Spirito e colore nelle tele di Rothko

by azione azione
1 Luglio 2026

La città di Firenze omaggia il grande artista Usa di origini lettoni, che l’aveva amata e apprezzata tanto

Mark Rothko non amava esporre i suoi quadri in mostre collettive, le sue tele erano «drammi emotivi» e con esse manteneva un legame intimo e complesso. Questo sentimento affiora nella grande mostra Rothko a Firenze, settanta opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, curata dal figlio Christopher Rothko ed Elena Geuna, che si disvela a Palazzo Strozzi e continua tra suggestioni poetiche e architettoniche al Museo di San Marco e nel vestibolo Michelangiolesco della Biblioteca Medicea Laurenziana.

Un allestimento che è frutto di una riflessione durata quindici anni alla ricerca del «contesto migliore» in cui esporre le opere del padre, nella città che egli aveva visitato la prima volta negli anni 50 e poi nel 1966, e che aveva profondamente inciso sulla sua ricerca artistica, inducendolo a tornare – lui sempre tanto restio a lasciare il suo studio di New York – in compagnia della moglie e dei due figli. Così, Christopher e la sorella Kate, hanno cercato di ricostruire, anche attraverso loro ricordi, il legame che Rothko sentiva con Firenze, il Rinascimento, pittori come Beato Angelico, Giotto, Masaccio e le forme e i colori della loro pittura, che finalmente poteva vedere di persona, in tutte le sue sfumature, nei luoghi in cui era nata.

Sta in questa relazione, forse, il segreto dei grandi quadri di Rothko, di quelle enormi campiture di colore, di quegli arancioni, oro e rosso intenso, che s’intrecciano, si sovrappongono, vibranti e luminosi; una tavolozza diventata la cifra distintiva della pittura di Marcus Rothkowich. Questo, infatti, il vero nome dell’artista nato in Lettonia nel 1903, che aveva abbandonato l’università di Yale e il sogno di diventare avvocato, per una nuova vita da pittore quasi autodidatta, cresciuto sui libri e nelle sale del Metropolitan Museum dove aveva scoperto il suo amore per il Rinascimento.

Rothko a Firenze è dunque un’occasione unica per conoscere questo artista, fra i più grandi pittori del XX secolo, attraverso i suoi dipinti che, come scrive il figlio Christopher, possono parere «nebulosi, misteriosi, assurdi e forse ci sfidano a dare un senso a quanto vediamo attraverso la via indiretta delle sensazioni». Un’affermazione che ci ha spinto a esplorare la mostra cominciando dal Convento di San Marco e dalle celle nelle quali Beato Angelico aveva creato per i confratelli dei piccoli affreschi – quasi una finestra dell’anima, spirituale e meditativa, accanto a quella che faceva entrare la luce del giorno – e dove sono state collocate cinque opere di Rothko di piccolo formato, realizzate con tecniche diverse e in periodi differenti. Vederle una accanto all’altra: la semplicità e il candore devozionale dell’affresco luminoso di Beato Angelico e il suo contraltare astratto, caldo e vibrante di Rothko, è affascinante e crea un’emozione inattesa che induce a perdersi tra quelle cellette passando dall’una all’altra.

Un prologo e un viatico, quasi una chiave dell’esposizione di Palazzo Strozzi che si snoda nelle varie sale in ordine cronologico: dagli esordi, con le opere meno conosciute dell’artista e raramente in mostra, provenienti da musei internazionali e collezioni private. Vediamo i suoi lavori degli anni Trenta e Quaranta, legati al periodo figurativo e surrealista come Self-portrait, unico autoritratto in tutta la produzione di Rothko, del 1936 come Interior, dove è evidente il richiamo alla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo, e l’interesse per l’impianto compositivo rinascimentale.

Degli anni Quaranta sono invece le opere neo surrealiste ispirate ai miti dell’antichità come Room In Karnak e Tiresias. In molti di quei dipinti compaiono figure biomorfiche e creature primordiali molto suggestive che popolano anche i suoi acquerelli di quel periodo, preludio alla dissoluzione della forma che seguirà nei lavori detti Multiforms, o pre-classici, caratterizzati da macchie di colore e campi geometrici irregolari dai colori intensi che segnano il passaggio verso una totale astrazione.

Degli anni Cinquanta, dopo il primo viaggio a Firenze, i quadri più famosi: campeggiano sulle pareti candide di Palazzo Strozzi, si appropriano dello spazio, come Untitled 1952-1953, olio su tela, dove enormi rettangoli dai bordi sfumati, dalle tonalità brillanti sembrano volerci risucchiare dentro campiture di colore che fanno pensare a oceani marziani grazie ai rossi intensi, agli ocra rossastri e ai violetti eterei e profondi, e che, nelle sale successive, prendono tonalità più oscure e dense, sino ai grigi bluastri e ai rossi cupi e nerastri che sembrano evocare la faccia nascosta della luna.

«Dipingo quadri di grandi dimensioni perché voglio essere intimo e umano. In qualunque modo dipingete un quadro di dimensioni più grandi, ci siete dentro. È qualcosa che non si riesce a controllare». Così Mark Rothko raccontava la sua pittura e quella sorta di abbaglio di luce e di emozione che provava dipingendo e che pare sommergere il visitatore davanti a immensi quadri in cui il colore è alfabeto, filosofia e universo intero. Le ultime due sale di Palazzo Strozzi sono dedicate alle opere della fine degli anni 60: il suo capolavoro e il suo testamento.

Il monumentale progetto intitolato The Rothko Chapel, creato nel 1967 per i de Menil a Houston; la serie di dipinti Black on Gray, oltre a tre opere su carta di grande formato, alcune così scure da richiedere un’osservazione attenta per essere percepite; altre caratterizzate da velature successive, lievi e impalpabili dominate da azzurri tenui, terre rosate, terracotta, quasi una tavolozza di ascendenza quattrocentesca.

Mark Rothko si suicidò nel 1970 nel suo studio.