Dopo le dimissioni del premier britannico Keir Starmer si è aperta una nuova fase di instabilità, in cui si affaccia la figura dell’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham
Ora che si avvicina a Downing Street, speriamo che Andy Burnham – politico laburista britannico, ex sindaco della Greater Manchester tornato a Westminster come deputato – abbia pensato bene alla sua «big idea». È la bacchetta magica di ogni politico, quella che serve a far sì che gli elettori non guardino ai dettagli perché stanno inseguendo un sogno, un progetto: la stabilità , la legalità , un rinnovamento economico, una ritrovata fierezza nazionale, oppure un mix di tutti questi elementi.
È finita malissimo
Keir Starmer aveva provato a governare senza e si è visto quanto è finita male. Seguendo la scia dei suoi predecessori, è andato a sbattere contro il più grave dei problemi, ossia la crisi d’identità di un Paese reduce da anni di conflitti e di caro vita, incerto del suo posto nel mondo e immerso fino al collo nell’odiata burocrazia. Il premier dimissionario pensava che l’assenza di una «big idea» l’avrebbe reso più duttile ed efficace, e invece alla fine una narrazione ci voleva eccome per tenere insieme il Governo e l’elettorato. Ma è forse proprio la sua vaghezza ad aver dato una chance a Burnham perché, anche se sono stati fatti tanti errori, il sogno di un Governo di sinistra non è ancora morto. Di quest’ultimo si sa che è un bravo camaleonte, capace di prendere i colori dell’ambiente che lo circonda, e che emana il carisma degli ottimisti, dote tutt’altro che superflua quando si vuole governare. Intorno a sé ha un certo consenso, anche perché, con Starmer a fare da parafulmine alle critiche, è facile presentarsi come quello che ha in tasca tutte le soluzioni, sia per la sinistra che per il Paese.
La crescita è anemica, il debito ha raggiunto il 95% del Pil e i costi di rifinanziamento sono i più alti tra i Paesi del G7. In queste condizioni, il margine di manovra di Burnham – e del suo futuro cancelliere, su cui non ha voluto sbilanciarsi – è ridottissimo. Sebbene non abbia più ripetuto la frase «non dobbiamo essere al gioco dei mercati finanziari», Donald Trump lo ha subito etichettato come «estremamente liberale, estremamente», che nel linguaggio politico americano significa «molto di sinistra». Trump ha collegato questo giudizio alla possibilità che Burnham «probabilmente non aprirà il Mare del Nord» a nuove esplorazioni energetiche. È un tema cruciale non solo per lui, ma anche per i sindacati, che temono che, se Burnham scegliesse un ambientalista rigoroso come Ed Miliband per il Treasury, la linea verde del nuovo Governo possa mettere a rischio occupazione e industria.
Un Paese in crisi d’identitÃ
Tra poco il Governo dovrà prendere una decisione sui giacimenti di gas di Jackdaw e su quelli di petrolio di Rosebank, su cui l’industria ha chiesto l’autorizzazione in base alle nuove linee guida, dopo che la Corte suprema ha stabilito che le emissioni da combustibili fossili devono essere incluse durante le valutazioni di impatto ambientale. Il manifesto elettorale del Labour di due anni fa prevedeva anche uno stop alle esplorazioni nel bacino del Mare del Nord, ma Burnham in passato ha mostrato delle aperture. Inutile dire che il futuro premier deve recuperare anche l’emorragia di voti verso i Verdi, e che per conciliare queste due posizioni ci sarebbe bisogno di una «big idea», tanto più in un’estate per la quale l’aggettivo «torrida» appare un pallido eufemismo.
Per ora la cosa su cui il premier in pectore – a meno di colpi di scena shakespeariani – si è esposto di più è il desiderio di avere più attenzione su Manchester, di spostare al Nord alcune delle attività del Governo. «Manchesterismo», lo chiamano, nato dal successo economico di una città in rapida espansione dopo anni difficili. La vittoria alle elezioni suppletive di Makersfield, con ampio margine, ha dimostrato una legge chiara già ai tempi della Brexit, ossia che i territori dimenticati del Regno Unito premiano chiunque tolga i riflettori da Londra. Ma Manchester è pur sempre una grande città , che già beneficia del trasferimento della BBC a Salford, e non è detto che questo, e una «devoluzione più profonda» sulla tassazione e la spesa in infrastrutture, basti a soddisfare le inquietudini dell’Inghilterra provinciale, terreno di caccia prediletto di Nigel Farage e di Reform Uk (destra estrema anti-sistema), ormai alle porte di Westminster.
Riavvolgere il nastro
Nella sua dichiarazione più celebre e citata, Burnham ha detto di voler «riavvolgere il nastro di 40 anni di neoliberismo», ossia delle riforme di Margaret Thatcher che hanno messo in ginocchio il Nord del Paese, ma questo, davanti all’avanzata dell’intelligenza artificiale e dell’economia – un modello in cui agenti digitali autonomi prendono decisioni ed eseguono compiti complessi senza intervento umano – suona come uno slogan un po’ vintage, figlio della stessa vacua nostalgia che anima i discorsi di Farage. Sull’altro punto fondamentale, ossia l’immigrazione, si è allineato alla strategia dura dell’attuale ministra dell’Interno Shabana Mahmood, sui rimpatri e la stretta alle richieste di asilo. La politica estera anche è un cespuglio di rovi e di spine: in passato su X Burnham era stato duro nei confronti di Trump, anche per aver «portato instabilità nel mondo», ma il rapporto con gli Stati Uniti è troppo importante, e Starmer, che Trump ha definito «no Winston Churchill», ha tenuto duro per il bene di tutti. Ora il camaleonte carismatico deve dimostrare se il Regno Unito sia o meno ancora un Paese governabile.
