Una rassegna degli alfabeti dell’impossibile

by azione azione
1 Luglio 2026

Dalle parole degli angeli alle note musicali trasformate in lessico universale, Davide Astori attraversa la storia delle lingue inventate

«La lingua dell’Isola di Utopia è copiosa di parole e soave a sentirsi e più fedele delle altre nell’interpretare l’animo. Questa stessa lingua (benché in qualche parte è corrotta) è diffusa in un gran territorio di questa terra».

Per quale motivo a qualcuno può venire in mente di costruire una nuova lingua che si affianchi con qualche utilità alle lingue naturali che già conosciamo e usiamo? Bisogna sapere che c’è una parte consistente della linguistica che si occupa delle lingue inventate e che si chiama interlinguistica.

Per imparare il Solresol, bastavano le sette note musicali: fala significava «buono», lafa «cattivo», misi «buona sera»

Una disciplina che nei decenni ha stabilito che si possono inventare lingue per due motivi fondamentali: un’esigenza comunicativa, quella di facilitare, anche per semplice idealismo, la comunicazione tra parlanti lingue naturali diverse; e un’esigenza di tipo espressivo: lingue per le saghe letterarie e cinematografiche, lingue create per gioco e divertimento eccetera.

All’origine di veri e propri cantieri di lingue, in alcuni casi decisamente complessi e raffinati, furono i decenni attorno all’inizio del secolo scorso, per vari motivi storici e politici un periodo «di grande fermento, pervaso di ottimismo e positività». Epoca di esposizioni internazionali e della promozione di invenzioni come il telefono e il telegrafo, novità che non di rado posero una questione mai vista prima, un’inedita urgenza delle relazioni internazionali e interlinguistiche.

Davide Astori insegna Interlinguistica e Linguistica delle lingue segnate a Parma, e pubblica ora questo intrigante Che cos’è una lingua inventata (Roma, Carocci editore, 2025), rassegna dei contesti storici, delle figure che promossero i progetti linguistici più noti (non esclusi gli autori delle opere letterarie che li contengono), delle lingue stesse, dei metodi per renderle per iscritto. Le lingue inventate possono partire da quelle esistenti modificandole, oppure ricreare interi sistemi, e sono dunque innumerevoli e di grande fantasia e varietà. Dal Volapük ancora ottocentesco del «sacerdote cattolico tedesco e cameriere segreto di papa Leone XII» Johann Martin Schleyer, alla lingua artificiale più nota di tutte, l’esperanto di Ludwik Zamenhof, che si libera degli articoli indefiniti, dove tutte le parole finiscono per o, j al plurale, gli aggettivi per a, gli avverbi per e eccetera. Dal latino senza flessione fino alle lingue mistiche e sacrali: quella cinquecentesca dei sufi, la lingua ignota di Ildegarda di Bingen (1098-1179), fino all’Enochian, che il matematico, astronomo e occultista inglese John Dee (1527-1608) usava per comunicare con gli angeli e che era dotato peraltro di un alfabeto meraviglioso.

Ma la rassegna può continuare, con grande profitto del lettore. La cinquecentesca lingua dell’isola di Utopia di Tommaso Moro, dal lessico «piacevole all’orecchio, perfetto e sicuro» e dalla struttura «raffinata e pura». O ancora l’esperanto, che fu scelto come sistema di comunicazione per la breve esperienza dell’Isola delle Rose, autoproclamato Stato sovrano fondato su una piattaforma al largo di Rimini, alla fine degli anni Sessanta. E poi il Solresol, lingua basata sulle note musicali perché si era creduto, all’inizio dell’Ottocento, che la musica potesse rappresentare il codice «più prossimo all’universalità dell’esperienza umana»; la musica è, insomma, la stessa per tutti gli umani, indipendentemente dalla differenza delle loro lingue naturali. Così, fala vuol dire «buono», lafa «cattivo», sollasi «salire», misi «buona sera».