Pecoraro e i moribili del presente

by azione azione
1 Luglio 2026

In «La fine del mondo» nessuna consolazione resiste alla morte; da questa resa nasce uno dei romanzi più ambiziosi degli ultimi anni

Dal punto di vista della morte e della fine, nulla ha senso. Se prendessimo seriamente in considerazione l’idea che siamo «moribili» (il neologismo è della poetessa Patrizia Valduga), che il nostro destino è disintegrarci, perderci, disperdere le parti di cui siamo costituiti come pulviscolo, se lo prendessimo sul serio senza rifugiarci in costruzioni orientate a trovare uno scopo, una traiettoria, un motivo in questo nostro nascere-crescere-morire, capiremmo che poco importa che cosa abbiamo o non abbiamo realizzato, per quali battaglie ci siamo spesi, quali forme di onestà abbiamo costruito, con quanta tenacia abbiamo saputo incidere sulla realtà e quanto siamo riusciti a essere protagonisti o almeno personaggi principali nel vano teatrino della vita: la prospettiva della morte sbriciola ogni significato, colui che vive vuole che questo stato perduri il più a lungo possibile e non potrà mai accettare fino in fondo il fatto di non esserci.

È quindi una lucidissima resa, spruzzata di caparbia, l’ultima fatica (un tomo di oltre 350 pagine) di Francesco Pecoraro, La fine del mondo, pubblicato da Ponte alle Grazie (come il precedente Lo stradone): un libro che riconcilia con la narrativa contemporanea italiana. Un po’ autofiction, un po’ romanzo-saggio, La fine del mondo è una generosa colata di parole, pensieri, ossessioni, un flusso di coscienza che attraversa il protagonista (un urbanista in pensione dietro cui si può facilmente riconoscere lo scrittore stesso), diviso fra un quartiere di Roma denominato l’Ipotassi e un’isoletta greca.

In questa quotidianità che raramente si stacca dalla superficie delle cose, che solo in alcuni passaggi alza il tiro verso un commosso e partecipato stare al mondo, fonda e affonda il suo esistere l’io narrante, denunciando – ma subito dichiarando vana la denuncia – la fine delle speranze di palingenesi del mondo, da un punto di vista politico (i nuovi fascismi), ma anche ecologico (lo stato dei mari, il surriscaldamento), il tutto attraverso il filtro dell’angoscia privata, quell’ombelico attraverso il quale, per il solo fatto di tenere alla nostra pelle, leggiamo gli strati che compongono la realtà.

Non è vero, come ha fatto notare qualcuno, che il libro non ha struttura, anche se la stessa non è orientata a un fine, non si plasma sulla forma di una linea retta, risultando invece più simile a un cerchio, o un insieme di cerchi, all’eterno ritorno del simile/dissimile. Quindi il quartiere di Roma, la sua bruttezza, la mediocrità delle vite comuni, il nostro essere totalmente assorbiti da Internet che è un trionfo totale e pervasivo del capitale e delle sue leggi; e la violenza della natura (tutto è natura, ammonisce lo scrittore), la curiosità per l’anatomia, non solo quella degli esseri umani, approfondita tramite un dialogo su Whatsapp con Marcello, un sapiente chirurgo, ma anche quella dei pesci, animali che vivono ancora nell’acqua come abitanti di un mondo originario e antico. Il male delle relazioni e il fascismo che esercitiamo sugli animali. Questo e molto altro si mescola, e torna, continuamente, in un impasto narrativo che fonde gli elementi di cui è costituito in modi sempre nuovi, sempre diversi, secondo traiettorie divergenti, non ordinate, non ordinabili (così, sembra dirci Pecoraro, è la vita); eppure il libro c’è, poggia stabilmente sulle sue ossessioni, ed è erede di molta narrativa.

Per il senso di disfatta, per il darwinismo che descrive con occhio asciutto, ricorda lo Svevo di Una vita. Se volessimo invece paragonarlo alla narrativa recente, il Trevisan di Works, anche se le premesse e le prospettive non sono le stesse. La fine del mondo è un libro difficilissimo che si legge con sorprendente facilità; un libro-dispositivo che vanifica ogni tentativo di senso, ammalato da uno sguardo lucidissimo sulla fine (e della fine). Un romanzo che resterà.