Primi piani: l’artista ticinese ha attraversato fotografia, televisione, viaggio e videoarte, scegliendo sempre i territori meno prevedibili per i suoi processi di creazione
Sono diversi i motivi che hanno portato la nostra intervistata di oggi, Dona De Carli, a convincersi sin da giovanissima che la fotografia sarebbe stata la sua strada.
In un certo qual modo, a introdurla è involontariamente il padre, appassionato di fotografia e dotato di una naturale inclinazione artistica – forse, suggerisce Dona, sarebbe stata quella la sua vera strada da seguire. Possedeva una Voigtländer Bessa 6×9: «Mio padre era bravo, faceva delle belle foto. Ricordo che un giorno – stavamo andando ai Monti di Motti, e io avevo dieci anni, mentre mio fratello già sedici – papà voleva farci delle foto, che però non gli riuscivano, tanto che a un certo punto ha buttato l’apparecchio in mezzo alla neve: uno scatto di nervi perché non riusciva a fare non so cosa». Dona la raccoglie e la conserva: funziona perfettamente e ancora oggi la usa, con sua grande soddisfazione.
Arriva poi quell’estate d’inizio anni Sessanta trascorsa sempre ai Monti di Motti, dove la «prozia d’America» si presenta con uno strumento magico, una Polaroid Land 800 con cui immortala il gruppo di bambine lì riunite. Naturalmente, la fotografia viene mostrata seduta stante. Dona ha dodici anni, non ha mai visto una macchina a sviluppo istantaneo, e quell’evento la colpisce tantissimo.
Per i suoi 13 anni riceverà in dono dal padre una Kodak Instamatic con cui realizzerà i suoi primi veri reportage familiari. Dopo le scuole dell’obbligo, Dona desidera intraprendere una formazione come fotografa. La madre insiste invece affinché prima completi una formazione superiore. Va pertanto in un collegio a Lucerna dove, oltre a conseguire la maturità in lingue e commercio, grazie alla varietà di origine delle studentesse che lo frequentano, comincia a cogliere l’ampiezza degli orizzonti che la realtà può proporre uscendosene da contesti così ristretti come era il Ticino dell’epoca.
Conclusi gli studi, fa un trimestre come «osservatrice» nello studio di Vicari, per poi andare qualche mese a Londra a perfezionare l’inglese. Rientra troppo tardi per poter partecipare agli esami di ammissione della scuola di fotografia di Vevey, dove intendeva iscriversi. Manda allora dei dossier a tre buoni studi zurighesi e viene accolta da René Groebli, già allora fotografo affermato, il cui atelier specializzato in fotografia pubblicitaria e industriale riuniva professionisti di altissimo livello: «Sono andata a bottega. L’idea, per me, era di fare un anno o poco meno, e tornare a Vevey per provare a iscrivermi. Nel frattempo mi sono ritrovata dentro un mondo di bravissimi fotografi. Avevamo tutto quello che volevamo a disposizione, c’erano le Sinar fino al 20×25 cm, tutte le Nikon, la camera oscura potevi usarla il fine settimana. Lui era folle ma bravo, avevamo dei clienti molto importanti». Dopo sei mesi di lavoro da Groebli, decide di non andare più a Vevey: e invece di uno, alla fine resterà quasi quattro anni.
È nella bottega di René Groebli che Dona De Carli scopre, proprio nel pieno della disciplina tecnica, la propria distanza dall’immagine perfetta
È un’esperienza decisiva. Man mano che il tempo passa, però, capisce che la fotografia pubblicitaria non corrisponde davvero alla sua sensibilità. Si sente attratta da contesti più aperti, orientati alla ricerca artistica, alla libertà creativa. Già si manifesta la sua filosofia di «vivere il momento», di non lasciarsi imbrigliare in situazioni costrittive, e questo anche a scapito della carriera.
Nel 1975 rientra in Ticino e apre il suo primo studio a Locarno, in città vecchia: uno spazio in cui – come avverrà con tutti gli studi a venire – vive e lavora insieme. Dura un paio d’anni. Un bisogno di cambiamento la porta a chiudere l’esperienza e s’iscrive a Brera per studiare scenografia e storia dell’arte. Nel frattempo, risponde a un’offerta della RTSI dove, superato il concorso, viene presa in prova come camerawoman: sarà la prima donna a ricoprire questo ruolo nella televisione ticinese, in un ambiente ancora prettamente maschile. «Era una fatica – ci dice – perché, come donna, dovevi sempre dimostrare di essere all’altezza».
