Giovani coraggiosi

by azione azione
22 Luglio 2026

Non è che le cose siano molto cambiate, in fondo. Una volta le fiabe della buonanotte ce le raccontavano i nostri genitori. Oggi il rituale è stato sostituito dai social media: una mezz’ora di video da Youtube, un’ultima scrollata a Instagram o Facebook sono il viatico immancabile per il mondo dei sogni. Una cosa normale. Quando a farlo sono degli adolescenti, però, chissà perché la cosa ci sembra decisamente problematica. Il campanello d’allarme è suonato da tempo: uno studio del 2022 di Dipendenze Svizzera stimava in circa 33mila i giovani tra gli 11 e 15 anni che mostravano un «uso problematico» dei Social Media. Segnali di questa infausta attitudine sarebbero perdita del controllo nel tempo d’uso dello smartphone, sentimento di chiusura su sé stessi, difficoltà di sonno e senso di distacco dalla vita quotidiana. Allarme generale. Possono i nostri figli diventare schiavi dell’infosfera? No, mai! Per ostacolare questa deriva si alzano richieste da varie forze politiche, che sfociano magari in provvedimenti radicali. L’Australia, ad esempio, ha introdotto per legge il divieto di uso dei social prima dei 16 anni. E nel frattempo l’azienda Facebook è stata ritenuta colpevole di provocare la dipendenza nei suoi utenti. Ma in tutto questo, noi cosiddetti adulti dove siamo? Come ci poniamo rispetto al grave problema?

Conforta, a questo punto, scoprire che un gruppo di allievi di 12 anni, della prima classe in una Sekundarschule di Zurigo, ha deciso di prestarsi per un esperimento: rinunciare per 15 giorni all’uso dei social. E, in questo periodo, registrare le proprie reazioni, i propri stati d’animo, per osservare l’impatto psicologico della scelta. L’iniziativa è stata seguita e documentata in modo approfondito dal «Tages Anzeiger» nelle scorse settimane. Va detto che 13 dei 15 ragazzi coinvolti sono riusciti a superare la prova. Ma dai loro resoconti quotidiani è sembrato davvero di scorgere un’ombra di disperazione. Nonostante il fatto che per molti di loro il tempo d’uso quotidiano degli smartphone fosse già limitato dai genitori (chi in un’ora al giorno, chi in qualcosa di più), la totale mancanza di contatto digitale che l’esperimento ha imposto, è sembrata un po’ un atto di violenza. Dal lato positivo della medaglia c’è la scoperta dell’esistenza del tempo libero, inteso in senso tradizionale: tempo per stare con gli amici, per leggere, ascoltare musica, per fare sport, per il bricolage. Dal lato negativo, un sentimento di sofferenza: il senso di essere tagliati fuori dall’evoluzione del mondo, dal flusso dei discorsi che i social inevitabilmente portano con sé.

Fin qui tutto bene: il resoconto dell’esperimento non si discosta molto da racconti di esperienze analoghe tentate in altri luoghi e contesti. Quello che interessa qui è però porsi la semplice domanda: saremmo riusciti noi a fare altrettanto? Noi adulti. Certo, avremmo avuto mille giustificazioni pragmatiche per impedirci l’esercizio stesso. Il lavoro ci obbliga ormai a essere reperibili in ogni istante. Il flusso delle informazioni (in quanto giornalisti, poi, non parliamone) non può mai essere interrotto. Tanto che l’esperienza dei social sembra diventare un osservatorio antropologico quotidiano in cui misurare le fluttuazioni di indirizzo dell’opinione pubblica. Siamo sicuri comunque che la gran maggioranza di noi «adulti» si sarebbe rifiutata di impegnarsi in un esperimento del genere. A che scopo tentarlo? Per sottolineare una volta di più che esiste un problema di dipendenza verso la sfera d’esistenza digitale? Ma non si tratta più di dipendenza: si tratta di realtà quotidiana. Come possiamo ormai resistere alla tentazione di sapere se oggi pomeriggio pioverà, o se la nostra partenza per le vacanze della prossima settimana andrà incontro a problemi metereologici? Come possiamo evitare di chiedere a ChatGTP se il pesto alla genovese si può preparare anche senz’aglio, o qual è il più vicino rivenditore di ostriche nella nostra regione?

Stiamo scherzando, naturalmente. Ma di fronte alla generale, un po’ ipocrita, preoccupazione per la salute dei nostri ragazzi, abbiamo il dubbio che ci interessi molto meno il nostro atteggiamento personale. Quindici giorni senza social? Ma neanche quindici minuti…