Benessere psicologico ◆ La soft fascination permettere al cervello di riposare, facilitando il recupero delle risorse cognitive e la riduzione dello stress. Il consiglio? Trascorrere più tempo nella natura
Viviamo in una condizione di attenzione quasi permanente, con notifiche, messaggi, informazioni e richieste che ci domandano in continuazione di concentrarci, scegliere e reagire, comportando un costo in termini di affaticamento mentale e difficoltà a recuperare lucidità e creatività. Per nostra fortuna, però, abbiamo a disposizione una risorsa di per sé semplice per ovviare alle conseguenze poco piacevoli di questo ritmo di vita incalzante: la natura, che è infatti in grado di offrire un effetto rigenerante alle nostre menti. Un effetto per il quale può bastare anche un parco urbano, un cortile alberato o la vista su uno spazio verde dalla propria finestra.
Uno dei meccanismi attraverso cui i contesti naturali favoriscono questo recupero è la soft fascination («fascinazione morbida» o «gentile»), un concetto coniato dalla psicologia ambientale e sviluppato negli anni ’80 soprattutto dagli americani Stephen e Rachel Kaplan, nell’ambito dell’Attention Restoration Theory (ART, Teoria del recupero dell’attenzione). Concretamente, la soft fascination si verifica quando qualcosa – come le nuvole che si muovono nel cielo o l’acqua che scorre in un ruscello – cattura la nostra attenzione in modo spontaneo e piacevole, senza richiedere uno sforzo mentale significativo. Quello che succede è infatti che, venendo l’attenzione attirata ma non completamente assorbita, rimane spazio per riflettere, fantasticare, elaborare pensieri e recuperare risorse cognitive consumate da un’attenzione di altro tipo, concentrata e prolungata.
Gaspare Palmieri: «per aiutarsi nella quotidianità suggerisco cose semplici ma concrete, come lasciare il telefono in un’altra stanza per almeno un’ora al giorno oppure fare una passeggiata senza auricolari»
Questo secondo tipo di attenzione viene contrapposto dagli studiosi alla «fascinazione leggera» di cui stiamo parlando con il termine di hard fascination: la forma di attenzione volontaria che usiamo nella quotidianità, quando lavoriamo al computer, leggiamo, ma pure quando seguiamo un’intensa finale sportiva, quando svolgiamo insomma un compito che richiede un certo sforzo cognitivo. Escludendo il pensiero rilassato, la hard fascination ci porta alla «fatica attentiva» di cui parlavamo in apertura, per contrastare la quale può entrare in gioco la soft fascination, con la sua capacità di permettere al cervello di riposare, facilitando il recupero della concentrazione e della chiarezza di pensiero, la riduzione dello stress, e, più in generale, una sensazione di benessere psicologico.
In vacanza quando i ritmi rallentano
E allora, trovandoci in estate, nel periodo delle vacanze per eccellenza, in cui i ritmi rallentano, perché non cercare di attivare maggiormente questo meccanismo e beneficiare così degli effetti positivi ad esso connessi? Per farlo ci viene in aiuto Gaspare Palmieri, psichiatra, psicoterapeuta ed istruttore di mindfulness: «La prima cosa che consiglio è trascorrere più tempo possibile all’esterno, compatibilmente con le temperature ovviamente; l’estate offre infatti un’opportunità straordinaria perché l’ambiente naturale è già ricco di stimoli a bassa intensità ma alta qualità», spiega. Il problema è la tendenza, anche quando si tratta di partire in vacanza, a portare con sé gli stessi pattern mentali di sempre, in cui un ruolo importante lo giocano agenda e telefono, di propendere, insomma, a «fare» piuttosto che ad «essere»: «Quello che concretamente si può fare è iniziare con piccoli rituali intenzionali: sedersi vicino all’acqua senza uno scopo preciso o camminare lentamente in un bosco lasciando che lo sguardo si muova senza focalizzarsi su nulla in particolare, che è poi il meccanismo con cui si attiva la soft fascination», continua il dottor Palmieri, «anche nelle pratiche di mindfulness outdoor lavoriamo molto su questo: rallentare il passo, aprire i sensi, sospendere il giudizio. L’estate diventa allora non solo una pausa dai doveri, ma una vera finestra di rigenerazione neurologica, per attivare la quale non bisogna per forza trovarsi in un’oasi naturale, quel che conta è focalizzare l’attenzione sugli stimoli naturali, dei piccoli “campanelli” di consapevolezza che si possono accendere». E che – aggiungiamo –, senza andar lontano, in Ticino si possono accendere senza troppe difficoltà già solo passeggiando lungo le rive di un lago oppure trascorrendo del tempo in un bosco; esperienze semplici e alla portata di tutti che favoriscono la soft fascination.
