C’è il forte sospetto che il Commonwealth Short Story Prize, un prestigioso riconoscimento letterario internazionale, sia stato assegnato quest’anno, per l’area caraibica, a un racconto scritto dall’intelligenza artificiale e firmato (solo firmato) da Jamir Nazir, un autore sessantunenne di Trinidad e Tobago. Il racconto, intitolato The Serpent in the Grove (Il serpente nel bosco, 4 – sulla fiducia), è stato pubblicato dalla rivista «Granta», altro monumento della comunità culturale (3 alla comunità culturale a prescindere).
Sulla base di un’indagine Pangram, un sistema rivelatore di plagi da IA, Ethan Mollick, docente della University of Pennsylvania, ha scritto sul «Guardian» che il testo è stato generato al 100% da algoritmi. È ironia della sorte, anzi una beffa, che per verificare un plagio digitale si debba ricorrere al digitale e che l’intelligenza umana non sia sufficiente.
Tra le formule ricorrenti nel testo dello pseudo Nazir che hanno fatto pensare a un prodotto algoritmico, ci sono alcuni usi e abusi della punteggiatura, metafore improbabili e vari stereotipi sintattici come la costruzione «not X, but Y». Tutti elementi diffusissimi anche fuori da ChatGPT o da Claude. È questo il punto. Il processo creativo (?) che genera tanti romanzi diciamo così non artificiali non è diverso dal processo che genera romanzi «artificiali»: ricorso a una sintassi semplificata al massimo, immagini bolse, scelte lessicali prevedibili, punteggiatura canonica.
Basta aprire a caso uno dei libri più venduti per riscontrare il grigiore che possiamo aspettarci da un qualunque Chatbot. Verrà il momento in cui l’intelligenza artificiale supererà di gran lunga tanta mediocrità narrativa che oggi va per la maggiore. E sarà finalmente una liberazione. Le cose saranno più chiare e meno equivoche: da una parte la paraletteratura scritta dall’IA e umani affini, dall’altra la letteratura. Che, come diceva Calvino, nasce dalla difficoltà di scrivere, non dalla facilità.
Ora, è talmente chiaro che certi libri nati dalla facilità, come certi prodotti dell’intelligenza artificiale (bastano una richiesta appropriata e un clic), non potranno mai essere letteratura, ovvero quell’impresa che, per restare sempre a Calvino, «si pone obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione» (6). Un po’ di coraggio, perbacco. Non i soliti beni di consumo spacciati per capolavori, romanzetti sentimentali («È con i buoni sentimenti che si fa cattiva letteratura», diceva Gide), stanche trame giallognole o nerastre, il trionfante romantasy. I cosiddetti libri veloci per lettori stanchi, narrazioni a bassa intensità e piene di cliché condivisibili dai più. Piuttosto, qualcosa che sorprenda, che miri non a guadagnare l’attenzione dei più interpretando lo «spirito del tempo», ma a stupire, a scoprire, a sconvolgere, a rompere il ghiaccio che c’è dentro di noi (come voleva Kafka).
Riuscirci non sarà facile, ma almeno tentare come non potrà mai fare l’intelligenza artificiale… Giocarsi una sfida con un linguaggio imprevedibile, complesso anche quando non è difficile, giocarsi una sfida solo con la propria scrittura, senza diventare performer, opinion maker, prezzemolo. «Letteratura come sistema passante» la definiscono Alessandro Baricco e con lui un ottimo critico come Gianluigi Simonetti: è quella letteratura non valida in sé ma utile a creare collegamenti e a diventare altro da sé (fiction tv, performance, recital civili a teatro, reading nei festival, cinema, musica eccetera). Astenersi da tutto ciò non è detto che sia una scelta antiquata da perdenti, anzi potrebbe essere un’opzione aggirante oltre che lungimirante: lasciare che l’IA assecondi e imiti la stupidità naturale (umana) e però seminarla imboccando un’altra via secondaria. Più oscura, rischiosa e solitaria, anche forse più divertente che scannarsi per avere il massimo di visibilità ovunque.
Quando, suo malgrado, cominciò ad avere successo, Carlo Emilio Gadda, il più grande di tutti, non tardò a lamentarsi di essere diventato «una specie di Lollobrigido, di Sofio Loren, senza avere i doni delle due impareggiabili campionesse» (7+). E ai giornalisti che lo disturbavano rispondeva: «Per favore, mi lasci nell’ombra». Gli scrittori di oggi, specie i più piccoli, implorano il contrario: «Per favore, non mi lasci nell’ombra».