Visita ad Archetto, la struttura psico-educativa residenziale della Fondazione Don Guanella che ospita giovani in difficoltà tra gli 11 e i 14 anni
Archetto è un luogo di vita, di terapia e di scuola per ragazzi preadolescenti con fragilità psichica. È stato fondato nel 2021, perché Arco, l’altra struttura della Fondazione Don Guanella, e gli altri servizi del Cantone non bastavano più e perché l’età del disagio si era ulteriormente abbassata.
Vado a trovare questa comunità . Incontro dapprima la direttrice pedagogica Giada Valsangiacomo e la capo équipe Marta Novati. La mia prima domanda è sul perché ci sono sempre più giovani con un disagio psichico e mi rispondono che le cause sono complesse. È la società , sono le famiglie, che presentano fragilità sempre più grandi; la velocità alla quale va la nostra vita non lascia tempo per la cura delle relazioni, a volte nemmeno quella dentro casa, con i membri più stretti della nostra famiglia. Le tecnologie che favoriscono relazioni sociali virtuali, oltretutto, acuiscono questo sfilacciarsi dei rapporti umani. E la frustrazione può diventare sempre più difficile da gestire, per adulti e bambini. Se oltre a tutto questo ci si trova anche in un contesto di grave fragilità familiare, allora si può rivelare necessario un collocamento in una comunità terapeutica. Si attivano servizi e interventi di vario tipo e quando la voragine è troppo grande e non c’è altra soluzione adeguata, si viene ad Archetto, aperto a chi ha tra gli 11 e i 14 anni.
Il percorso prevede terapie individuali, di gruppo e con la propria famiglia, momenti educativi di vita quotidiana in casa, i laboratori e la scuola
Ed eccolo qui, Archetto. Fatto di cura, terapia, bellezza. La bellezza, sorridono, è importante: non a caso ci troviamo in una bella villa restaurata, con il parquet, la biblioteca e spazi gradevoli; fuori, un giardino verde e un padiglione nuovo, luminoso e ordinato. «Entrare in un luogo curato dà voglia di prendersi cura», spiegano.
Qui i ragazzi (massimo otto per volta) vengono accolti come in un foyer ma con in più la parte terapeutica e un accompagnamento scolastico. A questa età non si fanno ancora diagnosi precise, piuttosto ci sono ipotesi diagnostiche, visto che tutto è ancora in evoluzione. In generale si trascorre qui un anno e mezzo, a volte due. Ci sono incontri con la famiglia, in spazi appositi, con l’adeguato accompagnamento, fino a congedi a casa, il più frequentemente possibile, in vista del rientro. L’obiettivo auspicabile è il rientro a casa, e solo se non funziona, allora si pensa a un altro progetto.
Affrontare l’arresto evolutivo
Chiedo come sono i ragazzi che arrivano: «Qui vengono preadolescenti con importanti fragilità psichiche, che hanno subito un arresto evolutivo della loro vita: vivono situazioni familiari difficili e in generale non assolvono più quelle mansioni tipiche della loro età , come andare a scuola e avere relazioni adeguate di amicizia. Cerchiamo di sbloccare questa situazione». E come? Ovviamente, il percorso è individuale e curato nei minimi dettagli: ogni persona che lavora qui si consulta regolarmente su ogni ospite della casa, coordinando il lavoro e adeguando gli obiettivi. Ci sono le terapie individuali, quelle di gruppo e quelle insieme con la propria famiglia; ci sono i momenti educativi di vita quotidiana in casa, i laboratori e la scuola. «Il primo passo è creare quell’alleanza terapeutica senza la quale non si riesce a intraprendere un percorso», spiega Marta Novati. «Coinvolgiamo la famiglia, sempre. Anche lei deve entrare nell’alleanza».
I laboratori terapeutici sono volti a risvegliare interesse, concentrazione, curiosità , manualità , pazienza, autostima, percezione di sé, gestione delle emozioni, capacità di stare in gruppo e di collaborare; si fa cucina, boulder, atelier grafici-pittorici, orticoltura, lavorazione del cuoio e attività in fattoria. I laboratori sono gestiti da professionisti esterni, mentre gli educatori della comunità partecipano mettendosi alla pari e dimostrando che è normale avere difficoltà e non essere bravi in tutto.
