Al Teatro dell’Architettura il fotografo italiano mostra ancora una volta l’intensità del suo lavoro
Dopo la recente personale alla Fondazione Rolla, da sempre sostenitrice dell’artista, Pino Musi, fotografo italiano con sede a Parigi, torna in Ticino con una nuova e ricca esposizione antologica capace di riunire alcuni momenti salienti dei suoi quarant’anni di attività .
Un sapiente percorso fotografico, a cura del professore dell’Accademia d’Architettura Michael Jakob, che nasce e si sviluppa, come si dice in questi casi, come site specific, ovvero pensato e concepito per lo spazio che accoglierà le opere.
Parliamo infatti dell’ultimo piano del Teatro dell’Architettura di Mario Botta – con il quale Musi ha negli anni passato lavorato – dalla forma circolare, che ha certamente ispirato il titolo, Continuum, una continuità sfumata tra le fasi del lavoro, in cui non è necessario individuare un inizio e una fine.
Una curvatura delle pareti che non ha impedito alle fotografie, stampate su dei nastri continui e applicate a parete grazie a un precisissimo allestimento, di presentarsi allo spettatore, abbracciarne idealmente lo sguardo e accoglierne l’esperienza visiva.
Va specificato che il termine «teatro» per l’edificio di Mendrisio non è scelto a caso: l’intento dell’Accademia è di presentare, in compresenza, esposizioni con una durata limitata nel tempo. Esso non vuole presentarsi come guida, museo, fondazione o collezione: si sottolinea la messa in scena come parte essenziale del lavoro dell’architetto.
I momenti scelti dal fotografo e dal curatore sono sei – Origine, Metonimia, Iperbole, Superficie, Transizione e Incompiutezza, dai titoli dei progetti e dalla varietà estrema di contenuto: dalle prime prove nella riscoperta della Magna Grecia ai parcheggi labirintici della Cina contemporanea, dalle facciate milanesi alle anonime periferie europee. Sei diverse sequenze che, pur nella varietà dei contesti, hanno un filo comune rappresentato da una polifonia di bianchi e neri, sapientemente, se non addirittura virtuosamente, calibrati.
Lo spazio a disposizione non ci permette di affrontare singolarmente i progetti; mi soffermo quindi su tre immagini di grande formato che rompono il ritmo dei nastri – tre immagini recenti che sembrano richiamare un bisogno di rinascita, non solo fisica, ma anche metaforica dell’Europa.
Si tratta di tre immagini scattate durante il restauro di Notre-Dame e la ricostruzione della guglia dopo l’incendio del 2019. Essa ci appare invisibile, poiché coperta dal dedalo di fitte impalcature, tuttavia si intravvede uno sforzo comune, una presa di coscienza e la messa in campo di un significato collettivo.
Curiosamente, Musi fotografa la costruzione proprio da dove, quasi due secoli fa, Louis Daguerre metteva a punto l’invenzione della fotografia e provava a rappresentare, con lunghissimi tempi di esposizione, il monumento ancora privo di guglia. Siamo nel 1838, la guglia di Violet-Le-Duc è del 1860, e la dagherrotipia, proto-fotografia costituita da un solo positivo su argento, fu annunciata all’Accademia delle Scienze nel gennaio successivo.
Con quest’ultima esposizione, Pino Musi si pone tra i più interessanti fotografi italiani per intensità e continuità di ricerca. A questa produzione a parete va senza dubbio anche segnalato l’alto profilo della produzione editoriale: cataloghi, leporelli d’artista e altri formati – tra cui dischi con musicisti d’avanguardia – sempre estremamente attenti a coniugare qualità estetica e invenzione formale.
