Adrenalina: il momò Andrea Bellati, bronzo mondiale nel dietro motori, racconta la sua passione per la disciplina estrema del ciclismo su pista
Immaginate di pedalare a rotta di collo, con punte che rasentano i 100 (cento!) km/h, inseguendo… un rullo attaccato a una moto, a una distanza tra voi che è di un centimetro o poco più. Esatto: per farlo davvero servono doti atletiche, ma soprattutto tanto sangue freddo e una prontezza di riflessi sovrumana, perché basta una piccola distrazione per un patatrac. E, soprattutto, per farsi parecchio male. In compenso, quando si gira a pieno regime, l’adrenalina che si prova è qualcosa di impagabile. Ecco perché la vita dello stayer assomiglia più a quella di un artista circense che a quella del classico sportivo.
Non a caso il momò Andrea Bellati, che di questo sport ha scritto alcune delle pagine più importanti fino a conquistare un bronzo mondiale, al dietro motori ci è arrivato proprio inseguendo i suoi sogni: «Da bambino, quando guardavo gli artisti del circo, restavo a bocca aperta» racconta Bellati spalancando il suo album dei ricordi. «Poi, un giorno, in un sogno mi sono visto calcare un podio e, sulle note dell’inno nazionale, ricevere un trofeo. Anche se non sapevo per cosa. E men che meno sapevo cosa fosse uno stayer». Finché… «Da ragazzo pedalavo per i colori del locale Velo Club. Ci allenava Antonio Fusi, che era pure il direttore sportivo della nazionale italiana. Un giorno lo abbiamo accompagnato a Zurigo perché voleva conseguire il patentino svizzero per guidare la moto nel dietro motori. Così, io e diversi altri lo accompagnammo. Non perché ci interessasse particolarmente la figura dello stayer, ma perché c’era bisogno di ciclisti che si prestassero a pedalare per gli esaminandi».
Quel viaggio segna la svolta per Bellati. «Per superare l’esame pratico, Fusi doveva farmi da traino per tre giri del velodromo in 15 secondi. Dopo due tentativi andati a vuoto abbiamo impacchettato tutto per tornare in Ticino con la coda fra le gambe. È a quel punto che si è avvicinata una persona per invitarmi a tornare in pista: gli serviva uno stayer. Anche se ero stremato, ho accettato. Mentre giravo, mi chiedevo quando avrebbe dato gas: avevo l’impressione che stessimo andando troppo lenti e che da un momento all’altro ci avrebbero fermati. A un certo punto mi fa segno di staccarmi dalla moto, che poteva bastare. “Pazienza”, mi son detto, deciso a mettere la classica pietra sopra a questo sport».
E invece qui arriva il bello: «Mentre mi avvio verso le docce si avvicina un tizio che mi propone di fargli da stayer ai Mondiali. Lì per lì lo squadro, come si fa con un folle. Fatti pochi passi, la scena si ripete, ma con un’altra persona… Poi, una volta fatta la doccia, arriva quello con cui avevo girato in pista. Pure lui parla di Campionati svizzeri e Mondiali, esortandomi a non dare ascolto ai due che l’avevano preceduto. E si spiega: per l’esame dovevamo percorrere tre giri in 15 secondi, noi ne avevamo fatti addirittura dieci in 13».
Entrato nel circuito a 22 anni, Andrea Bellati ci resterà per parecchi anni, divenendo una delle punte di diamante del dietro a motori a tinte rossocrociate. «Nella mia carriera da stayer ho realizzato diversi record. Sono ad esempio stato il primo ticinese a vincere una medaglia mondiale, e il primo a vincere il titolo nazionale nel ciclismo su pista. Ma più che i risultati, ricordo l’emozione che mi dava girare su quell’anello. Rientrato da Zurigo, nel giro di pochi giorni mi sono ritrovato immerso nel mondo delle gare su pista».
Dopo due false partenze (alla prima, la Coppa Europa di Bassano, la moto si era spenta a 5 minuti dalla fine, e a Zurigo la gara è stata interrotta per pioggia), il terzo tentativo, il Campionato svizzero, è quello buono: «Una gara tiratissima, ma alla fine sono riuscito a vincerla, battendo i migliori del dietro motori rossocrociato. Il titolo mi ha poi dato il pass per i Mondiali di Vienna. Quando ho messo piede nel velodromo coperto della capitale austriaca mi sembrava di entrare in un altro mondo di acrobati in sella a una bici. Al loro cospetto mi sembrava di essere l’unico “normale”. Già le qualificazioni mi parevano uno scoglio insuperabile. Credevo di morire per lo sforzo e avevo l’impressione che non sarebbe servito a nulla. Ho pensato di ritirarmi: “Sono il campione svizzero, e mi basta: ora getto la spugna e chi s’è visto s’è visto: finché è durata mi sono divertito”. Così mi sono staccato dal rullo. Ero pronto ad alzare bandiera bianca, quando una sfilza di imprecazioni in tedesco del mio pilota mi ha fatto tornare in corsa. Ho continuato a pedalare fino alla fine. Quando poi gli ho chiesto spiegazioni, serafico, mi ha risposto che ci eravamo qualificati per la finale, facendo per giunta meglio del campione del mondo. Altro che ritiro! In finale, poi, ho sfiorato la medaglia, chiudendo al quarto posto, risultato che per me era già qualcosa di eccezionale».
Quattro anni (e altri tre titoli svizzeri) dopo, Bellati in Giappone sul podio iridato ci sale per davvero, chiudendo al terzo posto. «Quel bronzo mi ha aperto le porte del professionismo. Successivamente mi sono laureato vicecampione europeo, collezionando ancora un terzo posto ai Campionati svizzeri e un settimo piazzamento ai Mondiali fra i professionisti. Ho corso un’altra stagione, poi sentivo che per me era arrivato il momento di mettere piede a terra, e ho chiuso la mia carriera».
Per riuscire in questo sport servono di certo talento ma non solo: «Fondamentale è anche il feeling che si instaura tra motociclista e ciclista. Ci vuole l’abilità e il polso del primo per disegnare le traiettorie ideali tra rettilinei e curve che possono arrivare fino a 48-50 gradi di pendenza, ma pure la gamba del secondo e il suo sangue freddo per stare incollato al rullo, a oltre 80 km/h. In più, se qualcosa va storto, il rischio di farsi male, anche parecchio, è sempre in agguato. Più di una volta mi è capitato di vedere incidenti».
Incidenti che non hanno risparmiato nemmeno Andrea Bellati: «Una volta a Singen, mentre stavo effettuando un sorpasso a tre, quello di mezzo non si è accorto che stavo sopraggiungendo e spostandosi verso l’esterno mi ha chiuso la strada, mandandomi fra i cartelloni pubblicitari. Sono riuscito a sganciare un piede e a non cadere. Ma per quella frazione di secondo che ho rischiato di finire a ruzzoloni nella mia testa è passato il film della vita».
