Pessime notizie per noi occidentali

by azione azione
8 Luglio 2026

La sconfitta degli Stati Uniti in Iran segna la fine della loro ottantennale egemonia nel mondo e gli effetti continueranno anche dopo l’Amministrazione Trump

Gli Stati Uniti hanno subìto in Iran la sconfitta forse più strategica della loro storia post-1945. Di fatto, segna la fine della loro egemonia globale, durata ottant’anni. Dove per egemonia intendiamo la capacità di proporsi al resto del mondo – amici, nemici o neutri – come perno del sistema. Parametro universale. Ciò che da almeno un paio d’anni gli Stati Uniti non sono più. La guerra contro l’Iran è la sanzione di questo crollo. In chiaro: non si tratta di un declino nel contesto di una fase egemonica, ma della sua fine. Argomentiamo.

L’America è stata dal secondo dopoguerra a oggi un impero di aspirazione globale, non dichiarato ma effettivo. Quattro i pilastri del sistema: la superpotenza militare, espressa nella suddivisione del pianeta in aree di responsabilità dei Comandi regionali e degli oceani, suddivisi per Flotte della US Navy, più controllo delle orbite basse via satelliti; l’uso della moneta nazionale, il dollaro, quale divisa privilegiata degli scambi internazionali; il primato scientifico e tecnologico, specie nei settori di avanguardia; il soft power, ovvero uno stile culturale vario (musica, cinema, arti varie) e una way of life capaci di affascinare le popolazioni più diverse, incluse quelle storicamente avverse (cinesi, sovietici/russi). Oltre a noi europei, confitti nella nostra presunzione di superiorità, talvolta puro snobismo.

Solo guerre perse

Il paradosso è che in questi ottant’anni gli Stati Uniti hanno combattuto molte guerre, nessuna vinta. Nella migliore ipotesi, quella di Corea può considerarsi uno stentato pareggio, del Vietnam inutile discorrere, quanto alla «guerra al terrorismo» in tutte le declinazioni – compresa quella contro l’Iran – di male (Afghanistan) in peggio (Iraq). La «vittoria» nella guerra fredda è stata più un suicidio del rivale sovietico che un’affermazione di Washington. Lo conferma il fatto che Bush abbia tentato fino all’ultimo di salvare l’Urss di Gorbaciov, temendo – con qualche ragione – il contraccolpo del crollo del suo impero sul dominio americano.

Quando gli storici tenteranno un bilancio di questo impero sui generis, molto probabilmente vedranno proprio nella «vittoria» contro i sovietici l’inizio della fine. Ovvero la sovra estensione delle responsabilità ad aree un tempo affidate al controllo nemico, di fatto ingovernabili da remoto. Insieme, l’illusione di poter convertire al proprio sistema economico, culturale e valoriale il rivale in ascesa, la Cina rossa. In una frase: la globalizzazione, intesa come graduale americanizzazione dell’umanità, è stata la tomba dell’impero a stelle e strisce.

Lo zampino di Israele

Tutti e quattro i parametri citati tendono verso il basso, mentre la Cina, che accuratamente evita di finire in guerra occupa parte dello spazio materiale e immateriale abbandonato da Washington. Tra cui la stessa Russia, con il suo ex impero centrasiatico.

Tanti scricchiolii, ma fino a ieri nessun crack. Fin quando per motivi imperscrutabili l’America è stata trascinata da Israele nel gorgo delle sue guerre senza fine, in cui non si vede quali interessi vitali Washington debba difendere. Il caso Iran è il crack.

Primo, per il solo fatto di essere finita in guerra fra due potenze regionali in disputa per la prevalenza nel Medio Oriente, Washington ha dimostrato di non essere padrona della sua agenda. Nell’oramai abbastanza scoppiata coppia israelo-statunitense è stato il presunto servo (Israele) a servirsi del presunto padrone (Usa). Con risultati disastrosi per entrambi.

I limiti militari degli States

Secondo, perché malgrado la retorica bellicista di Trump gli Stati Uniti hanno dimostrato di non potere sostenere una guerra di qualche intensità, contro uno Stato robusto, per più di qualche settimana. Le Forze armate americane non hanno né lo spirito né le risorse per impegnarsi a fondo, anche per la fragilità del fronte interno. L’ammutinamento a bordo della portaerei Ford è solo un episodio fra i molti che testimoniano il disagio delle truppe. Il rapido esaurirsi del munizionamento e la modesta capacità dell’industria militare sono evidenti.

Terzo, e più grave. Gli americani non hanno più alleati. In Medio Oriente, dove Israele in lotta per la sopravvivenza e in vena suicida sfrutta le risorse di Washington a fini propri e mina gli sforzi della diplomazia americana. In Europa, dove la Nato «cerebralmente morta» (Macron, 2019) si svela famiglia dissociata e in preda ad antichi rancori e dispute intestine. In Asia, dove Giappone e Corea del Sud considerano con orrore la tentazione trumpiana di un grande compromesso con Pechino. Per tacere di Taiwan, dove gli indipendentisti gridano al tradimento. Ciò che America non riunisce più Cina avvicina e forse presto dominerà.

L’incredibile sottovalutazione di Teheran

In Iran continueranno ancora per un pezzo gli incidenti e le fiammate belliche, inframmezzate da tregue più o meno brevi. Il cosiddetto cessate-il-fuoco provvisorio è già una capitolazione. L’incredibile sottovalutazione della Repubblica Islamica da parte degli apparati di Washington segnala un deficit culturale preoccupante. Riflesso e conseguenza della carenza di strategia.

Facile liquidare il tutto come «momento trumpiano», destinato a essere riassorbito appena l’attuale inquilino della Casa Bianca sarà pensionato. Ma i fattori interni – profonda crisi di identità, delegittimazione delle istituzioni, dispute fra poteri domestici – lasciano presumere che i guasti provocati da questa Amministrazione avranno un impatto anche nel futuro prossimo. Pessime notizie per noi occidentali.