Perla, unguento, o scarto

by azione azione
29 Luglio 2026

Filosofia del sudore: dall’antico gloios alle metafore letterarie, un viaggio nella storia di una sostanza che oscilla tra disgusto e prestigio

Come mai l’espressione «fronte imperlata di sudore» è considerata di cattivo gusto o, detto altrimenti, kitsch? L’immagine ricorre spesso in contesti di scrittura popolare, e con il tempo è diventata talmente inflazionata che, ancora oggi, uno scrittore anche solo un po’ avveduto sa che usarla potrebbe costargli molto caro. Ma allora perché l’espressione è stata impiegata per tutto questo tempo, e come mai molti scrittori improvvisati, ancora oggi, non solo ne sono affascinati ma, usandola, credono di fare buona cosa? E poi perché scomodare delle prosaiche gocce di sudore elevandole allo statuto di perle preziose quando, al supermercato, file di deodoranti ci consigliano di prevenire qualsiasi alone che possa, anche lontanamente, evocare la vischiosa presenza del sudore? Si potrebbe forse obiettare che, sotto sotto, l’immagine della fronte imperlata di sudore presenti dei pregi formali e stilistici: ma quali?

Nell’antica Greciail sudore degli atletiveniva raccolto, vendutoe impiegato perfinocome rimedio medico

Domande che ci rimandano alla definizione del termine kitsch ma che, al tempo stesso, ne sottendono un’altra: il sudore è sempre considerato materia di scarto, manifestazione indesiderata della nostra fisiologia, oppure racchiude un senso e un valore che lo riabilita al di là della disapprovazione sociale di cui è oggetto? L’allusione letteraria da cui siamo partiti ci porterà a parlare del modo in cui il sudore, nello sport e nell’esercizio fisico, è considerato non come fonte di vergogna ma come una risorsa. Tanto che, a volte, può diventare incredibilmente prezioso. Anche se, forse, le perle non c’entrano.

Non ho idea se gli autori classici descrivessero gli atleti come valorosi uomini con la fronte imperlata di sudore, ma quel che è certo è che – come risulta da diversi scrittori della Grecia classica e dell’antica Roma, come Dioscoride, Plinio il Vecchio e Galeno – nell’antichità classica il sudore degli atleti era considerato merce pregiata. Lo racconta lo scrittore e fotografo Bill Hayes nel saggio Sudore. Una storia dell’esercizio fisico (Il Saggiatore, 2025), un’interessante indagine su come le epoche storiche abbiano trasformato senza punto intaccare la centralità di cui le pratiche e la cultura del corpo hanno goduto durante i secoli.

Racconta Hayes che, nell’antichità classica, «dopo una gara o un semplice allenamento, gli atleti raschiavano via dal proprio corpo l’olio insieme al sudore accumulato, e lo infilavano in piccole ampolle con un utensile di metallo ideato apposta per questo scopo, con la forma di un gambo di sedano, lo strigile. La mistura, che aveva probabilmente un odore cattivo, veniva chiamata gloios, ed era considerata talmente preziosa che c’era addirittura chi la raccoglieva dalle pareti delle saune su cui erano appoggiati gli atleti, lasciando con il corpo delle tracce di sudore».

Il commercio del sudore, continua Hayes, rappresentava una discreta fonte di reddito per le palestre che lo praticavano, anche perché si pensava che contenesse l’essenza dell’aretè, quell’eccellenza di cui gli atleti, ancora prima dei filosofi, erano i massimi interpreti. Il sudore non veniva però spalmato come unguento miracoloso per migliorare le prestazioni atletiche; e questo un po’ ci spiazza, perché non asseconda il pensiero analogico che ci è molto familiare.

