Non tutte le esperienze dolorose sono un trauma

by azione azione
22 Luglio 2026

La psichiatra e psicoterapeuta Sandra Sassaroli fa luce su un termine (e concetto) abusato, con un messaggio di speranza: ci si può affrancare dalla sofferenza

«Il buio ci abita. Non sempre sappiamo da dove viene, ma conosciamo bene ciò che porta con sé». Inizia così Il trauma non è un destino, il libro di Sandra Sassaroli, appena pubblicato da Vallardi. Un testo che fa chiarezza su un termine (e concetto) abusato nei Paesi occidentali, «trauma», e che offre strade di riflessione e di speranza: ci si può affrancare dalla sofferenza. Da quasi cinquant’anni Sassaroli osserva e studia il funzionamento della mente: è psichiatra, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e ha fondato le scuole di psicoterapia Studi cognitivi e il servizio inTHERAPY.

Sandra Sassaroli, che cos’è il trauma?
I traumi sono eventi, rotture, che cambiano la nostra esistenza. Il trauma può avere molti colori, non esiste un solo tipo di trauma. Esistono traumi acuti, se sono improvvisi, come ad esempio un terremoto che fa molte vittime. Ci sono traumi cronici, che si creano nell’infanzia, se si viene continuamente picchiati, umiliati oppure disprezzati da uno dei genitori o da entrambi. Il trauma, quando si abbatte sull’infanzia, può sconvolgere la crescita. Da bambini, spesso, ad acuire l’impatto dell’evento traumatico – come ad esempio un incidente nel quale si ferisce in modo grave qualcuno a cui si vuole bene – è la risposta degli adulti di riferimento. L’elusione, la presa di distanza, il non volerne o saperne parlare «per non peggiorare le cose», possono accrescere la sofferenza.

Quand’è nata l’idea di trauma?
Arriva da Sigmund Freud che per primo ha mostrato come eventi complessi e dolorosi possano incidere profondamente sullo sviluppo individuale. Freud non si occupò direttamente di bambini, ma scrisse molto sulla psicologia nell’infanzia. Il suo lavoro venne poi ripreso e ampliato da figure fondamentali per la ricerca, come Melanie Klein, con i suoi studi su gelosia e invidia e Anna Freud, con i lavori sulle infanzie deprivate, fino ad arrivare a Donald Winnicott, con le osservazioni sulle madri e i neonati e John Bowlby e Mary Ainsworth, con la teoria dell’attaccamento.

Lei scrive che viviamo in società che hanno esagerato il concetto di trauma. Può spiegare quest’attitudine?
C’è una certa tendenza a vedere ovunque traumi, ma non tutte le esperienze dolorose o difficili della vita lo sono. Definendo «trauma» tutte le esperienze negative, si rischia di perdere di vista ciò che rende davvero traumatici alcuni eventi e di adottare strategie di cura poco efficaci. Pensiamo all’infanzia: si fanno sempre meno figli, che vengono cresciuti in ambienti iperprotetti nei quali si cerca di prevenire qualsiasi dolore o inciampo per paura di «traumatizzarli», ma facendo così si eccede. Il desiderio di evitare sofferenze può avere effetti controproducenti. Imparare a distinguere tra trauma e difficoltà è fondamentale per vivere meglio e non restare intrappolati in una realtà dove ci si sente delle vittime. Lo vedo anche nei miei giovani pazienti che si percepiscono fragili e passano il tempo a dire: «Ho sbagliato, non ce la faccio, deluderò i miei genitori».

Perché l’iperprotezione nell’infanzia rende le persone più fragili?
I bambini iperprotetti non imparano a gestire la frustrazione e le difficoltà perché non vengono mai esposti a piccoli fallimenti o disagi. Sono bambini che rischiano di non vivere davvero: non fanno esperienza se non di essere considerati «oggetti preziosi», da proteggere a ogni costo, come cristalli da tenere in una teca. Il confronto con il mondo, quando arriva, li coglie impreparati, con poche competenze effettive. E un eccesso di attenzione può portare a sviluppare una sensazione di insoddisfazione e apatia, come se la vita fosse «troppo piena» ma priva di significato.

Nel suo libro si legge che va bene essere genitori «sufficientemente buoni» senza cercare di essere perfetti e onnipresenti.
Io cito il termine «madre sufficientemente buona» (o, più in generale, «genitore sufficientemente buono») coniato da Donald Winnicott per intendere la capacità di garantire al bambino sicurezza, protezione, ma anche libertà e autonomia nell’esplorare il mondo. I genitori sufficientemente buoni sono persone reali, non sempre disponibili e serene, che provano emozioni non per forza lineari verso il proprio figlio. Cito anche la psicologa americana Judith Rich Harris che, attraverso i suoi studi sui gemelli e sui bambini adottati, dimostra che, a lungo termine, l’influenza dei genitori sulla personalità dei figli non porta necessariamente a esiti predeterminati. Questo non significa che i genitori non contino, ma ridimensiona l’idea che ogni cosa dipenda da loro. Pensare che non tutto sia nelle loro mani toglie un peso enorme dalle spalle dei genitori e, soprattutto, aiuta a immaginare che traumi ed eventi avversi possano essere attraversati, accettati e in parte riparati.

Nel suo libro lei propone degli esercizi per superare o contenere i «dolori esistenziali», ribadendo che nei casi dei «traumi» serve la psicoterapia.
Il trauma ci fa sentire impotenti, schiacciati e annientati. Ci sovrasta con la sua forza, rendendoci spettatori passivi di una potenza che percepiamo come superiore, quasi soprannaturale. Il dolore esistenziale è, invece, la sofferenza inevitabile e fisiologica legata alla condizione umana. Comprende tutte quelle esperienze di perdita, frustrazione, delusione, solitudine, senso di vuoto, che fanno parte della vita. Per il trauma serve l’intervento di uno specialista, per il dolore esistenziale, nel mio libro, suggerisco alcuni esercizi per aiutare la mente a smettere di cadere nei pensieri ripetitivi negativi che aggravano la sofferenza. Quando i pensieri catastrofici diventano frequenti, finiscono per occupare una parte consistente del nostro tempo mentale e concorrono a definire il «tono di fondo» del nostro modo di pensare, con conseguenze importanti sull’umore. Una tecnica che suggerisco è quella dello psicologo Adrian Wells, che consiglia di controllare il tempo dedicato ai pensieri ossessivi, provando a rimandarli. Quando arrivano dei pensieri disturbanti è meglio destinarli alla fascia oraria tra le 7 e le 8 di sera, suggerisce Wells. Si tratta di un paradosso, chiaramente: se si riesce a rimandare un certo impulso, significa che lo si può controllare. È quello che si fa anche con la mindfulness e la meditazione vipassana.