Viale dei ciliegi

by azione azione
8 Luglio 2026

Mauro Dotta-Antoine Déprez, I Lénchias. Leggenda airolese, Salvioni Edizioni (Da 5 anni)

Dopo Peter, storia di un camoscio e Mucche in volo, Salvioni propone un nuovo albo, sempre illustrato da Antoine Déprez, sempre ambientato in Ticino, e sempre realizzato con la accurata consulenza di Valeria Nidola, già insegnante, libraia, ed esperta di letteratura per l’infanzia.

Stavolta l’autore è Mauro Dotta e il contesto geografico (dopo la Vallemaggia per il camoscio Peter, e la Valle Lavizzara per Mucche in volo) è la Leventina, in particolare Airolo, quel «piccolo villaggio incastrato tra le montagne», da cui prende le mosse il narratore di questa storia, la quale si sviluppa su due piani narrativi. Uno nel presente, in cui il giovane narratore racconta di aver trovato in solaio un «disco di legno» dall’origine misteriosa: per scoprirne di più si reca dall’anziana Alda, che rievoca un’antica leggenda. Da qui prende il via l’altro piano narrativo, quello centrale, ambientato nel passato. La leggenda racconta della tradizione di mettere fuori dalla finestra, ad ogni prima nevicata dell’anno, un tipico biscotto airolese, il «crèfli», per ringraziare e propiziarsi i «Lenchias», sorta di folletti protettori della natura e dei villaggi, che mantengono in equilibrio la vita dell’uomo e quella del paesaggio naturale. Ma, come ogni creatura magica appartenente al «Piccolo Popolo» delle foreste, i Lenchias possono essere anche vendicativi, se si sentono oltraggiati. Ed è ciò che successe quell’anno ad Airolo, l’anno della valanga.

Una storia che tra le righe parla dell’oltraggio che infliggiamo alla natura, dei danni che tutto ciò provoca, e di come sia importante avere un atteggiamento di rispetto e non di predazione. «Tutti noi possiamo essere Lenchias» ricorda l’anziana Alda al ragazzino. Al volume è annesso un opuscolo informativo dal titolo Airolo, il paese che convive con la neve, curato da Mauro Dotta e da Salvioni Edizioni. Qui troviamo, tra gli altri inserti, il toccante diario che una ragazza di nome Emilia Dotta-Zoppi scrisse nell’inverno del 1951 (Emilia, classe 1927, era allora 24enne), nel quale annotava, in tempo reale, i fatti relativi alla tragica valanga che appunto nel 1951 colpì Airolo. L’operazione editoriale I Lénchias offre così due proposte di lettura: una, l’albo, che è una storia fantastica e immediata per i più piccoli, e l’altra, l’opuscolo, che è un interessante materiale documentario di approfondimento e riflessione da condividere in famiglia o a scuola.

Marco Viale, Porfirio. Una fame da leone!, Sinnos (Da 6 anni)

Procede allegramente sgangherata l’avventura rocambolesca del leone Porfirio che, spinto da una fame «famissima» e dai consigli di Tarcisio il coccodrillo – il cui cugino Pancrazio lavora nella piscina di una vecchia contessa e conosce il mondo – lascia la foresta e si avventura in città alla ricerca dei panini più buoni che si possano immaginare, farciti di ogni sorta di succulenta leccornia. Già arrivare in città non sarà facile, e il travestimento che Porfirio sceglie non riesce a nasconderne del tutto la natura animalesca: i piccoli lettori rideranno quindi sin dalle prime vignette di questo fumetto (il primo fumetto di Marco Viale, il quale aveva già pubblicato con Sinnos due divertenti albi illustrati: Alberto, Gustavo e l’osso, e Carlo oggetti smarriti), che riesce a innescare lo humour dal contrasto tra immagine (Porfirio seduto sull’autobus, imbacuccato in un improbabile cappotto da distinto signore) e balloon (il bambino che dice alla mamma: «Mamma, quel tipo ha dei denti che sembrano zanne…» e la mamma che risponde molto politically corrected «Non si dicono certe cose, è da maleducati»).

Pur di gustare quei leggendari panini, Porfirio si sobbarcherà grandi fatiche (come una messa in piega da un rinomato coiffeur) e vari pericoli, dal finire su un camion della spazzatura ed essere scambiato per un tappeto, al rischio di essere arrestato dalla goffa ma molto agguerrita Squadra Antibricconi. Una storia picaresca di un «buon selvaggio» nelle insidie della «civiltà», che può richiamare, su un registro certo più farsesco, quella di Babar, ma che punta decisamente all’iperbole comica e al finale spiazzante, sottolineando – e questo è un tema di riflessione – la difficoltà di sentirsi spaesati e diversi in un posto che ti percepisce come straniero.