Patatine e controllo di qualità

by azione azione
22 Luglio 2026

Esco per un paio di commissioni. Passo davanti al Patatà e mi viene voglia di patate fritte. Al banco c’è un giovanotto con una polo color polpa di patata e un berretto da baseball color buccia di patata – la divisa della catena, suppongo.

«Buondì», dico. «Patate fritte. Medie».

«Salse?», dice il giovanotto.

«No, grazie», dico. «Solo patate».

«Cinque minuti», dice il giovanotto. Poi, verso la cucina: «Una patata media!».

Il telefono mi vibra in tasca. Mi allontano dal banco e rispondo.

«Lei è davvero Giulio Mozzi?», dice una voce maschile. «Dico, lo scrittore?».

«Sono io», dico. «Con chi ho il piacere di parlare?».

«Il mio nome non ha importanza», dice la voce.

«Allora la nostra conversazione finisce qui», dico.

«Guido Bozzi», dice la voce.

«Bene», dico. «A cosa devo la sua chiamata, signor Bozzi?».

«Mi sembra impossibile che sia davvero lei», dice Bozzi.

«Vuole che le mandi un messaggio con la foto della mia carta d’identità?», dico.

«No», dice Bozzi. «Non serve».

«E allora, ripeto», dico: «A cosa devo la sua chiamata?».

«Non mi aspettavo che lei fosse così com’è», dice Bozzi.

«Non capisco», dico.

«Be’», dice Bozzi. «Non mi aspettavo che lei potesse entrare in un nostro negozio, come una persona qualsiasi, e chiedere delle patate fritte».

Alzo gli occhi. Il giovanotto al banco sta sistemando delle cose.

«Lei è il cuoco?», dico.

«No», dice Bozzi.

«Mi scusi», dico. «Evidentemente lei mi sta osservando. Io non la vedo. La situazione è sgradevole».

«Sono il controllo di qualità», dice

Bozzi.

«E dove sta?», dico.

«Svorgborg», dice Bozzi.

«Eh?», dico.

«Sono nel tinello di casa mia a Svorgborg, Danimarca», dice Bozzi. «Lavoro in home working».

«Mi sta guardando dalle telecamere di controllo?», dico.

«In alto a sinistra», dice Bozzi.

Guardo in alto a sinistra. La telecamera c’è.

«Non so se i suoi datori di lavoro approverebbero», dico. «Lei sta facendo uso privato di immagini colte dalla telecamera che appartiene all’azienda».

«Mozzi», dice Bozzi, «io odio l’azienda».

«E avrà le sue ragioni», dico. «Mi sta chiamando con il telefono aziendale?».

«Non sono mica scemo», dice Bozzi.

«Bene», dico. «Può dirmi dunque il motivo della sua telefonata?».

«Ho fatto il liceo classico», dice Bozzi.

«Sì», dico.

«E mi ero proprio appassionato», dice Bozzi. «Tanto che poi ho studiato Lettere».

«Sì», dico.

«Ma mi appassionavano solo le opere letterarie», dice Bozzi. «Mi appassionavano anche di più le vite degli scrittori».

«Sì», dico.

«Ho sempre pensato che le vite degli scrittori del passato avevano qualcosa di straordinario», dice Bozzi. «Nel bene e nel male, nel sordido o nell’eccelso, erano tutte grandiose».

«Be’», dico, «la mia no».

«E infatti», dice Bozzi. «Vedendola entrare in un nostro negozio, e chiedere una porzione di patate fritte così come avrebbe potuto chiederla chiunque, mi–

«Questo lo ha già detto», dico.

«Non mi interrompa», dice Bozzi. «Be’, in somma, mi è venuto da pensare che oggi come oggi la letteratura è davvero caduta in basso».

«Mi pare una conclusione affrettata», dico.

«No, no», dice Bozzi. «È così. Ormai gli scrittori vivono come tutti, vestono come tutti, mangiano patatine fritte come tutti, pagano le bollette come tutti, hanno il mutuo come tutti, pensano quello che pensano tutti e – inevitabilmente – scrivono quello che chiunque potrebbe scrivere».

«Senta, Bozzi», dico. «Se lei–

«Non dica più niente», dice Bozzi. «Lei non ha più niente da dire. Ormai la ho capita, sa? Un falso scrittore, che si fa di patatine fritte come chiunque. Complimenti, complimenti davvero».

Bozzi interrompe la chiamata.

«Le sue patate fritte», dice il giovanotto del banco.

«Grazie», dico.

«E non badi più che tanto a Guido», dice il giovanotto. «Vive solo soletto, lassù a Svorgborg, tutto il giorno a guardare le telecamere di sorveglianza. Lui che ha studiato tanto. Non è una bella vita. Chiunque diventerebbe un po’ nervoso».