Chi sale al nido, chi si nasconde nella tana

by azione azione
5 Agosto 2026

«Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto» (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XX).

Anche se abbiamo qualche difficoltà a immaginarlo bambino, possiamo scommettere che l’Innominato quand’era piccolo costruiva capanne sugli alberi per usarle come nidi e dominare il mondo dall’alto. Il bambino don Abbondio invece progettava tane e si nascondeva negli armadi e nelle cassapanche, o sotto il tavolo della sala dopo aver fatto scendere fino a terra pesanti tovaglie o coperte.

Qualcuno, più fortunato, riesce a fabbricarsi un nido che è anche tana. Mantova, settembre 1997. Per la seconda edizione del Festival della Letteratura mi affidano la conduzione dell’incontro con Mario Rigoni Stern nel meraviglioso Teatro Scientifico del Bibbiena. Mi aggrego all’auto che lo va a prendere, per sfruttare l’occasione per visitare la casa dello scrittore. Rigoni Stern è lusingato dal mio desiderio: quella casa l’ha costruita con le sue mani. Tempo addietro il regista Ermanno Olmi, recatosi ad Asiago per prendere accordi per la realizzazione de I recuperanti, vide quella casa e se ne innamorò a tal punto da costruirne una uguale davanti a quella dello scrittore dove si trasferì con tutta la famiglia. Lo studio del padrone di casa si trovava nella mansarda, dalla quale si godeva un paesaggio mozzafiato; c’era un solo modo per accedervi, una scaletta interna molto scoraggiante. Esempio perfetto e da me invidiato di tana/nido.

Il bisogno di un rifugio accomuna l’uomo agli animali; resta da vedere quali caratteri svela la preferenza per il nido o per la tana. Italo Calvino è scrittore di nidi (Il barone rampante) e Franz Kafka di tane (Nella colonia penale). Si può azzardare l’ipotesi che prediligano il nido coloro che vogliono stare in alto e avere la possibilità di dominare con lo sguardo l’orizzonte. Il sogno della tana è coltivato da chi si sente più al sicuro se riesce a sparire, a non farsi rintracciare, erigendo pareti e muri dietro i quali nascondersi.

Isaiah Berlin traduce i concetti di tana e di nido con le immagini di due animali: Il riccio e la volpe in un mirabile saggio del 1953. Il Riccio, al sicuro nella sua tana, tende a interpretare il mondo attraverso un’unica grande idea unificante. Sono ricci Fëdor Dostoevskij, Proust, Marx. La Volpe, dall’alto del suo nido ha una visione molteplice e frammentata del paesaggio, è disposta a lasciarsi mettere in discussione da nuove interpretazioni. Fra le volpi troviamo Shakespeare, Goethe, Balzac, Virginia Woolf.

E Tolstoj dove lo collochiamo? Per indole artistica è una Volpe perché riesce a cogliere una molteplicità infinita di dettagli. Ma vorrebbe tanto essere un Riccio perché desidera disperatamente trovare un unico principio morale che spieghi e guidi tutto. Ricordiamo lo scrittore Nico Orengo, direttore del supplemento «Tuttolibri» della «Stampa», rintanato nel suo ufficio, seduto di traverso dietro una scrivania ricolma di torri di libri e di giornali, in equilibrio precario, sempre sul punto di franare a terra. Nel cinema, quando si vuole connotare l’intellettuale, lo si colloca in un antro semibuio circondato da mura di libri e di oggetti vari.

I Ricci sono in maggioranza: è sufficiente visitare l’open space di una casa editrice per constatare con quanta ingegnosità gli addetti abbiano personalizzato il loro cubicolo-tana. Il bisogno di ritrovarsi in un ambiente famigliare dove rintanarsi al termine di una giornata trascorsa in un paese lontano, ha indotto i progettisti delle grandi catene di alberghi a realizzare stanze identiche. E come non evocare le immagini dei servizi televisivi sulla cattura dei boss della mafia latitanti da decenni, con la telecamera che mostra quei rifugi che avrebbero dovuto rendere introvabili i loro ospiti? Tana o nido: i dittatori, al culmine della parabola del loro potere, si fanno costruire il nido d’aquila. Il più famoso resta quello di Adolf Hitler, a Berchtesgaden. Che finì poi i suoi giorni nella tana: il bunker nella cancelleria di Berlino.

Invece il messaggio evangelico ci esorta ad abbandonare la casa sicura, il patrimonio accumulato, le abitudini consolidate, i comportamenti approvati da tutta la comunità: non a caso il biblista Andrea Fontana intitola il suo libro di meditazioni Né tane né nidi.