Con questi presupposti è più che ovvio che a qualcuno venisse voglia di provarci. Che il Ticino abbia un legame stretto con l’organizzazione di eventi ciclistici non lo scopriamo oggi. Ma che nel 2026, in un periodo di vacche magre come dei grimpeurs, si osasse persino pensare a una tappa del Giro d’Italia tutta ticinese, con cinque Gran Premi della montagna, oltre 3000 metri di dislivello e arrivo in quota ai 1664 metri di Carì, era difficilmente ipotizzabile. Pochi anni fa si era detto no al Tour de France, poiché il Governo cantonale aveva negato agli organizzatori un credito di 5 milioni di franchi. E pensare che per la Grande Boucle si parla di un rapporto investimento-indotto di 1 a 5.
Sull’asse Bellinzona-Leventina, qualcuno ci ha creduto. Nel 2016, quando per la prima volta il Tour de Suisse aveva fatto tappa a Carì, Fabrizio Cieslakiewicz, che presiedeva il Comitato d’organizzazione, e che ancora oggi è uno dei grandi artefici dell’arrivo del Giro d’Italia nella sua valle, sosteneva che la salita da Faido a Carì, per conformazione, sviluppo planimetrico e altimetrico, ricorda la leggendaria ascesa verso l’Alpe d’Huez. «La faremo diventare un appuntamento classico», affermava con fierezza. Il Tour de Suisse ci è infatti tornato.
Tuttavia, lo devo riconoscere con amarezza, la nostra corsa nazionale non sposta gli equilibri della storia mondiale del turismo. Giro e Tour, sì. Le immagini dei grandi Giri vengono diffuse in tutto il pianeta. La Corsa rosa raggiunge oltre 200 Paesi e oltre 700mila telespettatori. Stesso numero di Paesi per il Tour de France, che però cattura oltre 3 miliardi e mezzo di utenti. Un dato che in parte spiega perché investire nella corsa francese è ancora più lucrativo. Se una tappa del Tour de Suisse arriva a Carì, Ulrichen, Leukerbad o La Punt, pensate che un cicloamatore di Bergamo, Brest, Francoforte o Bruges si prenda la briga di venire sulle nostre strade per mettersi alla prova? Dubito fortemente. Se però questo stesso arrivo è inserito nel percorso del Giro o del Tour, le probabilità crescono a dismisura. Chiamiamolo pure spirito di emulazione o di identificazione, ma l’ebbrezza di poter pedalare sullo stesso asfalto calcato dai grandi campioni delle massime corse è una molla sorprendente. L’Alpe d’Huez è cresciuta col Tour.
Era stata pensata nel 1932 in un vasto contesto alpino che si prestava alla pratica delle discipline invernali. Tuttavia, gli impulsi che ne hanno accelerato lo sviluppo risalgono al 1952, quando l’Airone Fausto Coppi fu il primo a imporsi in quell’ascensione divenuta leggendaria. Oltre alle emozioni e alle vibrazioni puramente sportive che le grandi salite sanno offrire, sul piatto ci metto anche le riprese televisive. Meravigliose quelle del Tour de France, in cui la regia sa indugiare sulle bellezze del paesaggio come se stesse realizzando un raffinatissimo documentario del «National Geografic».
Al Giro si sono attrezzati. Sono ancora all’inseguimento dei maestri francesi, ma da anni hanno capito che il ciclismo può essere il terreno per uno spot pubblicitario e turistico inimitabile. Ogni giorno la RAI propone inserti sulle località di partenza e di arrivo e su tutto quanto di bello, curioso e interessante la carovana incontra sul percorso. Scopriamo chiese, palazzi, cascate, fiumi, laghi, cibi, vini, personaggi, storie e leggende. Noi, in Svizzera, questo concetto non lo abbiamo ancora assimilato, anche se, quanto a mezzi e finanze, non siamo certo con le pezze sul sedere. Le nostre riprese sono di ottima qualità, ma sono povere, rivolte quasi esclusivamente a quanto accade in corsa. Peccato. Cosa abbiamo, oltre al mare, da invidiare a Francia e Italia?
Lo sfegatato di ciclismo, forse, se ne rallegra. A lui interessa vedere i corridori che si danno battaglia. Tuttavia il rapporto di 1 a 3 o di 1 a 5 al quale accennavamo in apertura non lo si ottiene grazie a loro. È figlio della legge dei grandi numeri. Quella sancita da chi si sposta per pedalare, ma chiede alla sua trasferta anche nutrimento per gli occhi, per il cuore, per la mente e, perché no, per lo stomaco. È la stragrande maggioranza del pubblico-popolo del ciclismo. Questo, gli organizzatori della tappa Bellinzona-Carì, dominata da Jonas Vingegaard ammantato di rosa, lo hanno capito e hanno fatto tutto come si deve. Sono certo che quando il nostro Governo cantonale ha messo un bastone nelle ruote di chi si apprestava a portare sulle nostre strade anche il Tour de France, abbia agito per prudenza. Ma sono altrettanto certo che si sia trattato di una prudenza frutto dell’incapacità di rischiare. In una sola parola: ingenuità.