Si divide così tra i corsi a Milano e la formazione in televisione. Dopo qualche mese di questo andirivieni, Dona decide di partire per un viaggio negli Stati Uniti. Ed è a questo punto che capisce quanto il viaggio sia fondamentale per la sua esistenza. Nomade per indole, negli anni successivi attraverserà Africa, Asia e Americhe per lavoro, per progetti umanitari e per ricerca personale. «Ma il viaggio – ci dice – è anche una condizione interiore che può essere vissuta senza spostarsi, attraverso il lavoro artistico e l’esplorazione di sé». Vicende familiari la riportano in Ticino dopo soli quattro mesi.
Dona, oltre a riaprire un suo studio in città vecchia, viene dunque assunta dalla RTSI a tempo parziale, poi – dietro sua richiesta – lavorando su mandato: «Sono stati anni fantastici, estremamente formativi, c’erano delle produzioni incredibili. Dai musicali (classica, rock, cantautori e gruppi italiani) al teatro. C’era anche gente bravissima che veniva da fuori a fare regia. Ero sempre nella rosa scelta di quelli che lavoravano una settimana di fila». Una soluzione, quella del lavoro a cachet, che le permette di continuare parallelamente anche la sua attività artistica con la fotografia.
Vince poi un concorso della Città di Locarno per la documentazione fotografica della collezione d’arte cittadina e trasferisce il proprio atelier al Castello. È un incarico importante, che la impegna a lungo. Accanto alla fotografia d’arte – ambito nel quale si specializza collaborando con istituzioni pubbliche, artisti, collezionisti e case editrici, realizzando monografie e cataloghi d’esposizione – Dona continua a sviluppare la propria ricerca personale.
Ama esplorare tecniche poco convenzionali: il foro stenopeico, ad esempio, le doppie esposizioni, il dye transfer, le solarizzazioni in fase di stampa, le manipolazioni delle dia e dei negativi. Procedimenti che lasciano spazio all’imprevisto, alla sorpresa, all’errore, a quella dimensione poetica che la pellicola sapeva introdurre nelle immagini quando le si concedeva questa libertà. «A un certo punto ero attratta da tutto quello che poteva essere errore. L’errore poteva fare delle cose fantastiche. Faceva parte della mia natura, e a parte gli errori, mi piacevano anche le cose sporche, prendevo le dia… scaldavo le Ektachrome e poi le facevo stampare».
Ha usato candele e pile per illuminare situazioni immerse nell’oscurità – come per la serie Cadalom (Cà da l’Om, del 1995 ma esposta ancora recentemente presso la Fondazione Diamante a Lugano). Pratiche lontanissime da quanto avrebbe potuto fare nella fotografia pubblicitaria, e che conferma quanto è stato giusto, per lei, seguire fino in fondo il suo istinto.
Nell’Ottanta espone a Soletta, in una mostra collettiva, una serie di autoritratti. È l’inizio di una lunga attività espositiva, tra personali e collettive. Nell’86 ottiene una Borsa federale per le arti applicate e, nel 1989, un riconoscimento dalla Fondazione Arte UBS. Nel 1987 alcune sue immagini vengono incluse nell’importante pubblicazione antologica Il Ticino e i suoi fotografi. Fotografie dal 1858 ad oggi. Sue opere entrano inoltre nelle collezioni della Fondazione svizzera per la fotografia e del Musée de l’Elysée di Losanna.
La sua natura curiosa e aperta alla sperimentazione la conduce, dagli anni Novanta, anche verso la videoarte – passaggio quasi naturale, considerata la familiarità con l’immagine in movimento – e verso collaborazioni performative con altri artisti. Nell’ambito dell’Expo Svizzera 2002, il dipartimento della Cultura del Cantone Turgovia la sceglie per rappresentare la sua visione da visitatrice esterna e le commissiona un cortometraggio. Passerà un mese quale ospite nel convento cistercense di Ittingen raccontando la sua storia personale e le impressioni turgoviesi. Realizzerà un corto dal titolo Intimo, nel quale dà voce a un musicista e a un viticoltore/sciamano.
Spirito vulcanico, Dona continua ancora oggi a lavorare sia con la pellicola, sia con gli strumenti offerti dal digitale, in perfetta sintonia con la sua naturale propensione a rimettersi in gioco.
«Nel mio lavoro è il processo creativo che mi seduce, è l’andare nel profondo di un pensiero. Rivedo e riprendo lavori del passato, modificandoli, aggiungendo o togliendo nuove riflessioni, altri testi, e immagini inedite… una sorta di perpetuo work in progress, in continua tensione ed espansione».
