«Contemplare un albero, la sua crescita prodigiosa, non è meno importante di contemplare la vita di una persona. Koda Aya ci mostra che è nella natura che si lascia intravedere il mistero della nostra esistenza», così scrive Laura Imai Messina, autrice e iamatologa, a proposito della raccolta di quindici contemplazioni arboree di Koda Aya, opera postuma uscita in Giappone nel 1992 e arrivata da noi soltanto ora, grazie a Mondadori ma anzitutto grazie al successo del film di Wim Wenders, Perfect Days. La filosofia ispiratrice che anima il personaggio riflette la sensibilità che Koda Aya imprime nelle sue pagine, ovvero lo scandire del proprio tempo umano attraverso una lenta e paziente osservazione di quel che accade agli alberi, stagione dopo stagione. Gli alberi d’altronde sono diventati un catalizzatore universale, quanti scrittori oramai si concentrano su questo fronte del vivente? Quanti filosofi, poeti, camminatori, quanti registi e narratori, fumettari e cantanti, quanti teologi e monaci buddisti, quanti pittori e architetti e sociologi puntano il loro sguardo verso le cortecce, le venature delle foglie, le fioriture degli alberi che ci circondano? È diventata forse una nuova forma di ossessione delle nostre civiltà? Probabilmente sì. Non soltanto botanici e scienziati, o dendrosofi da strada come chi scrive.
Noi «alberologi» di lungo corso, accompagniamo la nostra vita con le osservazioni dei cambiamenti arborei, la descrizione impossibile dei grandi alberi vetusti, e misuriamo lo stesso respiro della vita con quei minuscoli cambiamenti che riguardano gli alberi, che quando andiamo in vacanza da qualche parte dobbiamo, per forza, andare in pellegrinaggio al grande pino, al vecchio ulivo, al vasto faggio o all’antico larice – la disponibilità di aggettivi alla fine è sempre la solita. Guardiamo anche forse con un pizzico di scetticismo tutto questo florilegio di nuove osservazioni da parte di occasionali protagonisti della cultura, sebbene conserviamo con gelosia il piacere di osservare gli alberi da tante stagioni. Però c’è sempre da imparare, perché ciascuno di noi riesce a notare qualcosa che altri non notano. Ad esempio trovo commovente questa descrizione che Koda Aya fa di un tipo particolare di conifera che cresce nelle foreste dell’isola dell’Hokkaidō, gli abeti di Ezo: «Il numero di semi che rilasciano anno dopo anno è sterminato, ma le foreste dell’Hokkaidō sono un ambiente ostile: anche se i semi germinano, molti non riescono a crescere. Quelli che attecchiscono sopra un tronco caduto sono però fortunati, perché lì le condizioni di crescita sono più favorevoli. Tuttavia, questo non significa che riescano a svilupparsi senza difficoltà. Lo spazio è limitato, e i più deboli soccombono. Solo pochi individui davvero forti e fortunati, capaci di adattarsi a condizioni tanto dure, riescono a sopravvivere, e oggi alcuni hanno raggiunto i tre o addirittura i quattrocento anni. Nati tutti lungo il dorso dello stesso tronco caduto, gli abeti sopravvissuti si ergono adesso in linea retta, l’uno accanto all’altro». Ci vuole una pazienza ciclopica per capire questi sommovimenti, per addentrarsi nei movimenti millimetrici che gli alberi reclamano e esplorano, semplicemente abitando il pianeta. Di fronte a tanta meticolosità risulta forse anche retorico invece vedere quali parole, quali espressioni e quali promesse usano i «divulgatori» per parlare di natura, foreste e benessere.
Di fresca pubblicazione è ad esempio Chiedilo agli alberi. Spiritualità, cura e natura di Guidalberto Bormolini: «Se lo sradicamento delle origini ha condotto al disastro umano ed ecologico a cui assistiamo, ci può essere solo una via d’uscita: rimettere radici. E se le prime radici scendevano in basso, forse ora è tempo di riscoprire l’antica saggezza di chi invita a piantarle in cielo». Il volume si pregia, non a caso, di una introduzione di Stefano Mancuso: «Ricongiungersi con la natura, portare la foresta nelle nostre case e noi stessi nelle foreste, non è un lusso per il tempo libero. È un atto di cura integrale, un imperativo ecologico e, soprattutto, un ritorno a noi stessi». I poeti della nostra epoca ripetono queste stesse parole da decenni.
Sia chiaro: ogni libro aggiunge un mattoncino alla coscienza comune, che siano libri intimi e necessari, quantomeno per chi li ha scritti, o libri più scaltri, magari alimentati dal vento del momento. Basterà questo a cambiare la società moderna? Sarà un ritorno individuale ma di massa alla natura a far sì che la società perduta, diffidente e liquida possa risolidificarsi e apprezzarsi? Chissà, se basteranno edifici simili al Bosco verticale, festival, un’editoria sempre più ecologica e dendrosofica, scuole arbocentriche, aziende e amministrazioni pubbliche sempre più attente al valore ecologico del proprio agire, per edificare una nuova società umana? Noi non avremo tempo di constatarlo, ma forse, tra due, tre o cinque generazioni gli equilibri potrebbero sensibilmente modificarsi.