e infatti al Pakenham venne affidata una serie di documentari ad hoc. Pakenham ci mostrava alcuni dei giganti africani: dal famoso baobab-osteria di Klaserie in Sudafrica ai due giganti del Botswana, il Chapman’s Tree e il Green’s Tree, ai meno noti baobab australiani, quali il Prison Baob e il Dinner Tree di Derby, fino ai baobab danzanti di Toliara in Madagascar.

Nel corso degli ultimi due decenni i maggiori baobab si sono letteralmente aperti, scosciandosi, e rovinando a terra. Non esiste una ragione comune che scientificamente ci spieghi perché ora, e perché insieme, se non un effetto dell’accelerazione del cambiamento climatico. Il Chapman’s Tree, così chiamato in ricordo della visita dell’esploratore e cacciatore James Chapman, datata 10 luglio 1852, era alto 22 metri e aveva una circonferenza del tronco massima di 25.90 metri. La sua struttura composta di sei tronchi ha improvvisamente ceduto nel 2016. I successivi studi hanno rivelato che le crescite appartenevano a tre distinte generazioni: 500-600 anni, 800-1000 anni e 1350-1400 anni. Il Sunland Baobab della provincia di Limpopo, in Sudafrica, era alto 22 metri e ostentava una circonferenza del tronco pari a 47 metri! Nel 1993 i proprietari vi avevano allestito all’interno un pub che poteva ospitare fino a 60 persone, mantenendo una temperatura media di 22 gradi centigradi. Una serie di cedimenti lo hanno abbattuto tra il 2016 e il 2017. Il Glengoe Baobab a Segole, ancora nella provincia di Limpopo in Sudafrica, era alto 17 metri e aveva un tronco largo 15.90 metri, era considerato il secondo più ampio baobab del mondo ma è caduto nel 2009. Anche in questi casi la morte ha facilitato lo studio del loro dna e la datazione, attraverso il metodo del carbonio radioattivo, ottenendo età che variano dai 1000 ai 1835 anni, e confermando che, negli esemplari più vasti, coesistono diverse generazioni: le più vetuste appunto millenarie, le più giovani di pochi secoli.