Chi controlla la tecnologia controlla il mondo

by azione azione
20 Maggio 2026

Dall’intelligenza artificiale ai dati strategici, come si posiziona la Svizzera nella partita globale del potere

Dici «minacce alla sicurezza» e nel 2026 pensi al conflitto fra Russia e Ucraina, alla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran o ancora a quella di Israele contro Hezbollah. Se ci rifletti un po’ più a lungo ricordi anche il conflitto in Sudan. E ovviamente, è tutto corretto. Drammaticamente corretto. Eppure, leggendo la recente «Valutazione annuale dello stato della minaccia» redatta dal Consiglio federale all’intenzione delle Camere, colpisce anche un aspetto che non salta subito alla mente: il ruolo centrale del sapere, della tecnologia e della scienza nel confronto fra le potenze. Semi-conduttori, intelligenza artificiale (IA), robotica, energie rinnovabili, biotecnologie, droni e dati in generale sono beni preziosi per tutti. Beni che possono avere impieghi civili e militari.

Per accedere a informazioni sensibili

«La corsa alle tecnologie di domani ha delle conseguenze a lungo termine sui rapporti di forza mondiali. Essa produce un effetto destabilizzante sulla sicurezza internazionale», scrive il Governo. Controllare il sapere e la tecnologia dà infatti vantaggi sui campi di battaglia (permette armi più performanti e un’intelligence più efficace), ma permette anche di avere un predominio economico. Pensiamo ai microchip, tanto importanti al tempo dell’IA. Già l’amministrazione Biden aveva cominciato a ridurne l’esportazione e iniziato un processo di rimpatrio della produzione a suon di investimenti e sovvenzioni pubbliche. La Svizzera ne ha subito le conseguenze non rientrando nella lista dei Paesi con un accesso privilegiato a questi prodotti. Una strategia quella all’origine del Chips Act che la «Valutazione annuale» descrive ormai come una prassi delle superpotenze: «Come la Cina, [gli Stati Uniti] ricorrono sempre più frequentemente alle sanzioni, al controllo delle esportazioni, alle sovvenzioni o ad altri strumenti finanziari per impedire alla parte avversa di accedere a dei beni e delle tecnologie, mantenendo e sviluppando nel contempo le proprie capacità».

Una guerra del sapere che ci coinvolge. Sempre ai vertici delle classifiche delle Nazioni più innovative e con istituti di ricerca e alte scuole fra i migliori al mondo, la Svizzera attira l’attenzione di molti servizi esteri. Il caso conosciuto più recente è quello dell’iraniano Mohammad Abedini, arrestato in un aeroporto di Milano nel dicembre del 2024 su richiesta degli Stati Uniti per aver fornito a Teheran sistemi di navigazione per droni e missili. Abedini era un ricercatore attivo al Politecnico federale di Losanna (EPFL), dove aveva pure fondato una sua start up. Stando ai Servizi delle attività informative della Confederazione, l’invio di studenti e ricercatori in università svizzere o il reclutamento di studenti e ricercatori svizzeri in visita in atenei esteri sono due dei modi più usati per accedere a informazioni sensibili, come si può leggere nell’opuscolo Technopol pubblicato proprio per sensibilizzare sui rischi che incombono sul mondo accademico.

La pubblicazione è del dicembre del 2022, ben due anni prima dell’arresto di Abedini. Due anni prima anche dei controlli di sicurezza introdotti dal Politecnico di Zurigo (ETHZ), che nell’ottobre del 2024 ha fatto da apripista in Svizzera. Fondandosi sulla lista delle sanzioni di Usa, Ue e Svizzera, l’ETHZ ha stilato una lista dei Paesi a rischio e ha poi elencato gli ambiti di ricerca che si prestano a un doppio uso (civile e militare). Uno studente che proviene da uno di quei Paesi (fra i quali figurano Cina, Russia, Iran, Pakistan, Siria ecc.) e vuole studiare o fare ricerca in un ambito sensibile, dev’essere sottoposto a un controllo di sicurezza. In un anno – come riportato a suo tempo dalla «NZZ» – sono state circa 1250 le candidature verificate, di queste 80 quelle rifiutate. Dopo il caso Abedini, l’EPFL ha anch’esso introdotto controlli di sicurezza, i rifiuti qui sono stati 48. Dopo anni di ingenuità, il mondo accademico corre dunque ai ripari e finalmente, nel corso di quest’anno, questi controlli negli ambiti sensibili dovrebbero essere estesi a tutti gli atenei svizzeri sulla base di un rapporto commissionato dalla loro associazione, swissuniversities.

Una parte del problema

Ma il controllo della produzione e della vendita di tecnologia, e lo spionaggio, sono una parte del problema. Quella forse più estesa e urgente ricade sotto il grande capitolo della sovranità digitale, ossia la capacità di controllare autonomamente le proprie infrastrutture digitali e i propri dati. Recentemente l’amministrazione federale ha terminato il passaggio a Microsoft360. La scelta di affidarsi al gigante americano è stata criticata dall’esperto informatico e deputato dei Verdi, Gerhard Andrey. In un’intervista alla televisione svizzerotedesca, il friburghese non ha sottolineato unicamente i rischi per la privacy, ma anche il pericolo che l’imprevedibile amministrazione Trump «stacchi la spina». Anche in quest’ambito, risponde il Governo, la Svizzera ha iniziato un lento percorso verso strumenti sui quali possa avere un effettivo controllo. Un passo deciso lo hanno compiuto invece proprio recentemente i servizi segreti tedeschi, rinunciando all’IA dell’americana Palantir per passare ad un prodotto made in Europe.

Aumenta dunque la consapevolezza dei rischi e allo stesso tempo aumenta la consapevolezza che il mondo è diventato più complesso e frammentato e che anche in questa guerra del sapere, proprio come in quella sui campi di battaglia, ognuno gioca la sua partita. Le alleanze si fanno più fragili e anche la storica relazione transatlantica non è più solida, sicura e affidabile. A questo punto, almeno per capire che dobbiamo stare attenti e indipendenti, non abbiamo bisogno di un’IA americana.