La crisi dell’Alleanza atlantica e dell’Ue apre una nuova fase di instabilità tra guerre, riarmi e il protagonismo tedesco in un Continente sempre più nazionalista
L’Europa sta cambiando volto. Siamo alla quarta svolta nel secolo abbondante che ci separa dal 1914. La prima, consumata entro il 1945 via doppia guerra mondiale nata nel Vecchio Continente, segnò l’esaurirsi causa fratricidio collettivo degli imperi europei che in età moderna si erano spartiti il mondo. La seconda, tra 1945 e 1991, vide l’Europa bisecata dalla cortina di ferro, stabilita nell’ordine di pace noto come Guerra fredda, con l’Est sofferente sotto il tallone sovietico e l’Ovest più o meno gaudente nel semiprotettorato a stelle e strisce, fortemente ambito. La terza, scaduta con il secondo avvento di Trump alla Casa Bianca (2025) ma già intuibile dopo l’invasione russa dell’Ucraina (2022), segnalò prima l’espandersi dell’impero americano nell’Europa sotto proprio intero controllo, la cui crisi di sovraestensione ha appena inaugurato la quarta. Eccoci nella caotica Europa post-americana, con le guerre all’Est (Russia/Ucraina) e al Sud-Est (vendette di Israele dopo il 7 ottobre), fuori controllo.
L’aspetto più interessante è l’esaurirsi degli strumenti istituzionali che vi avevano battuto il tempo della storia in questo ottantennio: la Nato (battezzata nel 1949 per tenere «gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto») e l’Unione europea (evoluzione delle Comunità europee definite con i Trattati di Roma del 1957). Entrambe architravi dell’impero europeo dell’America, frutto della sconfitta dell’asse Roma-Berlino e della scommessa Usa di piazzarsi alla frontiera fra le due Germanie per bloccare la minaccia sovietica e comunista. La novità è appunto la morte cerebrale del sistema euroatlantico (Nato+Ue), anticipata da Macron nel 2019 con riferimento solo alla Nato.
Stare o morire insieme
Oggi è palese che la coppia Nato-Ue, destinata a stare o morire insieme, è entrata in piena, irreversibile crisi di identità . Mura esterne e altre architetture saranno forse a lungo tenute in piedi per inerzia e forma, ma sono ormai fiori secchi, appassiti nell’onnivoro libro della storia. Del tutto imprecisato il futuro che ci attende. Con la sensazione di essere comunque costretti a considerare la probabilità di una nuova guerra grande, speriamo non definitiva, dentro e fuori il perimetro veterocontinentale. Non è solo questione strettamente militare. La guerra agita l’anima e il cervello degli europei non del tutto incoscienti. Diffidenza, sospetto e paura, insieme al peggioramento del clima economico e all’allentarsi delle legature sociali, delle stesse istituzioni, non favoriscono la valutazione fredda della realtà ed eccitano narrazioni diaboliche, stranianti.
In tale contesto, vale la pena soffermarsi sulla crisi dei gemelli eterozigoti Nato e Ue. Si sta profilando una Nato con gli americani sempre più distratti e indisponibili a morire per qualsiasi «alleato» d’Oltre Atlantico, mentre i russi recuperano parte dell’Ucraina e si avvicinano alle frontiere atlantiche. Effetto immediato la fine o almeno la crisi dei Paesi cuscinetto, da Finlandia e Svezia evolute da neutrali ad atlantiche, mentre la stessa Svizzera, al di là delle forme, si conferma strategicamente occidentale (su che cosa voglia dire esserlo oggi, con gli americani in ritirata, servirebbe un altro articolo.) Quanto alla Moldova, per discreta parte (Transnistria) sotto occupazione russa, è spazio conteso, come pure la quasi interezza dei Balcani.
Il piano della GermaniaÂ
Ne profitta la Germania per riarmare alla grande, autoproponendosi nuovo centro strategico euroatlantico, in parziale surrogazione del ripiegamento americano. Il piano è chiaro: diventare entro il 2029 la massima potenza militare del Continente sotto il profilo convenzionale e tecnologico. Come si possa esserlo senza la bomba atomica è questione di filologia che volentieri lasciamo agli azzeccagarbugli. La strada dall’esercito di «aggressivi campeggiatori», come da classica definizione inglese della Bundeswehr post-guerra fredda, a superpotente armata europea è tutta da costruire. Non è necessario inclinare al complottismo per scorgere, dietro questo esplicito vocabolario militarista, la speranza di salvare parte dell’industria tedesca in seria difficoltà dopo la rinuncia al gas russo, la perdita di importanti quote del mercato cinese e la carente influenza esercitata in ambito Ue – da Merkel a Merz – in caduta libera. Se però dovesse compiersi il miracolo, di rivoluzione non solo militare toccherebbe discorrere. Il motto atlantico originario sarebbe in via di rovesciamento: americani fuori, russi dentro, tedeschi sopra.
A volte sono i segnali apparentemente modesti a segnalare i grandi mutamenti di paradigma. Per esempio, nel caso, l’intenzione francese, tedesca e di altri protagonisti o minori attori comunitari di riformare, e forse liquidare, il servizio diplomatico europeo, oggi affidato alla estone Kaja Kallas, espressione dell’ala antirussa di punta a Bruxelles. Non si tratta solo di emarginare un’esponente di una linea nettamente avversa a Mosca nel momento in cui Berlino, Parigi e altri cercano di riprendere un dialogo con la Federazione Russa per finire la guerra. È soprattutto la constatazione che una politica estera europea non può darsi perché le strategie dei 27 non possono farsi una. Le esercitazioni di questo curioso servizio diplomatico sono fini a sé stesse. In tempi di emergenza, lusso da molti considerato eccessivo. Forse ci si comincia ad accorgere che la finzione del soggetto Europa è lusso che in questa determinante quarta fase può svelarsi eccessivo. L’Europa è nuda e si scopre sempre più nazionalista. Effetto paradossale del recitarsi unita.
