Il nuovo capo dell’Esercito svizzero Benedikt Roos ci parla delle ultime minacce alla sicurezza, dei giovani soldati sempre più critici e di come le forze armate debbano evolvere per affrontare il futuro
Benedikt Roos, arriviamo da una visita alle truppe a Kappel, nel Canton Soletta. Quanto spesso riesce ancora a lasciare l’ufficio?
Molto meno di quanto vorrei (ride). Cerco di visitare le truppe almeno una volta al mese. È lì che posso percepire direttamente il clima che si respira e capire dove ci sono problemi. Per me questo tipo di riscontro è preziosissimo. I giovani hanno ancora rispetto per l’autorità, ma oggi sono più diretti e pongono domande critiche. Ed è un’evoluzione molto positiva.
Quale domanda l’ha fatta riflettere particolarmente?
Di recente un soldato mi ha chiesto: «Che cosa succederebbe se la Svizzera perdesse una guerra? Esisterebbe un’organizzazione di resistenza?». È una domanda che mi ha colpito. Non tanto per il suo contenuto, quanto per il fatto che oggi venga posta di nuovo.
La situazione internazionale è tesa. Ha paura per la Svizzera?
A volte sì. Non siamo abbastanza consapevoli che valori come la democrazia e la libertà di espressione non sono acquisiti una volta per tutte. Viviamo in una situazione di prosperità e, fatta eccezione per la pandemia di Covid, per molto tempo non abbiamo conosciuto vere crisi. Questo ha forse alimentato, in alcuni ambienti, l’idea di vivere su un’isola felice. Mia madre è cresciuta in Danimarca e durante la Seconda guerra mondiale ha vissuto l’arrivo improvviso degli ufficiali tedeschi. Esperienze del genere plasmano una diversa concezione della libertà e della sicurezza. Non è una critica, ma un promemoria: ciò che consideriamo scontato può rivelarsi fragile.
Che cosa tendiamo a sottovalutare maggiormente, noi svizzeri?
Soprattutto due minacce poco visibili: gli attacchi informatici e la disinformazione. Finora siamo stati fortunati e non abbiamo ancora subito eventi particolarmente gravi. Ma all’estero vediamo chiaramente che cosa è possibile fare. In Gran Bretagna, per esempio, attacchi cyber hanno paralizzato ospedali e costretto a rinviare centinaia di interventi.
Com’è la situazione in Svizzera?
Registriamo ogni giorno attacchi informatici contro aziende, autorità ed esercito. Alcuni possono essere attribuiti a gruppi sostenuti, ad esempio, dalla Russia. Parallelamente cresce anche il fenomeno dello spionaggio, sempre più spesso condotto tramite droni che sorvolano infrastrutture sensibili.
Attacchi cyber, droni, disinformazione: quanto è realistico, accanto a tutto questo, uno scenario di guerra tradizionale?
Ritengo molto improbabile che domani possa iniziare un attacco su larga scala contro la Svizzera. Oggi le minacce più concrete arrivano a distanza, per esempio attraverso armi a lungo raggio. Ma nessuno sa che cosa potrebbe accadere dopodomani.
Che cosa la sorprende maggiormente nei conflitti attuali?
Il fatto che l’Ucraina riesca a resistere da così tanto tempo a un avversario nettamente più forte. Pensiamo agli attacchi con droni contro Mosca: dal punto di vista militare non cambiano gli equilibri sul terreno, ma hanno un forte impatto psicologico sulla popolazione. In Ucraina convivono droni, intelligenza artificiale e tecnologie avanzatissime con trincee che sembrano uscite da un conflitto di un secolo fa. È la rappresentazione completa della guerra moderna: alta tecnologia da una parte, combattimenti tradizionali dall’altra. L’aspetto decisivo resta comunque la protezione dei soldati. La guerra è sempre più tecnologica, ma continua a riguardare vite umane, sia a distanza sia sul campo.
Quanto è pronta la Svizzera a difendersi?
Disponiamo di università eccellenti, aziende innovative e persone altamente qualificate. È una base molto solida. Tuttavia esistono anche lacune che dobbiamo riconoscere con onestà e colmare. Sono fiducioso. E sono convinto che, in caso di necessità, gli svizzeri saranno pronti a fare la loro parte.
Quanto ci protegge la neutralità?
La neutralità, da sola, non basta. Deve essere accompagnata da una neutralità armata e da un esercito credibile. Inoltre non possiamo limitarci ad aspettare che siano altri a risolvere i nostri problemi. Dobbiamo contribuire noi stessi, e farlo già oggi. La Svizzera ospita infrastrutture importanti per l’intera Europa, come i centri dati e le principali vie di comunicazione. Proteggerle è una nostra responsabilità.
Nei prossimi dieci anni l’esercito chiede circa 30 miliardi di franchi supplementari. Per quali scopi?
Abbiamo bisogno di capacità di difesa contro missili balistici, droni e missili da crociera, a corto, medio e lungo raggio. Parallelamente stiamo rafforzando le nostre competenze nel settore cyber. Oggi tutto il mondo cerca questi sistemi: da un lato sono diventati più costosi, dall’altro, al momento dell’ordine, è necessario versare un anticipo pari a un terzo del prezzo, altrimenti non si entra nemmeno nelle liste di attesa.
A che punto è il programma del nuovo aereo da combattimento?
A settembre negli Stati Uniti verrà assemblata una parte importante della fusoliera e a metà del 2027 è previsto il rollout del primo F-35 svizzero. Una delegazione elvetica lo collauderà direttamente sul posto. I primi otto velivoli resteranno inizialmente negli Usa, dove verranno formati i nostri piloti. Secondo la pianificazione attuale, i primi F-35 dovrebbero entrare in servizio in Svizzera nel 2028, senza ritardi.
E per quanto riguarda la protezione contro gli attacchi dei droni?
Persistono ancora delle lacune nella difesa contro i droni di grandi dimensioni e contro i missili. Per quanto riguarda i mini-droni, durante il vertice del G7 abbiamo impiegato per la prima volta un sistema in condizioni molto vicine alla realtà operativa, ottenendo risultati incoraggianti. Dal 2028 dovrebbe essere costituito il primo battaglione dedicato ai droni.
Lei definisce spesso l’esercito di milizia «la nostra arma segreta».
Traiamo enormi vantaggi dalle competenze maturate nella vita civile. Un esempio è il nostro centro di competenza per lo spazio. Tre anni fa è nato con tre collaboratori; oggi vi svolgono il servizio oltre 200 militari, molti dei quali provenienti da istituti come il Politecnico federale di Zurigo. Senza il sistema di milizia sarebbe impossibile. Diversi Paesi stanno valutando di reintrodurre un esercito di milizia e guardano alla Svizzera come modello.
Ogni anno migliaia di giovani uomini lasciano l’esercito per passare al servizio civile. Perché è così difficile rendere il servizio militare più attrattivo?
Quando sento dire che l’esercito deve diventare più attrattivo, mi sale la pressione. In una situazione d’emergenza il servizio militare riguarda anche la vita delle persone e non può essere considerato un’attività ricreativa. Dobbiamo però migliorare la compatibilità con gli studi, il lavoro e la vita familiare. E dovremmo chiederci se abbia davvero senso che tutti seguano una scuola reclute della stessa durata, anche quando alcuni possiedono già conoscenze approfondite.
È solo un’impressione o anche il regolamento sull’abbigliamento è diventato più flessibile?
È vero. Oggi conta meno che il basco sia indossato in modo impeccabile. Molto più importante è che i compiti vengano svolti correttamente.
