A colloquio con la rapper ticinese, ospite di Nevermind il 5 giugno con Kid Yugi e Nitro
«Non sono sul podio, però dammi un annetto / Qui sputano odio, quindi dammi l’aumento / “Arrivare è facile” ho letto in un commento / Vieni, ti aspetto, vieni, ti aspetto». Se c’è un modo di parlare tra i giovani davvero diretto, che arriva al punto, è senza dubbio quello del rap. Ne sa qualcosa anche la giovane luganese Ele A, 26 anni, che il 5 giugno canterà al Nevermind Fest di Bellinzona (v. «Azione» del 6 maggio 2026).
Ele A, il rap nasce dal ghetto, o perlomeno da situazioni di disagio. Dalla sua biografia non sembrerebbe il caso: come Kanye West, anche lei è figlia di insegnanti. Un «buon background» rende le cose più facili o più difficili?
Il rap nasce da un contesto di forte disagio sociale come forma d’espressione. È una valvola di sfogo, come d’altronde tutte le forme d’arte. Forse è però il genere più inclusivo in assoluto, perché non richiede particolari caratteristiche. Nonostante sia nato dal ghetto americano, negli anni si è esteso a tutto il mondo, perché è un genere che non ha confini. Io so di non avere gli stessi problemi di una persona negli anni 70 nel Bronx, ma il punto è proprio questo. Io racconto di me.
Il rap è una fotografia della realtà, credo che ognuno abbia i propri diversi disagi, indipendentemente dal contesto di provenienza. La Svizzera tende a nascondere i difetti il più possibile, mentre il rap fa esattamente il contrario: denuncia i problemi e i disagi che ci sono, in qualunque classe sociale.
Lei non è nata in una realtà metropolitana, ma collabora con Sayf, Guè, Venerus… È stato difficile affermarsi?
Non avevo nessun tipo di conoscenza con Milano e l’Italia in generale a livello musicale, anzi ci ero stata soltanto una volta in gita di classe. Non mi sono però mai posta il problema, perché credo che al giorno d’oggi sia una scusa dirsi che venendo da fuori non si potrà mai arrivare al centro. Se c’è una cosa positiva dei social, è che ti permettono di poter potenzialmente raggiungere chiunque senza spostarti, e a costo zero. Io ho iniziato senza budget, registrando con le cuffiette in camera mia e facendo i video con il telefono, mi sono fatta conoscere così.
Al rap si è rimproverato spesso di basare molta della sua fortuna su testi non sempre condivisibili, ad esempio per la loro misoginia… come percepisce questo mondo?
Il rap, come dicevo prima, è una fotografia della realtà. Da una persona nata e cresciuta in un determinato contesto che magari non favorisce l’educazione, non mi aspetto nient’altro che la misoginia, perché, prima di essere nei testi rap, è presente nel mondo, in tutte le cose. Non penso che una persona cresciuta in un contesto patriarcale e vittima dello stesso diventi poi femminista nella narrativa dei suoi testi. La misoginia purtroppo esiste eccome, e il rap è un genere che al contrario di edulcorare o censurare la realtà, la sputa così com’è. E molto spesso non è affatto bella.
Mi sembra però ipocrita focalizzarsi su testi o forme artistiche che esprimono un disagio senza poi cercare di risolvere concretamente il problema, che come sempre sta alla radice e danneggia chiunque. Finché violenza, misoginia e altre cose negative saranno parte della realtà umana, ci saranno testi rap che ne parleranno. L’unico antidoto a tutto ciò è l’educazione.
Negli ultimi anni, pensiamo a Kid Yugi, sembra cresciuta l’attenzione verso la parola: alle rime facili anche in italiano si sostituiscono giochi di parole arguti. C’è stato un cambiamento?
In realtà credo che sia abbastanza il contrario. Il rap degli anni Novanta era tecnico e pieno di figure retoriche, metafore e giochi di parole. Nel tempo si è semplificato. È quello che cerco sempre di fare anch’io. Quando ho iniziato ascoltavo tanto rap tecnico, ma con il tempo ho capito che per me è più importante la musica in sé, dunque cerco sempre di semplificare. Ciò non vuol dire banalizzare, ma trarre il succo dalle cose e sintetizzare, ed è un processo complicato. Ci sono artisti come Mattak, con cui sono cresciuta, che riescono ad essere tecnici metricamente e comunque risultare intelligibili, facendo passare concetti profondi e interessanti senza forzare niente. Kid Yugi è un artista che stimo molto ed è fondamentale, perché ha portato al vero mainstream dei concetti, delle reference e un immaginario che non c’erano.
Qualche anno fa il rap ha compiuto mezzo secolo: un genere così mainstream può contenere ancora elementi di originalità?
Il rap è in continua evoluzione ed è uno dei generi dove, a livello underground e mainstream, si sperimenta maggiormente. Questo perché già nasce come genere molto libero e fluido, a sua volta unione di diversi generi. Ciò gli permette di rimanere rilevante e riadattarsi in base al periodo storico. In questo momento la tendenza è di valorizzare il fattore nostalgia, in un lasso di tempo però molto più ristretto di prima: se una volta si andava sugli anni 90/2000 per proporre produzioni di stampo nostalgico, le canzoni attuali si rifanno all’estetica del 2016, periodo sicuramente più spensierato di quello attuale (e quindi idealizzato), ma di solo dieci anni fa. Impossibile prevedere in che direzione andrà il rap, spero solo che ci siano continua sperimentazione e creatività come al momento accade nella scena inglese e francese e che anche in un posto più piccolo come l’Italia ci sia spazio per nicchie e sottogeneri.