Quante mamme hanno incoraggiato i propri bambini a mangiare gli spinaci per diventare forti come Braccio di Ferro? E quante volte, anche da adulti, abbiamo acquistato un prodotto specifico perché convinti che avremmo assimilato almeno un po’ della fama, forza, intelligenza o bellezza del noto personaggio che se ne faceva testimonial pubblicitario? Condizionati dal luogo comune che il pensiero analogico sia appannaggio di civiltà arretrate, oppure gloriose ma irrimediabilmente passate, quando in realtà esso è più che mai presente anche nella civiltà ipertecnologica che ci caratterizza, non possiamo che essere stupiti quando scopriamo che la funzione primaria del gloios non era di potenziare la performance altrui. Quell’unguento era destinato a usi e pratiche prevalentemente mediche – alcuni direbbero sciamaniche – e serviva «per curare i disturbi più fastidiosi alle parti intime: emorroidi e condilomi».

Ora che abbiamo rivelato un insospettabile utilizzo medico, ridando dignità e valore a quella secrezione viscosa a cui diamo il nome di sudore, possiamo tornare da dove siamo partiti. Perché, dunque, l’immagine della fronte imperlata di sudore rinvia a un armamentario di immagini kitsch da cui è bene stare alla larga? Per rispondere a questa domanda, conviene ricorrere per un attimo all’etimologia e alla linguistica. Mutuato dal verbo tedesco kitschen (raccogliere spazzatura), verso il 1860 il termine kitsch viene introdotto a Monaco di Baviera per indicare, in ambito artistico, la merce scadente considerata come spazzatura. Nel Ventesimo secolo, il critico d’arte Clement Greenberg formalizza il termine e lo trasforma nel simbolo dell’arte di massa contrapposta all’avanguardia. Dopo di lui, Umberto Eco definisce il kitsch come la «prefabbricazione e imposizione dell’effetto», peculiarità di quelle opere che stimolano, presso il pubblico, una risposta emotiva forzata e preconfezionata.

Il kitsch è, nel migliore dei casi, una scorciatoia e, nel peggiore, una trappola per artisti, spettatori, e lettori che peccano di ingenuità. Il motivo di tanta ingenuità risiede nel tentativo smaccatamente artificioso di trasformare una reazione biologica in un ornamento prezioso. Come se la corporeità, per essere narrata, avesse bisogno di una finzione estetica che la nobiliti ripulendola del suo radicamento terreno. Intendiamoci: la finzione estetica a volte è azzeccata, magari anche necessaria, specie quando esprime quella capacità di trasfigurare che, al di là del facile mito dell’oggettività, rimane una prerogativa della nostra percezione. Ma forse il sudore non ha bisogno di preziosismi, forzature, e perle per rivendicare il proprio valore, perché già racchiude in sé una profonda polisemia: è una mappa biologica dello sforzo, un indicatore di salute e, specie nello sport e nell’esercizio fisico, è garanzia del sacrificio e del superamento dei propri limiti. Svincolato dal cliché letterario, il sudore diventa un linguaggio a sé stante, capace di raccontare, nella sua versatilità, la verità della nostra corporeità.

Che piaccia o meno, sudare è un’attività termoregolatrice vitale. Quando, nell’opera teatrale Un tram che si chiama desiderio di Tenesse Williams, Mitch dice a Blanche «mi vergogno, sudo un sacco. Ho la camicia appiccicata addosso», lei gli ricorda, semplicemente, che «sudare fa bene. Se non si sudasse, si morirebbe in cinque minuti». Uno scambio che dice fin troppo bene il destino ambivalente di cui il sudore, oggi come ieri, si fa veicolo. E se poi qualcuno si ostinasse a impiegare l’immagine della fronte imperlata di sudore – che, va detto, ha avuto il suo momento di gloria nella tradizione poetica cinquecentesca e barocca – forse gli si potrebbe suggerire che le parole, come ogni cosa, se vengono utilizzate troppo, o troppo a lungo, a volte si consumano. Anche il gloios, probabilmente, aveva una data di scadenza, oltre la quale perdeva le sue, vere o presunte, proprietà curative.