Ritrovare momenti vuoti
Per contro, gli ambienti più prettamente urbani, con i loro stimoli «impegnativi» quali luci e rumori, possono contribuire a sovraccaricare la nostra attenzione, sommandosi più in generale ai ritmi spesso frenetici della società in cui viviamo e al fatto che, all’interno di essa, le nostre menti siano, in molti casi, iperconnesse e iperstimolate dagli schermi. «La nostra società ha trasformato i momenti vuoti – la coda, il tragitto, i pasti – in occasioni di stimolazione continua. Questo priva il cervello del tempo per integrare le esperienze. Come psichiatra vedo spesso pazienti esauriti non tanto per ciò che fanno, ma per ciò che non riescono a “non fare”», spiega Palmeri, «per aiutarsi nella quotidianità suggerisco cose semplici ma concrete: lasciare il telefono in un’altra stanza per almeno un’ora al giorno oppure fare una passeggiata senza auricolari. Nella mindfulness lo chiamiamo open monitoring, un’attenzione aperta, non diretta, che lascia emergere ciò che vuole emergere».
Insomma, imparare a trascorrere dei momenti in cui apparentemente non facciamo niente non può che farci bene: dare al pensiero la possibilità di vagare liberamente può migliorare la nostra capacità di risolvere i problemi e la nostra creatività e, in due parole, contribuire a renderci più felici.
Come si può immaginare, ci sono individui per i quali mettere in atto questa forma di attenzione involontaria risulta più facile che per altri: «Le persone con maggiore tendenza alla presenza consapevole, più connesse naturalmente al presente, tendono a beneficiare più facilmente della soft fascination, come pure chi ha meno ansia da prestazione e una minore dipendenza dalla stimolazione digitale», commenta il dottor Palmieri.
Inoltre, sempre in tema di questa teoria, ricerche recenti sottolineano il ruolo dell’interazione tra le caratteristiche dell’ambiente e l’esperienza soggettiva nella produzione dell’effetto restaurativo. «Si tratta di un aspetto interessante e spesso sottovalutato. La natura non agisce infatti su di noi in modo uniforme: uno stesso bosco può essere rigenerante per una persona e angosciante per un’altra, a seconda della storia personale, del livello di stress cronico, delle associazioni emotive», afferma lo psichiatra.
Imparare dai bambini
Infine, un terzo elemento del rapporto tra il singolo e la soft fascination è quello relativo all’età. «I dati suggeriscono che i bambini hanno una capacità quasi spontanea di raggiungere lo stato di cui stiamo parlando, basta osservarli davanti a un ruscello o tra gli insetti. Capacità che con l’età e la socializzazione cognitiva tende a ridursi, perché inibita da abitudini mentali e aspettative culturali. La buona notizia è che si può recuperare», continua il nostro interlocutore, nella cui pratica professionale il concetto della soft fascination – oggi utilizzato in ambiti quali la progettazione di parchi urbani, l’architettura ospedaliera, gli ambienti scolastici e i programmi di benessere aziendale – è usato in particolare come «porta d’ingresso» per chi fatica con la meditazione formale: «chi non riesce a stare fermo con gli occhi chiusi, spesso riesce ad assorbirsi nel suono del vento o nel movimento delle foglie. Questa è già meditazione e lo è sempre stata, prima ancora che avessimo un nome per definirla, e quello che mi preme è aiutare le persone a riconoscerla e a farne un’abitudine consapevole», conclude Gaspare Palmieri.
