Tra le voci dei sopravvissuti al terremoto: vivono in strada davanti agli edifici distrutti sperando di ritrovarei propri cari dispersi che ormai non rispondono più al telefonino
I capelli neri raccolti in due grandi trecce la fanno sembrare più piccola dei suoi sedici anni. In equilibrio con i piedi poggiati su due tubi di ferro che spuntano da un alto cumulo di macerie, sospira. Si gira tra le mani un grande foglio disegnato a matita, sembra una mappa. Si chiama Felicia. Dice di non essere ancora riuscita a piangere dopo le due scosse consecutive di magnitudo 7,2 e 7,5 del 24 giugno. «Credo che mio padre sia qui sotto, questa era casa sua, ma per sapere dove scavare dobbiamo ricostruire il disegno dell’edificio» spiega con ciglio asciutto e mani tremanti porgendo il foglio con estrema cura. Il cumulo di mattoni sbriciolati e terra è quel che resta di una palazzina bassa e lunga vicino all’accesso alla Francisco Fajardo, l’autostrada che entra nella periferia di Caracas sotto la costa del Monte Avila coperta da ranchos, le baraccopoli di latta e mattoni che dominano la capitale dall’alto.
Racconta Felicia. «Dopo le prime due scosse il telefono di papà non ha mai più squillato, deve esser qui sotto, voglio il suo corpo» dice scrutando quel disegno come se si aspettasse una risposta da quel groviglio di frecce e rettangoli sovrapposti.
La catastrofe naturale può ridurre in macerie anche l’accordo con il presidente Usa Trump che ha già ottenuto molto petrolio
Non ci sono ruspe qui intorno, soltanto una ventina di uomini con pale e badili. Dice Felicia: «Una ruspa l’ho trovata, ma mi hanno chiesto 2600 dollari». I primi giorni subito dopo il terremoto il regime chavista che governa il Venezuela dal 1999 anche dopo l’arresto di Maduro ha mostrato di saper tenere sotto controllo la situazione utilizzando la capillare rete di distribuzione di beni di prima necessità rodata negli anni e gestita dalle forze armate. Ha centralizzato immediatamente l’organizzazione degli scavi per la ricerca di sopravvissuti. Migliaia di volontari sono scesi in strada per aiutare, la gente del Venezuela ha una lunghissima storia di reti civili di quartiere autorganizzate.
Si scava con le mani
«Nei primi giorni aiutavamo le squadre di soccorso del Governo» spiega Nelson, ingegnere quarantenne emigrato dieci anni fa in Ecuador e tornato a Caracas un mese fa per le vacanze. «Poi – continua – quando abbiamo visto persone davanti a edifici di cui era rimasta in piedi solo la facciata senza che nessuna squadra governativa arrivasse ad aiutarli, abbiamo cominciato a scavare per conto nostro. Il problema sono le ruspe. Molti privati le hanno messe a disposizione gratis, ma non bastano, si scava con le mani». A Caracas la città è ancora quasi tutta in piedi, è nella zona portuale della Guaira il peggior disastro. Lì la gente vive in strada davanti alle case distrutte.
C’è odore di corpi putrefatti, c’è rischio di epidemie. Racconta Nelson: «Ho visto con i miei occhi una cinquantina di persone mettersi fare barriere per fermare i camion, hanno implorato i primi due camionisti in transito perché li aiutassero ad usare i loro camion per spostare detriti. Urla, spinte, disperazione pura: una scena straziante». Nei pochi negozi rimasti in piedi a La Guaira due giorni dopo il terremoto sono cominciati i saccheggi. Il regime, che teme di perdere il controllo dell’ordine pubblico, ha mandato centinaia di agenti della Guardia Nazionale Bolivariana con mitra e scudi. È stato improvvisato un obitorio nel porto di La Guaira. Centinaia di sacchi al sole. Agenti armati con mascherine presidiano sotto il sole l’obitorio dove vagano stravolti i parenti dei dispersi.
Si rischia l’esplosione sociale
Il rischio dell’esplosione sociale cresce con il passare dei giorni, le forze armate rispondono al loro capo politico degli ultimi dieci anni, Diosdado Cabello, il numero due del Governo. Cabello, già potente durante la presidenza del presidente Hugo Chávez – morto nel 2013 – è diventato il capo reale della macchina governativa dopo la cattura del successore alla presidenza, Nicolás Maduro, da parte delle forze speciali statunitensi con bombardamento notturno il 3 gennaio della Delta Force durante il quale sono stati uccisi i trenta agenti cubani della scorta. Maduro è stato subito sostituito dalla sua vice Delcy Rodríguez che ha contrattato con la Casa Bianca la sopravvivenza politica del regime insieme a suo fratello Jorge, presidente dell’Assemblea Nazionale.
Il terremoto devastante è piombato nel mezzo di una situazione politica e sociale molto grave con il tasso di inflazione più alto del mondo. Il crollo dei prezzi del petrolio, la pessima gestione dell’economia hanno sfinito il Paese da cui dieci milioni di persone sono fuggite negli ultimi dieci anni. Il sistema sanitario è collassato, la rete elettrica non regge, il contrabbando è la vera economia nazionale. Da gennaio il Venezuela si è trasformato, nei fatti, in un protettorato americano. L’amministrazione Trump controlla la maggior parte delle entrate delle esportazioni del Paese da un conto Citibank a New York. La presidente ad interim Delcy Rodriguez dipende dagli Stati Uniti per rimanere al potere. Le è stato concesso di non convocare elezioni, ma in cambio ha garantito il mantenimento dell’ordine sociale e mano libera sui giacimenti.
Attendendo gli aiuti di Trump
Gabriel O., economista venezuelano testardamente deciso a non emigrare dice: «Il terremoto può ridurre in macerie anche l’accordo con Trump. Dopo il terremoto il presidente statunitense ha menzionato il petrolio del Venezuela, dicendo: “abbiamo estratto milioni di barili di petrolio e abbiamo pagato la guerra in abbondanza” ma ora con il rischio di esplosione sociale è cambiato il quadro». Washington ha organizzato una squadra di ricerca di 250 persone. La propaganda di regime mostra Diosdado Cabello urlare contro soccorritori americani. Il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, si è impegnato a dare 300 milioni di dollari. Nota una cittadina statunitense che vive tra Miami e Caracas: «Il problema ora per Trump è che deve passare dalle parole ai fatti perché sta offrendo solo una frazione dei fondi di cui il Venezuela ha bisogno». Le stime delle perdite causate dai terremoti oscillano tra i 10 e i 100 miliardi di dollari. Dieci miliardi di dollari equivalgono al 10 per cento della produzione economica annuale totale del Venezuela.

