L’intramontabile fascino dell’Italia

by azione azione
8 Luglio 2026

Ascona espone le opere degli artisti tedeschi innamorati delle vibranti atmosfere del Sud

Nel corso dei secoli l’Italia ha sempre esercitato un magnetismo irresistibile sui popoli di tutta Europa per la ricchezza del suo patrimonio artistico, per l’incanto dei suoi paesaggi intrisi di una luce palpitante e per l’accoglienza della sua gente, piena di gioia di vivere. Crocevia di scambi culturali e fonte inesauribile di ispirazioni, il Bel Paese è stato così la meta elettiva dove potersi «inebriare del sacro spirito dell’arte, di un’atmosfera mitissima e di ricordi dell’antichità», come ha scritto Goethe nel 1787 a Roma, durante il suo viaggio nella penisola italiana a contatto con la natura e le vestigia del passato.

Tra Settecento e Ottocento il Bel Paese diventò traguardo prediletto del viaggio di formazione chiamato Gran Tour

Se già nel Medioevo le strade dello Stivale erano battute con frequenza da pellegrini, mercanti, pittori, predicatori, studiosi e avventurieri di ogni sorta, è tra Settecento e Ottocento che è diventato il traguardo prediletto e irrinunciabile del Gran Tour, il lungo viaggio di formazione, intrapreso da giovani rampolli dell’aristocrazia, da artisti e da intellettuali, che toccava le città più importanti del continente europeo, prime fra tutte, ovviamente, quelle italiane.

Nemmeno tra la fine del XIX e i primi anni del XX secolo l’Italia ha perso il suo primato di luogo più ambìto: a dispetto dell’interesse crescente suscitato da altri centri artistici, come Parigi, ad esempio, cuore pulsante della creatività avanguardistica, essa è riuscita a mantenere vivo il desiderio della scoperta delle sue meraviglie.

Tra coloro che non hanno rinunciato a immergersi nella luce mediterranea e nella superba eredità artistica italiana ci sono stati numerosi artisti germanofoni, spinti anche da una visione della Penisola come un mondo alternativo e rassicurante, una sorta di antidoto a quello dell’Europa a nord delle Alpi, trasformato dal repentino sviluppo industriale. Quella italica appariva ai loro occhi come una terra autentica, la cui popolazione rurale dalle abitudini arcaiche aveva mantenuto un’invidiabile semplicità di vita.

Che l’abbiano scelta come Paese in cui vivere o che vi abbiano soggiornato solo per brevi periodi, conservandone comunque un ricordo vivido, questi artisti infatuati dell’Italia hanno legato a essa in maniera indissolubile la loro attività creativa, restituendone la bellezza in una grande varietà di linguaggi e soggetti.

Molti di loro facevano parte dei cosiddetti neue Deutsche Römer ovvero di quei «tedeschi romani» di seconda generazione (cronologicamente posteriori ai Deutsch-Römer «classici») che tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio della Prima guerra mondiale, sulla scia dei viaggiatori romantici, hanno fatto della Città Eterna il loro luogo d’elezione. Splendida e immortale, Roma era lì ad aspettarli con i suoi inestimabili tesori avvolti in una dimensione senza tempo.

Non è un caso, allora, che la mostra allestita al Museo Castello San Materno ad Ascona abbia l’emblematico titolo Nostalgia del Sud, un sentimento che accomuna le quaranta opere esposte, tra dipinti, sculture e disegni, realizzate proprio da maestri di area germanofona attratti dall’intramontabile mito dell’Italia. Presentati per la prima volta al pubblico, sono lavori che provengono da una prestigiosa collezione privata tedesca e che rispecchiano le differenti esperienze vissute dagli artisti durante la loro permanenza nel Paese.

Osservando le opere si coglie con chiarezza come i pittori e gli scultori in rassegna, quattordici in tutto, appartenessero, pur nella diversità delle declinazioni, a una tendenza estetica in contrasto con le correnti più avanzate dell’arte della loro epoca. Ad allontanarli dalle ricerche avanguardistiche che sarebbero esplose nel corso del Novecento è stata la loro scelta, profondamente deliberata, di intraprendere una cifra stilistica che si ponesse tra accademismo e modernismo, avviando un nuovo linguaggio espressivo contraddistinto dal rigore formale e dal marcato orientamento classicheggiante. Probabilmente è proprio per tale motivo che molti di questi artisti sono rimasti nell’oblio per tanto tempo, prima che la loro recente riscoperta li valorizzasse agli occhi di critica e pubblico.

Gli artisti in mostra, avevano avviato un nuovo linguaggio espressivo dall’orientamento classicheggiante

Certo è che il soggiorno in Italia ha costituito per ciascuno di loro un momento più o meno lungo di grande libertà, una preziosa occasione per la sperimentazione di tecniche e temi inediti, stimolata anche dalle relazioni intrattenute con colleghi, mecenati e collezionisti locali e dal contatto diretto con la gente del posto.

Ecco allora Otto Greiner, pittore e incisore nato a Lipsia che ha soggiornato a Roma dal 1891 al 1915 nell’abitazione lasciatagli da Max Klinger in via Claudia, a pochi passi dal Colosseo. Qui Greiner, ammirato anche da Umberto Boccioni nella sua fase prefuturista, ha dato vita a opere di un realismo nitido e raffinato in cui la classicità dei soggetti mitologici riusciva a conquistare una veridicità contemporanea grazie al fascino tangibile delle fisionomie dei modelli presi abitualmente dal popolo, come nel caso del bel disegno intitolato Sirena, eseguito intorno al 1900.

Amico di Greiner era Sigmund Lipinsky, pittore che ha scelto l’Italia come sua seconda patria stabilendosi a Roma, in via Margutta, la strada malfamata della bohème artistica. Interessato a temi mitologici, che ha sviluppato accostandosi alla poetica simbolista e trovando nella campagna romana costellata di cipressi e di rovine il suo scenario ideale, Lipinsky, stimato anche per la sua produzione grafica, dipingeva con un’esecuzione minuziosa fatta di pennellate brevi e fini. Le stesse che ritroviamo nell’opera Le Esperidi del 1907, esposta ad Ascona.

Ecco ancora, tra gli altri, il pittore ungherese Adolf Hirémy-Hirschl, autore di lavori a soggetto storico, di moderni ritratti di famiglia e di vedute paesaggistiche; Oswald Achenbach, pittore tedesco che ha lasciato l’ambitissima cattedra di paesaggio dell’Accademia di Düsseldorf per raggiungere la Campania, di cui ha immortalato le località più suggestive; e Ludwig Passini, celebre acquarellista austriaco che nel 1873 si è stabilito a Venezia in uno studio di Palazzo Vendramin Calergi, sul Canal Grande, raggiungendo nei suoi scorci della Serenissima un equilibrio perfetto tra libertà creativa e precisione compositiva.

Tra gli artisti che hanno fatto invece solo brevi soggiorni nella Penisola, sono interessanti Adolph von Menzel, pittore e illustratore affascinato dalla vita quotidiana e dai costumi della popolazione locale, e August Gaul, scultore che si è dedicato esclusivamente alla riproduzione di animali e che nel 1898, poco dopo essere giunto nella Città Eterna, ha realizzato l’opera Capre di Roma, mostrando come la sua permanenza in Italia, sebbene fugace, abbia influenzato in maniera indelebile il suo stile, avviandolo nella direzione di un’armoniosa monumentalità essenziale. Anche per lui il Bel Paese non è stato soltanto un incantevole luogo fisico ma uno spazio mentale di rinnovamento e rinascita.