Avvertenza iniziale: se riuscite a leggere questo articolo fino in fondo (insieme a tutti gli altri di questo giornale), state opponendovi a una deriva culturale molto importante. La segnala in particolare lo storico americano Adam Garfinkle, il quale paventa per la civiltà occidentale un ritorno al Medioevo, a causa delle abitudini semplificatorie diffuse dai media e dai social digitali. Si veda ad esempio il suo articolo «The Erosion of Deep Literacy» in www.nationalaffairs.com, in cui lamenta la difficoltà crescente per gli americani di comprendere testi di una certa lunghezza e complessità. Accogliete dunque le nostre sentite congratulazioni e proseguite pure nella lettura.
Tra i molti articoli capitati sotto gli occhi di recente in tema di Intelligenza artificiale, quello che ci ha colpito di più è (in sintonia con le convinzioni di Garfinkle) relativo alla mancanza di «fatica cognitiva» a cui ci espone questa nuova tecnologia. Il senso di questa riflessione è il seguente: nel mondo reale il processo per la risoluzione di un problema richiede a tutti noi di circoscriverne il contesto, di cercare di comprenderlo correttamente, di integrarlo nelle nostre conoscenze e competenze, per poi provare a risolverlo impostando una serie di ipotesi e di tentativi. Non sempre la risposta giusta è la prima a presentarsi alla mente, ma certo, affinando la metodica e con sforzi ripetuti si può arrivare lentamente a trovare una soluzione accettabile. A quel punto, però, l’individuo ha acquisito molto più di un semplice successo operativo: ha sperimentato una sorta di «resistenza» da parte della realtà circostante, ha affrontato una sfida cognitiva che, se risolta in modo positivo, può consolidare la sua autostima e il suo senso di sicurezza. Costituisce così un capitale di informazioni (ma anche un bagaglio emotivo) che gli permetterà di affrontare le future difficoltà incontrate nel corso dell’esperienza quotidiana.
Ora, il problema dell’IA è che rende questi processi di elaborazione e risoluzione praticamente istantanei, fornendo ai suoi utenti risposte immediate, sprovviste di quell’«attrito mentale» così utile all’allenamento dei neuroni. Paradossalmente sembriamo una società molto più attenta al duro training muscolare di una palestra, sforzo fisico a cui ci sottoponiamo volentieri, piuttosto che a quello meno vistoso ma non meno importante che sarebbe utile al nostro cervello.
Tale atteggiamento, paventano i ricercatori, potrebbe portarci a una situazione di sottosviluppo mentale, di vero e proprio deficit, innanzitutto di volontà, ma poi conseguentemente di energia resiliente e di ingegno. Insomma: l’IA, apparentemente così utile a coadiuvare le nostre competenze si configurerebbe soprattutto come ausilio tutto sommato non molto utile a uno sviluppo completo delle nostre capacità.
Si aggiunge a questo l’altro fattore segnalato da ulteriori ricerche e che riguarda la perniciosa tendenza delle chat di Intelligenza artificiale generativa ad essere sempre accondiscendenti e simpatiche con i loro utenti. La loro gentilezza non aiuta, dicono gli studiosi, le persone a formarsi un carattere definito e preciso. Confrontati con meccanismi proattivi, programmati per darci sostanzialmente sempre ragione, possiamo alla fine esagerare la valutazione delle nostre forze e risorse. La cosa può essere divertente e simpatica per utilizzatori più o meno «normali» ma da più parti si segnala una pericolosa deriva poco raccomandabile per quella fascia di utenza debole o potenzialmente problematica. I casi di uso patologico dell’IA fanno capolino sempre più spesso dai resoconti di cronaca. Sia perché il congegno digitale asseconda bizzarre idee e paranoie deliranti, sia perché non possiede filtri morali che possano mettere sulla buona strada chi da quella si sta allontanando. Questa meravigliosa tecnologia (perché meravigliosa lo è certamente) mostra dunque lati oscuri che vale la pena di considerare. E come tutte le conquiste umane va avvicinata cum grano salis, con quella dose di saggezza e di autocoscienza che può renderla utile davvero.