Nessuno Stato è al riparo dai venti di guerra che stanno spirando nelle aree martoriate, nemmeno la nostra piccola, e fino a ieri beata, Repubblica alpina. Di conseguenza è riemerso con forza, nelle sedi istituzionali, nei partiti e nei media, il dibattito sulla Difesa nazionale. Ovvero quale sia, in questo clima saturo di tensioni e minacce, non tutte subito identificabili come tali, la dottrina militare della Svizzera.
La questione è interessante per chi cerca di rintracciarne la genesi e l’evoluzione nel tempo. Nel secolo scorso, soprattutto dopo l’avvento in Europa dei regimi totalitari, ha prevalso il principio del «ridotto alpino»: una linea fortificata realizzata tra Sargans a Saint-Maurice, con al centro il massiccio del San Gottardo. L’ispirazione proveniva dall’architettura militare medievale, come si legge in un opuscolo sul «réduit national» redatto nel 1943 dal colonnello Louis Couchepin: «Il ridotto è l’opera interna di una fortezza, come la cittadella era il ridotto della roccaforte ed il mastio quello dell’intero castello». C’era però un problema: il complesso era pensato per ospitare la truppa, i cannoni, le mitragliatrici, i mortai, i depositi di munizioni e di viveri, non la popolazione civile, la quale si sarebbe trovata alla mercé del nemico, la cui avanzata si sarebbe estesa all’intera regione dell’altopiano. Quanto a lungo sarebbe durata la resistenza? Per fortuna non fu messa alla prova. Rimane la domanda sulla sensatezza e sull’efficacia di quella scelta strategica, argomento di accese discussioni.
Lo spirito del Paese
Il dispositivo non riguardava però soltanto l’esercito: comprendeva anche un versante civile e culturale. L’idea consisteva nell’affiancare alle installazioni militari un’ampia e capillare mobilitazione delle energie attive nella società, le reti associative, l’informazione, la scuola, la produzione intellettuale: arte, cinema, teatro, musica, letteratura, ricerca storica. Era la «difesa spirituale», che il Consiglio federale aveva già illustrato organicamente il 9 dicembre del 1938, al fine di «conservare e far conoscere il patrimonio spirituale della Confederazione». L’adozione del termine «spirito» (Geist, esprit) non era casuale: sotto questa voce era infatti possibile rubricare tutte le diversità presenti nel Paese, senza provocare urti o discriminare le varie componenti di natura etnica, linguistica, religiosa, con un occhio di riguardo per le minoranze. Un inno all’autarchia? Ci fu anche questo, ma in quegli anni bui era uno spirito che andava controcorrente rispetto alla propaganda nazifascista.
Nessuna fiducia
Tale doppio dispositivo, militare e civile, ha avuto vita lunga, condizionando tutto il secondo dopoguerra fino al crollo del comunismo di marca sovietica. Poi le coordinate sono cambiate, prima con gli attentati terroristici e in seguito con l’avvento della «guerra ibrida», svolta caratterizzata dalla compresenza di armi convenzionali e di raffinati strumenti tecnologici (attacchi cibernetici, sabotaggi, disinformazione sistematica). In questo scenario la Svizzera, come tanti altri Paesi, è rimasta indietro, aggrappata alla dottrina militare postbellica, fondata su un folto esercito di milizia e su una sorveglianza dello spazio aereo mai del tutto soddisfacente. Si è sempre pensato che la migliore strategia consistesse nel fare da sé, senza intessere per alcuna alleanza militare con i vicini. «Anche il pensiero di un possibile aiuto armato dall’estero è pericoloso», si poteva leggere nel Libro del soldato (edizione del 1959), specificando che «nella maggior parte dei casi, non ci si può interamente fidare, così che un esercito alleato sul proprio territorio è spesso imbarazzante quanto uno nemico».
Nessun accordo dunque, nessuna collaborazione, nemmeno con gli Stati confinanti Nato: una posizione tuttora sostenuta dai promotori dell’iniziativa sulla neutralità su cui saremo chiamati alle urne. Ma la rinuncia a possibili sinergie con altri Stati maggiori europei non è senza conseguenze, specie sul lato della spesa per l’acquisto di materiale bellico, che dovrebbe crescere parecchio se lo scopo è disporre di forze armate che siano credibili. La dottrina militare vigente non è solo antiquata ma è anche costosa, e sempre in ritardo rispetto ai sistemi d’arma che vediamo all’opera in Ucraina e nel Medio Oriente. La Difesa nazionale va dunque ripensata da cima a fondo, senza temere di relegare agli archivi i princìpi ereditati dal passato.