Umanità nel Céline inedito

by azione azione
8 Luglio 2026

Adelphi pubblica anche il secondo dei due romanzi riscoperti, ambientato nei bassifondi della capitale britannica

«A Londra le cose non prendono mai forma volentieri. Una rimanda all’altra, tutto qui. Ti devi accontentare di un’impressione. Stai in campana per anni. Abbassi un po’ la guardia. Risultato: non sai mai se hai sbagliato. Ecco l’inglese. Sempre infinito». Sono parole di Louis-Ferdinand Céline, uno dei massimi scrittori della letteratura mondiale, eppure solo fino a pochi anni fa ci erano del tutto ignote. Si trovavano, assieme a migliaia di altre pagine, in un baule che si pensava smarrito e il cui ritrovamento sta costringendo gli studiosi a un vorticoso aggiornamento di un intero capitolo della storia letteraria, e non dei minori.

Qualcosa di simile deve essere successo in epoca umanistica: quando Petrarca ritrovò a Verona le lettere di Cicerone, o quando Poggio Bracciolini inciampò per la prima volta in Lucrezio, Quintiliano e Stazio nelle sue ricognizioni in biblioteche monastiche. Mutate le «mutande» (l’immagine non sarebbe forse spiaciuta al diretto interessato) ci troviamo oggi di fronte a uno tsunami letterario di quasi pari portata.

I fatti, intanto: nell’estate del 1944, dovendo lasciare la Francia in modo burrascoso a causa del suo collaborazionismo con il regime di Vichy (sarebbe finito in esilio in Danimarca), Céline fu costretto ad abbandonare una grossa parte dei suoi manoscritti, compresi due romanzi ancora in fieri, Guerra e Londra. Il caso volle che nel medesimo appartamento venisse poi ad abitare un celebre partigiano, Yvon Morandat, che per decenni conservò quel tesoro letterario senza darne notizia. Ci furono poi ulteriori passaggi di mano, fino alla «bomba» sganciata nell’estate del 2021 dal giornalista Jean-Pierre Thibaudat, ultimo depositario delle carte che, venuta oramai a mancare la vedova di Céline Lucette Almansor, ritenne giunto il momento per la loro divulgazione.

Di Guerra, la prima e più esile anta del dittico, pubblicata in italiano dall’editore Adelphi nel 2023, avevamo parlato proprio in queste pagine; ma soltanto ora, con in mano il corposo volume intitolato Londra, con una copertina di quelle che catturano subito lo sguardo e la magistrale traduzione di Ottavio Fatica, è possibile stabilire quale sia il contributo di novità rappresentato da queste pagine inedite. Un apporto che a me pare di grande momento, come un iceberg che, emergendo all’improvviso, non possa fare a meno di spostare i pesi e i valori fin lì stabiliti dalla storiografia e dalla critica. C’è insomma un prima e un dopo Londra nella storia di Céline e, oserei dire, nella letteratura europea del XX secolo.

Chi conosce l’autore sa che Céline, oltre a essere un sublime stilista, non temeva di affrontare di petto questioni che in genere (per pudore se non addirittura per censura) difficilmente entravano all’epoca in un libro a stampa. Londra non fa eccezione, nella sua descrizione cruda e diretta del mondo della malavita della capitale britannica in un’epoca che corrisponde agli ultimi anni della Prima guerra mondiale. Cronologicamente parlando la storia si situa infatti subito dopo Guerra, con i medesimi personaggi e il medesimo stile, ma con un surplus di umanità (e di degrado) che la rendono un’opera assai più importante.

Che sia possibile trattare con sensibilità e decoro temi forti come quelli della criminalità e dello sfruttamento della prostituzione è qualcosa che sappiamo basterebbe richiamare alla mente le canzoni di Georges Brassens o gli affreschi musicali di Nanni Svampa dedicati alla «ligera». Céline fa un’operazione simile evocando un coloratissimo campionario di magnaccia, donne di vita e piccoli delinquenti che alla fine risultano quasi simpatici nonostante l’estremismo dei loro pensieri e delle loro azioni. Céline d’altronde è così, non conosce mezze misure: in lui il massimo di moralità si accompagna sempre al massimo di disperazione e di abbruttimento, in un pastiche di valori e disvalori che non conosce uguali nella storia della letteratura.

Sul piano autobiografico (e i suoi testi in una certa misura lo sono sempre) la maggiore conquista mi pare si situi là dove l’autore-personaggio rievoca la nascita della propria passione per la medicina, una vocazione strettamente intrecciata a quella letteraria e che si sviluppa in lui «non tanto per fare il gradasso quanto per essere più vicino agli uomini» – una frase che si potrebbe appendere sull’architrave di tanti ospedali e studi medici. Figura chiave a tale proposito è, nel romanzo, il dottor Yugenbitz, il medico dei disperati (e disperato lui stesso) di cui il protagonista dice a un certo punto: «Mai nessuno mi aveva fatto così felice. […] Voleva per davvero che cerco di capire quello che c’era scritto, spiegato nei suoi libri di medicina, che m’istruisco un po’ invece di non fare niente. Sicché non gli interessavo solo in quanto lavoratore, soldato? magnaccia? ladro? disertore? stronzo? buffone? Gli interessavo semplicemente come me, come uomo. Era la prima volta che mi succedeva».

Il sentimento è tanto più sconvolgente se si pensa che Yugenbitz è ebreo. L’antisemitismo di Céline fu reale e problematico e non può essere in alcun modo attenuato nemmeno alla luce di queste nuove acquisizioni. Eppure non si può nemmeno negare che in Londra il personaggio migliore, il più generoso e il più umano, sia Athanase Yugenbitz con la sua povera famiglia di ebrei polacchi emarginati.