Entra in vigore la riforma europea sull’asilo: Berna applicherà solo alcune misure, tra controlli più severi alle frontiere e nuove regole nei rapporti con l’Ue
Di questi tempi c’è un gran andirivieni di accordi tra Berna e Bruxelles. Patti che possono essere divisi in tre categorie. Ce ne sono alcuni in fase embrionale, come quello che riguarda l’intesa che mira a semplificare la partecipazione della Svizzera alle missioni di pace dell’Unione europea. A livello di bozza iniziale si trova anche l’accordo in materia di sicurezza, un argomento che verrà discusso la settimana prossima dal Consiglio degli Stati. Da affrontare una mozione che chiede al Governo di elaborare un mandato negoziale per definire un accordo con Bruxelles nell’ambito della difesa militare, tema decisamente ostico per un Paese neutrale come il nostro.
In una fase molto più avanzata si trova invece il cosiddetto «Pacchetto per la stabilizzazione e lo sviluppo delle relazioni Svizzera-Ue», chiamato anche «Bilaterali 3». Le trattative sono concluse da tempo, il «malloppo» deve ora superare i dibattiti in Parlamento e successivamente l’ormai certa votazione popolare. Un’intesa dalle dimensioni imponenti, oltre mille pagine per definire le future relazioni tra il nostro Paese e l’Unione.
Anni di intense trattative
C’è poi una terza tipologia di accordi, quelli ormai pronti a entrare in vigore. E in questa categoria spicca il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione europea, la cui applicazione concreta scatterà il prossimo 12 giugno. Una data a cui anche il nostro Paese è chiamato a prestare attenzione. Dopo anni di intense trattative, nel corso del 2025 i Paesi membri dell’Ue sono riusciti a siglare questo accordo, chiamato a rivedere i meccanismi che regolano il sistema europeo di migrazione. Una riforma che soddisfa anche gli interessi della Svizzera, così almeno ritengono Governo e Parlamento, anche se, in un primo momento, il Consiglio nazionale aveva bocciato questo nuovo pacchetto.
Da notare che il nostro Paese nell’ambito degli accordi di Schengen e Dublino, che riguardano migrazione, sicurezza e asilo, era stato coinvolto in modo attivo nelle discussioni che hanno portato alla definizione di questo nuovo patto. E questo grazie a quella che nel gergo diplomatico viene chiamata «decision shaping», la possibilità per un Paese terzo all’Ue di far valere le proprie posizioni nell’elaborazione di nuove normative comunitarie, perché associato a una delle sue aree, in questo caso quella di Schengen/Dublino.
Riassumendo all’osso, questa riforma si pone due obiettivi principali. In primo luogo vi sarà un rafforzamento dei controlli e delle registrazioni alle frontiere esterne dell’Ue, con l’introduzione di procedure più veloci per valutare le domande d’asilo in arrivo, anche per ridurre la cosiddetta «migrazione secondaria» all’interno dello Spazio Schengen/Dublino. Questo nuovo patto introduce anche dei meccanismi di solidarietà vincolanti, affinché i 27 Paesi membri dell’Ue accettino di sostenersi vicendevolmente nel ripartirsi i profughi in arrivo. Un meccanismo voluto per alleggerire il carico migratorio che normalmente pesa sui Paesi che si trovano alle frontiere esterne.
Meccanismi di solidarietÃ
La Svizzera ha adottato soltanto parzialmente questo nuovo patto, facendo proprie solo le parti che riguardano l’area Schengen/Dublino. Una versione «light» che comprende, oltre ai due punti appena elencati, anche un potenziamento del sistema informatico di registrazione delle persone in arrivo e nuove norme da adottare quando l’Unione europea si trova confrontata con una crisi migratoria. Per quanto riguarda i meccanismi di solidarietà va detto che essi non hanno valore vincolante per il nostro Paese. Berna rimane dunque libera di partecipare a eventuali operazioni di ridistribuzione dei migranti, definite tra i Paesi dell’Unione.
Dal punto di vista politico, questo accordo era stato avversato in particolare dall’UDC, che vi vede una perdita di sovranità a danno del nostro Paese proprio in un ambito sensibile come quello migratorio. Contrari per motivi opposti anche i Verdi, per loro questo patto mette a repentaglio il diritto all’asilo a causa di un’impostazione troppo rigida delle politiche migratorie, allo scopo, a detta degli ecologisti, di respingere alle frontiere esterne il maggior numero possibile di profughi.
Il sostegno all’accordo è arrivato da Centro e Partito socialista, con l’appoggio del PLR, seppur in ordine sparso. Diatribe politiche a parte, va detto che questo nuovo patto dovrebbe riuscire anche a gettare le basi per risolvere il contenzioso aperto ormai tre anni fa dall’Italia. Il Governo guidato da Giorgio Meloni si rifiuta di riaccogliere all’interno dei suoi confini i profughi che si trovano nel nostro Paese ma che in un primo tempo avevano presentato una domanda d’asilo alle autorità italiane. L’accordo di Dublino prevede questi rinvii, ma dal 2023 Roma si rifiuta di attuarli. Un blocco che ha obbligato la Svizzera ad accogliere in questi ultimi tre anni circa 2500 persone.
Questione di soldi
Nel frattempo oltre 800 di loro hanno ottenuto asilo nel nostro Paese, per un costo che finora si aggira attorno ai 60 milioni di franchi, come ha fatto sapere il Consiglio federale. Un braccio di ferro che ha fatto reagire diversi parlamentari federali, in particolare del centro-destra, che parlano di «scandalo» e che invitano il Governo ad alzare la voce nei confronti di Roma. Su questo punto si attendono eventuali sviluppi nel corso della prossima estate.
In conclusione va detto che proprio la settimana scorsa il Parlamento e il Consiglio dell’Ue hanno completato il Patto sulla migrazione e l’asilo con un altro meccanismo destinato a fare parecchio discutere, quello che prevede la possibilità di trasferire i richiedenti l’asilo in speciali centri situati in Paesi terzi, e considerati sicuri come Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Tra le polemiche l’Italia ha già realizzato uno di questi «return hub» in Albania. Anche la Svizzera è interessata a questi sviluppi, proprio la settimana prossima il Consiglio degli Stati discuterà una mozione dell’ex presidente PLR Petra Gössi che chiede al Consiglio federale di partecipare a questo tipo di progetti. Nel suo parere preliminare il Governo invita comunque a bocciare questa proposta, sottolineando che «un tale passo comporta numerosi ostacoli e rischi». La parola ora spetta però al Parlamento, che potrebbe anche decidere di allineare il nostro Paese all’Unione europea, anche per quanto riguarda questi «return hub». E forse il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo comincerà a piacere anche alla destra sovranista elvetica, che finora lo ha avversato.
