Due regali, una piccola campana a Washington e una grande statua nel centro di Londra. La campana, posta originariamente sul sottomarino britannico Trump in servizio nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, è il dono di commiato di re Carlo III al re fasullo «No Kings Donald» ed è subito diventata virale sui social risultando alla fine una sorta di stigma della visita alla Casa Bianca compiuta dal sovrano del Regno Unito. Nella capitale americana re Carlo avrebbe dovuto essere ricordato per un validissimo e coraggioso discorso politico al Congresso statunitense, costellato di richiami storici impregnati da finissimi doppi sensi volti a criticare quanto gli Stati Uniti stanno vivendo con Trump alla guida del Paese.
A prevalere sono state frecciate e battute a iniziare da quella attribuita a Oscar Wilde («Abbiamo veramente tutto in comune con l’America, a parte la lingua, ovviamente») per approdare poi ai richiami politici, come il riferimento all’unione fra i due Paesi: «Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più importanti della storia umana. Prego con tutto il cuore che la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo». Alla fine però, con il dono della campana del sottomarino della Royal Navy, Carlo III ha confermato furbescamente di aver voluto essere un re che si atteggia a giullare. Tanto più che il suo perentorio invito («Se mai avesse bisogno di contattarci, non esiti a farci uno squillo») ha consentito ai tanti critici di Trump di declinare sui social i vari riferimenti a un epiteto riconducibile al suono di una campana («bellend»): nel mondo anglosassone solitamente viene usato per indicare una persona molto fastidiosa o che si comporta come un idiota.
Il tesoro di Bansky
L’immagine di Carlo III giullare dura solamente poche ore. L’artista Banksy, un maestro della «street art» la cui identità continua a rimanere ufficialmente sconosciuta, ha subito oscurato il comportamento di Carlo III: nottetempo, in gran segreto, ha issato una scultura in resina su un piedistallo in una piazza del centro londinese. Chi non conosce la street art e Banksy forse non sa che una collezione di sue creazioni è «sepolta» sotto la residenza dell’Ambasciata svizzera: il parcheggio sotterraneo della sede diplomatica ospita infatti un cinquantina di vivaci murales di «street art» che ornano muri e pilastri; fra questi ben 16 portano la firma di Banksy. La sua opera più celebre è una serie di ritratti in stile warholiano di Lenin travestito da punk, intitolata Vulture Capitalists, un gioco di parole in inglese tra «venture capitalists» (investitori nel rischio) e «vulture» (avvoltoio). Come rivelato da un recente servizio della Rts romanda e da Swissinfo, a favorire l’incredibile raccolta è stato Wolfgang Amadeus Brülhart, un addetto culturale dell’ambasciata, che nel 2000 ottenne il permesso di aprire nottetempo per una settimana il garage a una decina di graffitari britannici.
Ventisei anni dopo, formidabile giullare diventato re della «street art», Banksy ha creato la statua di un uomo che in abito elegante marcia impettito e con il volto coperto dalla grande bandiera che gli impedisce di vedere che sta per cadere dal piedistallo. Il monumento è una formidabile satira contro i potenti che, accecati dalla bandiera che impugnano, spingono Nazioni e seguaci verso drammatiche derive autoritarie nelle democrazie. Con la nuova opera, il re dei giullari del 2000 indirizza una caustica critica anche a Carlo III, il sovrano che negli Stati Uniti era riuscito a rivestire il ruolo di giullare alla corte di «No Kings Donald». A sciogliere ogni dubbio c’è l’ubicazione della statua: Waterloo Place non solo è vicina a diversi monumenti associati al nazionalismo e all’imperialismo britannico, ma dista anche poche centinaia di metri sia da Buckingham Palace, sia da Westminster e da Downing Street 10, cioè le sedi della famiglia reale, del Parlamento e di un barcollante primo ministro del Regno Unito, ovvero Keir Starmer.