Il fattore umano

by azione azione
27 Maggio 2026

Chi ha l’abitudine di controllare regolarmente le classifiche musicali, negli ultimi giorni non avrà potuto fare a meno di notare un fenomeno singolare quanto sorprendente: ovvero, l’inaspettato ritorno in vetta alle chart di un album risalente a oltre quarant’anni fa – lo storico Thriller, a firma del Re del Pop, il compianto e indimenticato Michael Jackson.

Un flashback che si deve interamente al vertiginoso successo del film biografico Michael, da poco giunto nelle nostre sale e già dimostratosi un vero e proprio fenomeno da botteghino, avendo incassato quasi 220 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione mondiale; e in effetti, il grande riscontro di pubblico dell’opera di Antoine Fuqua, animata da un eccezionale Jaafar Jackson nei panni del celeberrimo zio, non fa che confermare, una volta di più, l’attuale fascino rivestito dai cosiddetti biopic, film hollywoodiani ad alto budget che narrano della vita e delle imprese di grandi star, perlopiù protagoniste della scena musicale internazionale.

Così, di recente sono stati in molti a domandarsi quali possano essere le reali motivazioni dietro il successo pressoché unanime che, nell’arco degli ultimi anni, questo tipo di prodotto ha riscosso; un successo, in effetti, trasversale, che travalica qualsiasi distinzione anagrafica, culturale o censitaria per coinvolgere la maggioranza del pubblico.

All’interno di tale analisi, uno dei fattori cruciali sembra da ricercarsi nel particolare sguardo narrativo prediletto da questi film, tutti accomunati dalla scelta di abbandonare la consueta, tradizionale narrazione cronologica per concentrarsi piuttosto su specifici aspetti, a cavallo tra psicologia e introspezione, del vissuto dei protagonisti – il che permette agli spettatori di provare sincera empatia nei loro confronti. Per fare un esempio, un classico moderno quale Bohemian Rhapsody (2018) ha imperniato il racconto soprattutto sul legame di Freddie Mercury con l’amica di una vita, Mary Austin, e sul momento in cui l’impietosa e fatale diagnosi di infezione da HIV gli sconvolse la vita; nel caso di Michael, invece, l’intera vicenda è filtrata attraverso la lente del burrascoso rapporto di Jackson con la famiglia d’origine, nello specifico con la tirannica figura del padre-padrone Joseph, e su come egli sia infine riuscito a liberarsene per divenire la più grande rockstar di tutti i tempi.

Non solo: un altro elemento fondamentale nel crescente successo di questo genere cinematografico sembra essere rappresentato dal cosiddetto «effetto nostalgia», il cui appeal non è forse mai stato avvertito tanto quanto nell’attuale periodo storico, nel quale l’estrema instabilità geopolitica ed economica porta le persone a rimpiangere, a torto o ragione, i decenni passati – magari l’epoca d’oro della propria infanzia o giovinezza, ulteriormente esaltata e valorizzata dalle gesta rievocate da astuti registi.

Eppure, sebbene tutti questi elementi abbiano senz’altro il loro peso, basta analizzare con attenzione questo recentissimo Michael per rendersi conto di come la maggiore attrattiva dei biopic, perlomeno di quelli meglio realizzati e più appassionanti, risieda forse in un dettaglio più profondo: ovvero, in quello che Graham Greene definiva «il fattore umano» – qualcosa che ci accomuna tutti, non importa quanto in alto noi si possa arrivare nell’arco della nostra esistenza terrena.

Poiché la lotta quotidiana contro le avversità della vita fa sì che nessuno sia immune dal dolore o dalla disillusione, seguire la star di turno attraverso le sue tribolazioni e fatiche contribuisce a fare dell’esperienza umana il collante necessario all’identificazione con un modello reale, in contrasto con la maggior parte degli irreali blockbuster moderni a base di supereroi e agenti segreti.

Forse, in fondo, ciò che noi tutti davvero desideriamo è semplicemente il senso di comunanza: perché la stessa, intima esperienza che permette di scoprire come anche i nostri idoli siano, infine, umani – e, come tali, soggetti a tutte le difficoltà del caso – ci consente anche di «annullare» l’implicita distanza tra noi e l’altro, chiunque egli sia, per sperimentare così un rinnovato, condiviso senso di umanità.