Illusioni ottiche e inganni visivi a Casa Rusca

by azione azione
29 Luglio 2026

Opere che non si limitano a mostrare qualcosa, ma fanno prendere coscienza del modo in cui guardiamo ne «L’occhio dinamico. Traiettorie della percezione», a Locarno dal 6 agosto 2026, con vernissage il 5, al 10 gennaio 2027

Esiste una lunga tradizione dell’arte occidentale che interroga lo sguardo dello spettatore, costringendolo a rimettere di continuo in discussione ciò che crede di vedere. Dalle antiche illusioni prospettiche ai trompe-l’œil, dalle anamorfosi ai paradossi spaziali di Escher, fino ai giochi di illusione ottica e alle opere immersive contemporanee, l’arte ha spesso giocato sul modo in cui un’opera viene percepita.

Nella mostra L’occhio dinamico. Traiettorie della percezione – in programma al Museo Casa Rusca di Locarno dal 6 agosto 2026 al 10 gennaio 2027 – i veri protagonisti, infatti, non sono gli artisti, ma i visitatori, che sono chiamati a mettersi in gioco, a spostarsi, interrogarsi e persino a dubitare di ciò che vedono. Il curatore dell’esposizione artistica – nata anche in dialogo con il Locarno Film Festival – è Marco Franciolli, già direttore del Museo Cantonale d’Arte e del Museo d’Arte di Lugano, nonché primo direttore del Museo d’arte della Svizzera italiana (MASI) e curatore e consulente artistico indipendente dal 2018, che ci ha aiutati a esplorare ciò che accomuna arti visive e cinema al di là dei rispettivi linguaggi.

Franciolli, curatore della mostra: «Anche il rifiuto, l’incomprensione o lo spaesamento sono forme di relazione con l’opera»

Marco Franciolli, la mostra segue una sorta di storia dello sguardo invece della storia dell’arte?
In un certo senso sì, perché ho voluto invitare il visitatore a fare esperienza della percezione prima ancora di confrontarsi con categorie, stili o appartenenze. Mi interessavano i fenomeni della percezione e il modo in cui lo sguardo si costruisce, si modifica e viene messo alla prova. In questa prospettiva, le opere non sono state scelte per rappresentare una corrente artistica, ma perché ciascuna, a suo modo, interroga il nostro modo di vedere. La storia dell’arte non è dunque il principio organizzatore della mostra, ma piuttosto uno sfondo che mette in dialogo artisti, epoche e linguaggi diversi intorno a una domanda comune.

Come mai la mostra si appoggia solo alla tradizione occidentale?
Lo sguardo è universale, certo, ma il modo in cui viene interrogato dall’arte cambia molto da una cultura all’altra. In questo progetto ho scelto di concentrarmi sulla tradizione occidentale perché è qui che i fenomeni percettivi hanno assunto un ruolo davvero centrale. Se pensiamo anche solo alla prospettiva rinascimentale o alla lunga ricerca sulla mimesi, vediamo come il tema del vedere e del rappresentare attraversi tutta la storia dell’arte occidentale. Le opere scelte vanno dalla fine degli anni Cinquanta a oggi, momento in cui molti artisti fanno della percezione stessa il cuore della loro ricerca, e tutte mettono in gioco lo sguardo del visitatore invitandolo a interrogarsi su come vede, più che su che cosa vede. Distorsioni ottiche, immagini sorprendenti, sollecitazioni percettive e psico-fisiche ci costringono a rimettere continuamente in discussione le nostre certezze visive. Infine, il tema è vastissimo ed è stato quindi necessario fare una selezione, inevitabilmente personale, e adatta agli spazi di Casa Rusca. In fondo, anche una mostra è sempre il risultato di una scelta di sguardo.

Lei distingue in modo netto il vedere dal guardare, e l’interpretare?
Credo che guardare e interpretare siano, in fondo, inscindibili. Vedere è un atto fisiologico, mentre guardare implica già una partecipazione consapevole: significa soffermarsi, mettere in relazione ciò che percepiamo con la nostra esperienza, la memoria, le aspettative. Così nasce l’interpretazione. Cercare di capire non è qualcosa che avviene dopo: fa parte dell’esperienza stessa dell’opera.

