Pittura, spazio ed emozione

by azione azione
27 Maggio 2026

Il Museo d’Arte di Mendrisio ospita la prima monografica in Svizzera dedicata a Felice Varini

C’è una definizione che calza perfettamente a Felice Varini: «pittore dello spazio». Dal 1978, anno in cui l’artista di origine ticinese approda a Parigi, il suo lavoro si è sviluppato difatti nel segno dell’interazione e della reciproca riformulazione di pittura e architettura, in un rapporto che gioca tra illusorio e reale mettendo in discussione i confini tradizionali del dipingere. Da piccoli interni privati a sale museali ed edifici monumentali, fino ad arrivare ad ampi paesaggi urbani, Varini ha dato vita a opere capaci di innescare esperienze fisiche e intellettuali dinamiche, in cui lo smarrirsi e il ritrovarsi dello spettatore nella dimensione spaziale trasforma l’osservazione in atto esplorativo e partecipativo.

Varini, nato a Locarno nel 1952 e oggi francese d’adozione, inizia la sua carriera artistica, dopo anni di lavoro nel teatro, proprio alla fine degli anni Settanta, un momento di particolare fermento pregno di stimoli eterogenei: dalle pratiche minimaliste volte a individuare l’essenzialità di forme e volumi alle tendenze che evadono i limiti museali per esprimersi nell’ambiente esterno, sino alle indagini sulle illusioni ottiche e sulle impressioni plastiche del movimento.

I lavori presenti in mostra appartengono alla storiadi Felice Varini, ma sono stati ripensati per gli ambienti mendrisiensi

Se si volesse fare il nome di qualche maestro o gruppo a cui Varini ha guardato con interesse si potrebbero citare Mondrian, Fontana, LeWitt, il Concretismo e l’Optical Art, ma sarebbe solo per fornire un contesto indicativo all’interno del quale ha preso forma la sua arte, che piuttosto vive di un linguaggio peculiare ed estremamente personale.

Il lavoro dell’artista si fonda sulla concezione dello spazio tridimensionale che ci circonda come fosse una sorta di superficie piatta sulla quale applicare forme geometriche bidimensionali. Operando su architetture preesistenti, Varini attua così un ribaltamento della logica prospettica attraverso la riduzione illusoria della realtà a elemento privo di profondità. Va da sé che ogni progetto nasce in stretta relazione con la specificità del luogo, cosicché le sue «pitture nello spazio» non possono essere chiamate installazioni, ma, come suggerito da Varini stesso, trovano la loro descrizione più efficace nell’espressione «in situ».

Al centro dell’attività dell’artista si colloca sempre una rigorosa indagine sul fenomeno della percezione. Gli interventi di Varini risultano pienamente leggibili solo da un punto di vista preciso dal quale l’immagine appare nella sua elaborazione formale compiuta. Spostandosi da questa posizione privilegiata, essa perde immediatamente la sua coerenza, disgregandosi in una trama di segni in dialogo con lo spazio che acquistano una valenza estetica autonoma.

Per Varini, l’opera esiste nella sua integrità tanto quanto nei suoi frammenti, per questo l’angolazione da cui si coglie la sua coerenza complessiva non è che il punto di partenza per iniziare a esplorarla. È proprio percorrendola fisicamente che l’osservatore può scoprire e sperimentare le sue molteplici possibilità di lettura e affermare così la propria partecipazione e il proprio coinvolgimento al senso di ciò che sta sperimentando.

Fin dagli esordi, il repertorio di Varini si compone di forme geometriche essenziali, come cerchi, ellissi e poligoni, eseguite con una tavolozza di colori puri e vividi, spesso limitata alle tinte primarie. E, sempre fin dagli esordi, la sua pratica di lavoro è rimasta la medesima, supportata sempre da un rigore che rivela quanto per l’artista sia molto importante la componente manuale, tecnica, del fare pittura. Il modus operandi di Varini prevede la proiezione delle linee che costituiscono l’immagine sulle superfici dell’architettura mediante un dispositivo ottico.

Il tracciato viene poi disegnato con cura e successivamente dipinto o costruito con l’ausilio di strisce plastiche adesive. Il risultato è un intervento che dona una nuova identità allo spazio, trovando il suo punto di forza nell’intrigante coesistenza della rassicurante visione unitaria dell’opera e della sua destabilizzante frantumazione.

In Svizzera, e in ambito italofono, una monografica dedicata al lavoro di Varini non era stata ancora realizzata. Ci ha pensato il Museo d’Arte di Mendrisio, mettendo a disposizione la sua suggestiva sede con l’intento di farla diventare da semplice contenitore a parte attiva dell’esperienza artistica. D’altra parte l’antico Complesso di San Giovanni ben si presta a questo scopo: luogo stratificato di memorie e di vite vissute, si è ampliato e ridefinito nel corso del tempo, conservando però gelosamente le tracce di tutto ciò che è stato durante le diverse epoche.

Con il suo peculiare portato storico e architettonico, la struttura si è messa così in gioco per l’occasione, amplificando l’efficacia delle opere di Varini. Partendo dal chiostro quattrocentesco fino ad arrivare alle sale espositive, l’intero museo dialoga con l’artista, raccontando la sua carriera quasi cinquantennale in un percorso capace di creare un’avventura immersiva senza soluzione di continuità.

I lavori presenti in mostra appartengono alla storia artistica di Varini, ovvero progetti dalle caratteristiche formali ben determinate che sono stati realizzati in precedenza in altri luoghi e che adesso sono stati ripensati con configurazioni inedite per gli ambienti mendrisiensi. L’artista definisce questo tipo di opere «actualisation».

Ecco allora la linea continua rossa di 360° rouge n.2 che rimodella lo spazio del chiostro attraversandolo e annullandone con raffinatezza la complessità volumetrica, i cinque cerchi neri di Cinq cercles concentriques che giocano con l’architettura del corridoio al piano terra creando un’immagine in continua costruzione e dissolvenza o, ancora, le forme fluide di Ellisse blu che giocano con la luce naturale («il punto di vista del sole», come la chiama l’artista) dando vita a geometrie mutevoli dal colore vibrante.

Di particolare impatto è poi l’intervento site-specific concepito appositamente per le sale finali del museo: si intitola Dischi volanti e si compone di diciannove elementi circolari ai quali corrispondono altrettanti punti di osservazione che permettono di scomporre e ricomporre visivamente l’opera da prospettive differenti, generando un’esperienza in costante trasformazione.

Accanto alle coinvolgenti pitture nello spazio, in rassegna c’è anche una preziosa sezione documentaria in cui fotografie e disegni preparatori testimoniano il procedere artistico di Varini: un procedere che ha sempre avuto come obiettivo quello di sovvertire le certezze della visione per invitarci a dubitare di tutto ciò che viene posto davanti al nostro sguardo e al nostro pensiero.