Il ruolo degli adulti è fondamentale nella crescita emotiva dei bambini come spiega Alberto Pellai, che mette in guardia: tablet e smartphone possono calmare nell’immediato, ma non favoriscono l’apprendimento della regolazione emotiva
Le emozioni rappresentano una competenza fondamentale che si sviluppa nel tempo. Imparare a riconoscerle e gestirle è la cosiddetta «regolazione emotiva», un processo che coinvolge ogni fase della crescita, con il supporto degli adulti di riferimento. «Prima di tutto, le emozioni non sono qualcosa di astratto o puramente mentale: sono segnali corporei. Si manifestano attraverso sensazioni fisiche e rappresentano una sorta di “allarme” che si attiva quando usciamo da uno stato di equilibrio». Così esordisce il dottor Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, che continua: «È come se il corpo accendesse delle sirene per comunicarci che sta succedendo qualcosa di rilevante, dentro di noi oppure nell’ambiente che ci circonda».
Scopriamo quindi che le emozioni non sono casuali perché portano sempre un messaggio e svolgono una funzione adattiva: «Dal punto di vista evolutivo, le emozioni fondamentali, innate e presenti fin dalla nascita, sono sempre le stesse: rabbia, tristezza, paura, disgusto, gioia e sorpresa». Ciò che cambia nel corso della vita non è la loro natura, ma il modo in cui le viviamo, spiega Pellai: «Cambiano l’intensità con cui le percepiamo e, soprattutto, la capacità di regolarle». Egli sottolinea che nei primi anni di vita il bambino è completamente immerso nelle emozioni: «Le prova in modo intenso, ma non è in grado di riconoscerle né di gestirle. Un neonato che piange, ad esempio, vive un disagio senza saperne distinguere la causa, e dipende dall’adulto che interpreta il segnale e risponde in modo adeguato». In questa fase si parla di «eteroregolazione»: «È il genitore che “presta” al bambino la propria capacità di calmarsi e di dare senso a ciò che accade». Un processo che si basa su due competenze fondamentali: sintonizzazione e sincronizzazione. «La sintonizzazione è la capacità di comprendere lo stato emotivo del bambino, “sentendo ciò che sente”. La sincronizzazione riguarda invece il momento della risposta: non basta agire correttamente, è fondamentale farlo al momento giusto, perché un bisogno soddisfatto in ritardo non ha lo stesso effetto regolativo». Attraverso queste esperienze ripetute, continua Pellai, il bambino interiorizza progressivamente la capacità di gestire le proprie emozioni: «L’eteroregolazione diventa così autoregolazione: ciò che inizialmente viene dall’esterno diventa una competenza interna».
Un passaggio particolarmente delicato di questo processo avviene tra i 2 e i 5 anni, nel periodo spesso definito dei terrible two: «In questa fase il bambino non subisce più soltanto le emozioni, ma inizia a usarle anche in modo attivo e talvolta oppositivo, perché esse diventano uno strumento per attirare l’attenzione dell’adulto e ottenere ciò che desidera, nel momento in cui emerge con forza il principio del piacere, cioè il bisogno di stare bene e soddisfare i propri desideri». Qui il compito dell’adulto è accompagnarlo gradualmente verso il cosiddetto «principio di realtà»: «Ciò significa introdurre limiti, dire dei “no” e aiutare il bambino a tollerare la frustrazione. Non si tratta di negare i bisogni, ma di insegnare che non tutto ciò che si desidera è possibile, e soprattutto che si possono attraversare emozioni spiacevoli senza esserne sopraffatti».
Lo specialista definisce la capacità di tollerare la frustrazione come uno snodo centrale dello sviluppo emotivo: «Un bambino che non sperimenta la frustrazione, perché sempre accontentato o protetto dalle difficoltà, può sviluppare una scarsa capacità di autoregolazione e può diventare molto esigente, aspettarsi che tutto si adegui ai suoi desideri e reagire in modo intenso quando ciò non accade, con la conseguenza di possibili ricadute sulle relazioni e a scuola, come difficoltà a stare con gli altri, bisogno continuo di attenzione e scarsa concentrazione». In particolare, egli porta ad esempio emozioni come la rabbia che possono diventare esplosive. «In questi casi il bambino non riesce a “pensare” ciò che prova, ma lo agisce direttamente. Allora, si distingue tra reazione, immediata e impulsiva, e risposta che invece implica riflessione e permette di modulare il comportamento».
Durante la crescita, esistono fasi in cui il sistema emotivo diventa particolarmente intenso: «La preadolescenza è una di queste perché le emozioni aumentano rapidamente di intensità, come se il volume passasse da 10 a 100, mentre le capacità cognitive di regolazione non crescono allo stesso ritmo. Uno squilibrio che può rendere i ragazzi più vulnerabili e affaticati nella gestione degli stati emotivi». È in questo contesto che il ruolo degli adulti resta fondamentale: «Anche con la crescita, il bambino ha bisogno di adulti capaci di contenere, dare senso e accompagnare le emozioni. Questo è evidente nelle crisi emotive, quando è sopraffatto: in quei momenti non servono spiegazioni, ma una presenza calma, un tono di voce stabile e un contenimento sicuro. Il circolo vizioso si innesca invece quando anche il genitore perde il controllo: l’escalation emotiva del bambino alimenta quella dell’adulto e viceversa. La regolazione, al contrario, passa proprio dalla capacità dell’adulto di restare centrato».
Pellai rende attenti sul fatto che però non sempre questo processo avviene in modo lineare e ci sono situazioni in cui è utile chiedere un supporto professionale: «Può accadere quando insegnanti o educatori segnalano difficoltà significative nella gestione delle emozioni, oppure quando il genitore si sente disorientato, impotente e privo di strumenti». In questi casi, il confronto con uno specialista permette di capire meglio la natura del problema e di individuare strategie adeguate. Inoltre, alcune difficoltà nella regolazione emotiva possono essere collegate anche a condizioni specifiche: «Nei bambini con disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ad esempio, è spesso presente una difficoltà di regolazione che riguarda anche gli stati emotivi. Nei disturbi d’ansia, invece, il bambino vive in una condizione di attivazione costante, come se fosse sempre in allarme, e fatica ad “abbassare il volume” dell’emozione».
Infine, un aspetto spesso sottovalutato riguarda il ruolo degli adulti e della loro storia personale: «Molti comportamenti educativi non sono del tutto consapevoli, ma derivano dai modelli vissuti durante l’infanzia. Per questo, riflettere su di sé è un passaggio importante perché aiuta a evitare la ripetizione automatica di schemi disfunzionali e a costruire modalità più efficaci». Anche il lavoro di squadra tra i due genitori è cruciale: «Potersi confrontare, sostenere e, quando necessario, fermarsi a osservare ciò che accade nelle situazioni quotidiane permette di intervenire in modo più consapevole».
Un’ultima attenzione riguarda l’uso degli strumenti digitali: «Tablet e smartphone possono calmare il bambino nell’immediato, ma non favoriscono l’apprendimento della regolazione emotiva: offrono una gestione esterna basata sulla stimolazione che, nel tempo, può rendere più difficile sviluppare una capacità autonoma di gestione delle emozioni». Accompagnare un bambino nello sviluppo emotivo significa quindi aiutarlo a conoscere ciò che prova, a tollerare anche le emozioni più difficili e a trasformarle in risorse. È un percorso lungo, fatto di piccoli passaggi quotidiani, in cui la presenza e la consapevolezza degli adulti fanno la differenza.