Durante le «riunioni della casa» si decidono insieme le faccende da svolgere e i programmi, si concordano le regole e si prendono decisioni. È un lavoro difficile e delicato con grandi momenti di gioia: «Quando vediamo un ragazzino che arriva e si era ritirato in casa senza più relazioni sociali reali, mentre poi qui inizia a stare con gli altri, a parlare e guardarti negli occhi, a litigare in modo sano, a fare amicizia, a prendere la parola per dire di sì o di no, a esprimere un desiderio… quando senti che inizia a fidarsi di noi, degli altri, di sé, della vita… allora sappiamo che qualcosa si sta schiudendo e che siamo sulla giusta strada».
L’aggressività è un grande tema, trasversale alla nostra società . Giada Valsangiacomo constata che le manifestazioni del disagio si trasformano sempre di più in aggressioni verbali o fisiche. E non c’è altro da fare che, pazientemente, provare a regolare le emozioni, gestire la rabbia in un altro modo. È difficile, ma bisogna tentare. Mi dicono: «Noi accompagniamo nel tentativo. È il nostro ruolo. E questa è un’età viva, bisogna provarci, bisogna seminare, dare esperienze che servono subito o a cui i ragazzi potranno attingere più tardi…».
Un insegnante di scuola media interno
Questo servizio è finanziato dall’Ufag, l’Ufficio cantonale del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani, tuttavia, c’è una proficua collaborazione con il Decs, il dipartimento che si occupa della scuola e che offre l’opportunità ad Archetto di avere un docente a tempo pieno. Questo aspetto, un unicum nelle strutture di questo tipo in Ticino, me lo racconta Tomaso Vadilonga, il docente, appunto, che lavora per Archetto. «Fare scuola non è solo il programma scolastico; scuola è anche la ricreazione, i compagni, la relazione con gli insegnanti. Si può sviluppare ansia per ognuno di questi aspetti. Ci si può sentire inadeguati e in una situazione di fragilità questa sensazione può diventare immensa. Di solito diamo per scontato il percorso scolastico: pensiamo sia una cosa che possiamo fare tutti con facilità . È vero che siamo tutti in grado di farcela, ma a volte, prima, bisogna prendere in considerazione che per qualcuno ci sono serie difficoltà , e non per forza scolastiche, e fornire dunque le risorse».
Ad Archetto, Tomaso dà lezioni individuali o di gruppo, a due a due, tutto sempre pensato e concordato con il resto dell’équipe. «Prima di tutto cerco di smontare le componenti di paura, angoscia, disistima. Spesso la scuola è uno spazio che per loro è simbolo di fallimento. In generale questo cambia durante il percorso. Qui cerchiamo di scoprire che il sapere è infinito, che anche i premi Nobel conoscono solo una parte piccolissima dell’universo, proprio come noi. Una volta tolta o ridotta la paura del giudizio, possiamo tornare al bello di imparare: tutti i bambini nascono curiosi, esploratori. Cerco di estrarre quella voglia di scoprire – di avere un’idea, di porsi le domande sul mondo – che era stata sepolta. La mente è come i muscoli: va allenata».
Le lezioni scolastiche, qui ad Archetto, sono sempre subordinate al percorso terapeutico. Prima viene quello. Ma la scuola è un percorso di vita. Lì impari a stare al mondo. Quindi ci vuole. E poi per il rientro in società , la scuola a quell’età è quasi imprescindibile.
A un certo punto del cammino, dunque, ci si riavvicina a un istituto esterno, progressivamente fino a un reinserimento completo. Archetto collabora con le sedi delle Scuole Medie di Riva San Vitale e di Balerna. Anche Tomaso mi spiega quanto ogni fase, inclusa questa, sia curata nei dettagli da tutta l’équipe. Ci si consulta per vedere se l’alunno può andare con i mezzi pubblici, accompagnato da un educatore oppure no, sempre con l’obiettivo di restituire un’indipendenza alla persona ospite.
Tomaso Vadilonga cerca di descrivermi il desiderio che vede, nei suoi alluni: vogliono «essere come gli altri», tornare a prendere un bus, andare in classe, avere amici e quaderni. Per anni, prima di venire ad Archetto, il docente aveva insegnato nelle Scuole Medie regolari. «Ma qui ho trovato un entusiasmo di apprendere e una sete di vita regolare… È commovente e mi ricorda ogni giorno che niente, niente è scontato, ma che tutto, o quasi tutto, è possibile».
