Marcinelle, la catastrofe degli emigranti italiani

by azione azione
29 Luglio 2026

Settant’anni dopo la tragedia del Bois du Cazier, che costò la vita a 262 minatori, una nuova edizione del libro di Paolo Di Stefano e uno spettacolo teatrale – in arrivo anche al LAC – ne tengono viva la memoria

L’intenso libro testimoniale di Paolo Di Stefano, La catrastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956 (Sellerio) restituisce memoria alla più grave tragedia dell’emigrazione italiana: l’incendio divampato a 975 metri sottoterra nella miniera belga del distretto carbonifero di Charleroi per la colpevole assenza di misure di sicurezza: 262 morti, di cui 136 immigrati italiani, lasciando nello sgomento e nella rabbia le vedove, gli orfani e i lavoratori superstiti, e, ancora oggi, in un incessante dolore gli ultimi testimoni rimasti. In libreria per l’imminente settantesimo anniversario della sciagura, il romanzo epico corale si ripresenta in un’edizione accresciuta, con l’aggiunta di quattro capitoli e nuove testimonianze.

L’incendio ha causato 262 morti, di cui 136 lavoratori italiani

«Sono morti quasi tutti» – avverte ora Di stefano. A 15 anni dalla prima edizione apparsa nel 2011, l’autore riconduce il lettore in quel contesto storico di assoluta povertà del secondo dopoguerra, offrendo un supplemento di indagine sulle circostanze e le cause, ad oggi ancora non del tutto acclarate della catastrofe dei minatori, di «chi ha dato la vita per il lavoro». I quattro capitoli aggiuntivi sono dettati anche da una chiara urgenza, dipanandosi su un asse temporale a più ampio spettro, raggiungendo le soglie del nostro presente: tra i testimoni avvicinati dallo scrittore e che sembrano riemergere dalla fine del mondo, compare un soccorritore bergamasco di 97 anni, il quale ricorda fra l’altro con sorprendente lucidità il nome del collega cui viene attribuita l’origine del rogo infernale e una delle sue tante versioni: quell’Antonio Iannetta, ingabbiatore al pozzo di estrazione, che la mattina dell’8 agosto 1956, forse anche per il fraintendimento linguistico di un ordine ricevuto dai colleghi in superficie (non conosceva il francese, poco l’italiano, parlava solo dialetto) fece risalire dai cunicoli della miniera l’ascensore con un carrello carico di carbone mal posizionato nella gabbia. Una manovra che causò la perdita di olio da una tubatura, la prima scintilla, quindi il disastroso incendio. Anche Iannetta è nel frattempo deceduto, a causa dell’Alzheimer, si apprende ora nella nuova edizione del libro. Dopo la sciagura fuggì in Canada per evitare il linciaggio, rimanendo impunito nell’unico processo celebrato: la deludente azione giudiziaria sortì una sola e lieve condanna ai danni del direttore della miniera carbonifera situata al Bois du Cazier.

L’edizione aggiuntiva de La catastròfa torna pure sullo scellerato patto stretto tra il Governo italiano e quello belga, atto rivelatore dello sconcertante disvalore riservato dalle istituzioni agli emigrati e al lavoro: «uomini in cambio di carbone», l’emigrazione come forma di schiavitù. L’intesa fra i due Paesi prevedeva che per ogni mille operai italiani impiegati nelle miniere, Bruxelles esportasse verso l’Italia 2500 tonnellate di carbone al mese. Di Stefano porta poi alla luce la vicenda che ha investito uno dei minatori morti nel rogo, Enrico Del Guasta, a causa di un turno scambiato e divenuto un tragico destino, ancora più crudele se si pensa che fu un eroe della Resistenza nelle Marche.

Tra fortuna e sfortuna

L’esatto opposto, la scampata morte, era invece la sorte riservata quell’8 agosto 1956 a un altro migrante italiano tornato al Paese di origine per sposarsi. Le parole chiave del romanzo-verità si ripropongono con forza identica nell’edizione accresciuta: lavoro, dignità, sicurezza, emigrazione, patria. L’autore, con maestria, colloca i capitoli aggiuntivi de La catastròfa con i nuovi ricordi della tragedia, conservando intatti la struttura, lo stile e la lingua che avevano punteggiato la prima edizione. Come ho potuto evidenziare nella monografia dedicata alla produzione dell’autore – Avevo due cuori. La catastròfa di Paolo Di Stefano tra reportage e narrativa (Manni, 2022) – un elemento che contribuisce a promuovere a novità La catastròfa, nel confronto con i romanzi precedenti, riguarda la sua dimensione polifonica.

Ad amplificare il racconto concorre la messe di voci narranti rappresentata dai testimoni, che si focalizza coralmente su alcuni tòpoi ricorrenti – soprattutto l’arrivo e il compiersi della vita dei minatori in Belgio, i racconti delle fasi precedenti e successive la sciagura, le circostanze dettagliate dell’incendio all’interno della miniera, l’assenza di misure di sicurezza e il dolore delle perdite.

Minatori in cambio di carbone

Il libro offre una preziosa rappresentazione dell’emigrazione e della memoria di Marcinelle. Nel «primo tempo», ambientato a mezzo secolo dalla tragedia, Di Stefano dà voce ai testimoni attraverso un italiano contaminato dai dialetti d’origine e dai francesismi assorbiti in Belgio, restituendo sulla pagina un’oralità autentica e originale. Nei quattro capitoli aggiuntivi, basati su testimonianze raccolte più recentemente, emergono nuove voci e nuove sfumature linguistiche: significativa, ad esempio, quella del soccorritore bergamasco Lino Rota che, tornato da tempo nel paese natale, si esprime in un italiano ormai molto più vicino allo standard. Intanto, nel settantesimo anniversario di Marcinelle, le voci della tragedia approderanno a teatro: l’adattamento de La catastròfa di Di Stefano, per la regia di Riccardo Frati, con interpreti l’attore Leonardo De Colle e la cantante Etta Scollo, sarà messo in scena a settembre al Piccolo di Milano e al LAC di Lugano.