Esiste una soglia oltre la quale l’interpretazione diventa arbitraria?
Non credo. Per me l’essenza dell’esperienza artistica risiede anche nella relatività di ciò che osserviamo. La libertà di interpretazione – o, meglio, le infinite possibilità di interpretazione – è uno degli aspetti più affascinanti dell’arte. Spesso queste possibilità trascendono persino le intenzioni originarie dell’artista, senza per questo tradirle. Un’opera continua a generare significati nel tempo proprio perché entra in relazione con persone, contesti ed epoche diverse. Naturalmente esistono elementi formali, storici e concettuali che orientano la lettura e impediscono che qualsiasi interpretazione abbia lo stesso valore. Ma non credo esista una soglia netta oltre la quale l’interpretazione diventa arbitraria.

Eppure c’è chi può non cogliere alcun senso, o addirittura rifiutarlo dicendo «questa non è arte»?
Può accadere, ed è legittimo. Non tutte le opere stabiliscono un dialogo con tutti i visitatori, e non credo rappresenti un fallimento. Anche il rifiuto, lo spaesamento o l’incomprensione sono forme di relazione con l’opera. Chi dice «questa non è arte», in realtà sta esprimendo un’idea di che cosa l’arte dovrebbe essere. È una reazione che ci parla tanto dell’opera quanto di chi la osserva, delle sue aspettative, della sua esperienza e del suo modo di intendere il linguaggio artistico. Se un’opera suscita una domanda, una discussione o perfino un rifiuto argomentato, ha comunque prodotto un’esperienza. E credo che questo sia uno dei compiti più importanti dell’arte: non tanto offrire certezze, quanto aprire nuove possibilità di vedere e di pensare.

Giona Nazzaro, direttore artistico del Film Festival – nel catalogo in uscita il 5 agosto – definisce Avatar una forma di «videoarte all’ennesima potenza» e si chiede se è ancora cinema solo perché non c’è un’altra parola per dirlo: i confini tra le arti visive stanno scomparendo?
Credo che oggi la terminologia con cui definiamo un’opera o una categoria artistica non abbia più quell’aderenza assoluta che forse aveva in passato. Le parole continuano a essere strumenti utili per orientarci, ma sempre più spesso non riescono a contenere la complessità di ciò che descrivono. La fluidità tra le discipline e i diversi mezzi espressivi non è però un fenomeno contemporaneo: ha radici già nelle avanguardie storiche, che hanno messo in discussione la separazione tradizionale tra le arti, e ha trovato un’accelerazione decisiva con lo sviluppo tecnologico e la nascita di nuovi linguaggi. Nell’arte contemporanea, in particolare, mi sembra sempre più difficile tracciare confini netti tra pittura, fotografia, cinema, video, installazione o performance. Molte opere nascono proprio dall’ibridazione di questi linguaggi. Più che chiederci a quale disciplina appartengano, forse dovremmo domandarci quali esperienze percettive, cognitive ed emotive siano in grado di generare. Il caso di Avatar è interessante perché mette in discussione l’idea tradizionale di cinema: utilizza strumenti tecnologici avanzati, costruisce mondi interamente digitali e coinvolge lo spettatore in un’esperienza immersiva che ha molti punti di contatto con le arti visive contemporanee. In questo senso, più che una scomparsa dei confini, parlerei di una loro continua ridefinizione: le discipline non vengono cancellate, ma si aprono a nuove forme di relazione e di contaminazione.

Si può imparare a guardare in modo diverso un’opera d’arte, una fotografia o persino un film?
Ogni giorno siamo immersi in un flusso ininterrotto di fotografie, video e immagini digitali, al punto che spesso diventa sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è costruito, manipolato o generato. Proprio per questo credo che oggi sia ancora più necessario recuperare una capacità di attenzione e sviluppare un approccio critico allo sguardo. Non si tratta soltanto di vedere di più, ma di imparare a guardare meglio: fermarsi, interrogare ciò che abbiamo davanti, comprendere come un’immagine agisce su di noi e quali meccanismi percettivi e culturali attiva. Le opere presenti in mostra richiedono proprio questo tipo di esperienza. Non sono immagini da consumare rapidamente, ma lavori che chiedono tempo, disponibilità e partecipazione. Molte di esse invitano lo spettatore a sostare, a cambiare punto di vista, a mettere in discussione la prima impressione. Se la mostra può lasciare qualcosa, mi augurerei che sia proprio questa maggiore consapevolezza dello sguardo: la capacità di non subire passivamente le immagini che ci circondano, ma di instaurare con esse un rapporto più attento.